Atlantide
04.08.2014 - 18:16
ANALISI
 
Un nuovo disordine mondiale, di Stefano Stefanini
4 ago 2014 18:16 - (Agenzia Nova) - Le tragedie parallele del volo 17 di Malaysian Airlines nell’Ucraina orientale e dell’operazione di terra israeliana nella Striscia di Gaza segnalano che l’ambiente della sicurezza internazionale sta andando fuori controllo. La comunità atlantica ne è al centro. Le crisi, tanto nelle regioni al suo oriente che in quelle al sud, stanno assumendo le caratteristiche della guerra. La Russia, che un tempo era parte della soluzione, ha scelto di essere parte del problema. Come risultato, l’Occidente deve confrontarsi con uno scenario d’insicurezza europea e globale. Il 4 e 5 settembre prossimi, nel Galles, i leader della Nato avranno l’opportunità di affrontare insieme tale scenario. Se ciò non dovesse avvenire, significherebbe che l’Alleanza stretta 65 anni or sono è venuta meno alla sua missione principale.

Fra il 1989 e il 1992 la Guerra Fredda è stata vinta dall’Occidente “senza sparare un sol colpo”. Il quadro dell’evento come viene in genere tracciato in Occidente trascura di prendere in considerazione le dinamiche interne dell’implosione sovietica e ignora il fatto che anche troppo colpi erano stati sparati alla sua periferia, specie nello scenario spaventoso della disintegrazione della Jugoslavia. Tuttavia, è fondamentalmente corretto per quanto riguarda il quarantennale stallo tra Usa e Urss (e per estensione tra Nato e Patto di Varsavia) e l’ombra del disastro nucleare che portava con sé. Tutto ciò è svanito. Non è stata versata una goccia di sangue.

Abbiamo parlato troppo presto? Quei colpi d’arma da fuoco che non sono stati sparati allora, vengono esplosi oggi nell’Ucraina orientale, tra le forze armate ucraine e i ribelli filo-russi, in un tradivo contraccolpo del collasso dell’Unione sovietica. C’è una guerra in corso al centro delle pianure europee. Finora, è rimasto un conflitto di bassa intensità, tuttavia le vittime si contano a centinaia, e sono in aumento, e le armi messe in campo stanno diventando sempre più pesanti e sofisticate. Lo scorso 17 luglio c’è stata una svolta verso il peggio quando il volo MH 17 è stato abbattuto da un missile superficie-aria SA-11 (Buk) di produzione russa. D’improvviso, l’evento locale è diventato globale. Le immagini orribili dei detriti, i corpi, gli effetti personali dei passeggeri sparsi sui campi dell’Ucraina hanno percorso tutti il mondo, con una lunga scia di lutti e umana sofferenza, che si è allungata dall’Olanda alla Malaysia all’Australia, mentre anche la comunità scientifica ha dovuto lamentare la perdita di molti brillanti ricercatori nel campo dell’Aids, una perdita che potrebbe provocare un ritardo significativo nella messa a punto di cure e terapie.

Tutti gli indizi puntano il dito contro i ribelli, che avrebbero colpito il Boeing 777 di Malaysian Airlines scambiandolo per un velivolo da trasporto militare ucraino; due giorni prima avevano annunciato con orgoglio l’abbattimento di un Antonov 26, che volava a quota più bassa. A prescindere da ulteriori dettagli, che dovranno attendere un’inchiesta internazionale – sempre che venga consentita, nelle attuali incredibili condizioni – la tragedia del volo MH 17 solleva due più ampie questioni di natura politica e di sicurezza. In primo luogo, una guerra di secessione nel centro dell’Europa non può essere isolata e gestita come un “evento collaterale”: o viene composta “pacificamente e diplomaticamente”, come si è espressa il cancelliere tedesco Angela Merkel, o non destabilizzerà soltanto l’Ucraina, ma si allargherà sino a far sentire i suoi effetti sulla sicurezza europea e le relazioni della Russia con l’Occidente. Questo è già avvenuto. Un’ulteriore deterioramento sarebbe un gigantesco passo indietro per l’Europa e la comunità atlantica. In secondo luogo, viene posta al centro la responsabilità della Russia, con il sostegno e gli armamenti forniti ai ribelli nell’Ucraina centrale. La diplomazia e la politica potranno smussare gli angoli – e spero ciò avvenga – ma la politica russa in Ucraina non potrà sfuggire al giudizio del senso comune. Con un’accesa retorica e azioni censurabili, il presidente Vladimir Putin ha alimentato il nazionalismo etnico russo. Ha permesso che i ribelli della Repubblica popolare di Donetsk venissero addestrati ed equipaggiati con carri armati, sistemi antiaerei spalleggiabili e ora anche con batterie di missili antiaerei. Come un apprendista stregone, non ha il pieno controllo delle forze che ha scatenato. Il fuoco che ha acceso, ora rischia di bruciarlo.

Voglio esser chiaro. La Russia ha interessi legittimi in Ucraina. Mosca ha il titolo per sedere a un tavolo di discussione trilaterale con Kiev e Bruxelles sulle relazioni fra Ucraina, Unione europea e Russia. La questione energetica è rilevante: la Russia è un fornitore principale; l’Ucraina offre la principale rotta di transito; non vi sono alternative a medio termine. Dopo l’allargamento della Nato nel 1999, che è stato accompagnato da un forte e consistente approccio diplomatico con Mosca, la Russia è stata spesso data per scontata per quanto riguarda la sicurezza europea. Più genericamente, la Russia cova un effettivo risentimento nei confronti dell’Occidente per essere stata trattata a lungo con compiacenza e scarsa considerazione. Anche se la Russia stessa ha contribuito a distanziarsi dall’Europa, specie negli ultimi otto o dieci anni, c’è del vero nella percezione da parte russa di “non essere benvenuti” da parte dell’Occidente. Le affermazioni da parte occidentale sul declino della Russia come potenza non possono essere state accolte molto benevolmente dal Cremlino.

Ciò detto, il comportamento russo, in particolare l’annessione della Crimea e le attività non trasparenti nell’Ucraina orientale, non sono internazionalmente accettabili. Ciò che sta accadendo nella regione del Donbas, compresa la tragedia non voluta del volo MH 17, è diretta conseguenza di tale comportamento. Non riconoscere questo equivarrebbe a negarlo, e con ciò ad incoraggiare ulteriori comportamenti analoghi.

La chiave di quello che George H.W. Bush e Brent Scowcroft definirono “nuovo ordine mondiale” era l’atteggiamento cooperativo da parte di Mosca, soprattutto in seno al Consiglio di sicurezza dell’Onu. E’ durato per tutti gli anni Novanta, malgrado una significativa differenza sul Kosovo, anche se questo non impedì a Mosca di partecipare inizialmente alla forza militare internazionale a guida Nato, la Kfor, come all’analoga forza Ifor dispiegata in Bosnia-Erzegovina. Quando al Qaeda colpi, nel 2001, il presidente russo Vladimir Putin schierò Mosca apertamente al fianco degli Usa, garantendo l’accesso diretto all’Afghanistan dall’Asia Centrale, fatto senza precedenti. Le relazioni andarono progressivamente logorandosi e deteriorandosi, con fasi di tensione come sulla Libia e la Georgia, sotto la presidenza di Dmitrij Medvedev. Negli ultimi 12 mesi, le crisi in Siria e Ucraina hanno completato la “conversione a U” nella politica estera russa, passata dalla cooperazione alla contrapposizione nei confronti di Washington e Bruxelles.

Un tale cambiamento non significa che Ue e Nato non debbano più parlare con la Russia. Al contrario, rende il dialogo ancor più necessario, anche se difficile. Né significa che l’Occidente non debba più fare affari con la Russia. Significa invece che la Russia, o meglio il presidente Putin, “percepisce” gli interessi nazionali della Russia come in competizione o opposti a quelli di Stati Uniti e Unione europea. L’Ucraina ne è la testimonianza. Negoziati e un compromesso restano possibili, desiderabili e anche probabili, ma richiedono la consapevolezza da parte dell’Occidente e l’Europa che un intervento, data la sensibilità che attualmente prevale a Mosca, sarebbe un gioco a somma zero. Tale consapevolezza è apparsa spesso assente in certi ambienti europei. La tragedia del volo MH 17 potrebbe correggere la situazione.

Questa è oggi la situazione della partita con la Russia. Nel frattempo, il cosiddetto “ordine mondiale” si è mutato in insicurezza globale, emersa ben al di fuori dei confini europei, e a prescindere dalla politica di Mosca. Rimbalzano sui media le notizie riguardanti l’operazione militare terrestre condotta da Israele nella Striscia di Gaza contro Hamas, e le sofferenze che sta infliggendo alla popolazione palestinese.

Pur senza analizzare questa nuova svolta distruttiva del conflitto israelo-palestinese, è chiaro che, contrariamente a quanto sostiene il premier israeliano Benjamin Netanyahu, la questione palestinese non può essere semplicemente “gestita”. Deve essere risolta diplomaticamente con la soluzione a due stati, oppure continuerà a provocare un conflitto interminabile. Inoltre, la questione palestinese non è certo il solo conflitto in Medio Oriente, ma è tale che continuerà anche se tutti gli altri conflitti venissero risolti, cosa che è ben lungi dall’accadere. In altre parole, la via della pace per il Medio Oriente non passa “solo” da Gerusalemme, ma di certo “anche” da Gerusalemme. Altrettanto semplicistica è l’idea secondo cui tutti i conflitti in corso vanno visti “soltanto” attraverso la lente della secolare divisione fra sunniti e sciiti e la rivalità per l’egemonia tra l’Iran e il Golfo. Gli scontri esistono e vanno in profondità, ma altre forze e situazioni confluiscono in quel barile di polvere da sparo che è il Medio Oriente nel suo complesso.

La lista delle crisi, le minacce e i focolai nella regione che va dall’Afghanistan all’Africa settentrionale, appare senza fine. Almeno due situazioni, al momento, vanno considerate come minacce alla pace e la stabilità internazionali, cioè tali da porre una sfida che travalica i confini regionali, entro i quali hanno già avuto conseguenze devastanti. Sono la guerra civile siriana e il barbarico consolidamento dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) nel triangolo sunnita in Iraq, segnato da una lotta finora vittoriosa contro un governo centrale di Baghdad debole e frazionato. Queste due crisi, combinate, potrebbero di fatto spezzare la Siria e l’Iraq, ridisegnare la mappa derivante dall’accordo Sykes-Picot del 1916, distruggere le riserve petrolifere, minacciare Giordania e Libano, mandare verso l’Europa e gli Usa un flusso continuo di potenziali terroristi bene addestrati, muniti di passaporti occidentali. Ovviamente, l’accumulo di crisi e guerre dall’Africa settentrionale al Levante ha la sua sponda lungo l’arco del Mediterraneo, che è il confine a sud e sud-est dell’Europa e della Nato. L’immigrazione illegale verso l’Unione europea è l’immediata conseguenza dell’instabilità sul Mediterraneo. E non sarà la sola conseguenza se continueranno a prevalere indisturbati i conflitti e l’illegalità.

Come risultato, oggi l’Europa si trova sull’infelice incrocio tra le due principali fonti dell’insicurezza internazionale. Si può obiettare che i maggiori rischi geopolitici restano centrati in Asia e nel Pacifico, a causa delle pretese della Cina sul Mar cinese meridionale, delle accese rivendicazioni fra India, Giappone, Corea del Sud, Vietnam e altre nazioni dell’Asean, della penisola coreana, della questione di Taiwan. Diversamente dall’Europa, l’Asia non ha un’organizzazione per la sicurezza collettiva, ma dipende dalla presenza militare statunitense per mantenere la stabilità. Si può citare anche l’esistenza di una minaccia terroristica transfrontaliera che non risparmia nessuno e che ha colpito negli Usa, in India e in Russia (ispirata dalla Cecenia), più che in Europa. Tuttavia, resta il fatto che nella prima metà del 2014 le sfide più pressanti alla sicurezza sono giunte dall’Ucraina e dall’instabilità e le guerre nel Mediterraneo/Medio Oriente.

Inoltre, questi preoccupanti sviluppi hanno avuto luogo sullo sfondo di un’Unione europea spesso distratta, di un’America riluttante ad impegnarsi e di un resto del mondo largamente indifferente. Piaccia o no, l’Europa non è più il centro del mondo come all’epoca della Guerra Fredda. Mentre gli Stati Uniti hanno troppo in ballo nella comunità atlantica, e non si disimpegneranno dalla sicurezza europea, il resto del mondo non si commuoverà per le tribolazioni dell’Europa, e non si farà coinvolgere. Aspetterà, e ne trarrà vantaggio. Europei, statunitensi e russi devono risolvere da soli le loro questioni.

In questo contesto, la mancanza di una politica estera europea e la scialba performance di molte capitali europee nel confrontarsi con le conseguenze del comportamento della Russia in Crimea e nell’Ucraina orientale, colpiscono e sono fonte di preoccupazione. Come sul “Corriere della Setra” ha osservato Luigi Offeddu, “l’Europa è immobile, la diplomazia latita”. L’appuntamento per designare il nuovo Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza è stato spostato a fine agosto, dopo un inconcludente Consiglio europeo che ha dibattuto sui nomi anziché sulle politiche. Il 2014 può non essere il 1914, ma l’abitudine di fare i sonnambuli durante le crisi è dura a morire nel Vecchio Continente. Nei giorni immediatamente successivi all’operazione di terra israeliana a Gaza e l’abbattimento del volo della Malaysian Airlines, nulla avrebbe potuto evidenziarlo in modo più crudo del contrasto fra il convulso attivismo di Washington e il lungo e sonnacchioso fine settimana di Bruxelles.

A prescindere dalla politica estera, il fuoco incrociato di minacce alla sicurezza avrebbe dovuto indurre gli europei a stringersi insieme per fronteggiare una serie di minacce tali da rendere inconcepibile che una nazione possa affrontarle da sola. L’Europa sembra invece preda delle sirene della frammentazione e del disgregamento: populismo euroscettico in Francia e Danimarca, separatismo in Scozia e Catalogna, rifiuto dell’Ue nel Regno Unito, solo per nominarne alcune. Dal punto di vista politico, queste tendenze non possono essere disattese, ed influenzeranno le istituzioni Ue, a partire dal neo-eletto parlamento europeo. In termini strettamente di sicurezza, vanno contro ogni buon senso.

Mentre la combinazione fra guerre, rivalità, fondamentalismo, proliferazione nucleare e spostamenti delle popolazioni fa del Grande Medio Oriente la maggiore minaccia alla pace e la sicurezza nel medio e lungo termine, oggi è soprattutto la Russia che divide gli europei. Lasciati a se stessi, è improbabile che arriveranno a conciliare i rispettivi punti di vista. Inoltre, le differenze scavano solchi profondi anche fra Stati Uniti e alcuni paesi europei. Come il segretario generale dell’European External Action Service, Pierre Vimont, ha sottolineato di recente “siamo in differenti situazioni geografiche”. Tuttavia, tale divisione fra i tradizionali partner transatlantici può ancora essere colmata: Usa ed Europa hanno una lunga storia di ponti tesi a superare divergenze fra alleati. La Nato, ovviamente, è il luogo privilegiato per gestire tali differenze. Da qui l’importanza del prossimo Summit di settembre nel Galles.

Le divisioni politiche in seno alla Nato sono radicate in differenti percezioni della sicurezza. Gli alleati orientali vorrebbero che l’Alleanza torni ad essere un baluardo contro l’espansionismo russo; quelli meridionali puntano l’attenzione sul Mediterraneo; altri paesi occidentali, essendo privi di specifiche minacce ai loro confini, vedono la Nato come un’opzione secondaria. I nordamericani pensano di aver fatto già abbastanza per la sicurezza europea, e ritengono sia tempo che gli alleati europei assumano un peso maggiore e maggiori responsabilità, dentro e fuori la Nato. Queste differenze sono inasprite sia dalle restrizioni ai bilanci della Difesa che dalla necessità di rispondere in modo credibile alla crisi in Ucraina. Nel frattempo, il Medio Oriente brucia. E il Mediterraneo non funziona più da isolante, vede un continuo flusso di imbarcazioni cariche di gente diretta alle sponde europee, mentre un alleato cruciale come la Turchia divide i confini con Siria, Iraq e Iran.

Tuttavia, il fatto stesso che la sicurezza europea e atlantica sia minacciata da due lati, sud ed est, rende la Nato l’unico foro in cui l’Occidente può ancora unirsi. Una credibile politica di risposta deve avere alle spalle un deterrente di sicurezza credibile e convincente, e deve essere sostenuta da un consistente sforzo diplomatico. Solo la Nato, in quanto alleanza politico-militare, è in grado di compierlo. Solo la Nato può mantenere gli Stati Uniti all’interno di una politica condivisa.

Potrà farlo, la Nato? Soltanto se, nel prossimo Summit di settembre nel Galles, i leader dell’Alleanza saranno all’altezza di questa nuova sfida. Nuova, perché non è un ritorno alla guerra fredda. Malgrado la crisi in Ucraina, le relazioni con Mosca restano più complesse di una pura contrapposizione. La Nato ha bisogno di parlare ai russi, come di dissuaderli da un ulteriore espansionismo e destabilizzazione dell’Europa centrale e orientale. La Russia ha una consistente potenza militare (per non parlare del suo arsenale nucleare), ma ha anche legittime preoccupazioni di sicurezza, nell’Ucraina orientale e sulla costa della Ctimea, che devono essere affrontate al tavolo negoziale piuttosto che sul terreno.

La Nato sta entrando in una nuova fase. Il problema russo esiste, e richiede che vengano rassicurati gli alleati orientali. Ma la Nato non può evitare di riconoscere appieno l’assai più vasto contesto della sicurezza globale e le altre minacce che incombono alle sue stesse porte. Il Summit non dovrà ridursi a uno sterile dibattito tra opposte visioni, la statica e la flessibile, dell’Alleanza e della difesa comune. O i leader della Nato saranno in grado di definire e riconoscere la duplice sfida alla sicurezza, nelle pianure dell’Europa centrale e nel Mediterraneo, oppure per la prima volta nei 65 anni della sua storia l’Alleanza verrà meno alla sua missione centrale: garantire a lungo termine la sicurezza a tutti i suoi membri.

Pubblichiamo questo articolo su gentile concessione di "Longitude", mensile di politica internazionale diretto da Pia Luisa Bianco. Il testo originale, in inglese, è apparso nel numero 41 di agosto della rivista. Stefano Stefanini, vicepresidente di Oto Melara, una società del gruppo Finmeccanica, è stato Rappresentante permanente d'Italia presso la Nato e Consigliere diplomatico del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
 
Libia: un paese fuori controllo, i principali attori in campo
4 ago 2014 18:16 - (Agenzia Nova) - Il ritiro di numerose delegazioni diplomatiche da Tripoli e, in particolare, la chiusura delle ambasciate di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, hanno dimostrato la scorsa settimana la profonda sfiducia che regna intorno alla Libia ed alle sue prospettive future. Come già visto in passato, costituisce un’illusione tipicamente occidentale quella di ritenere che bastino una costituzione cartacea e istituzioni formalmente democratiche a trasformare una società frammentata a base tribale in una nazione ed uno stato. A somiglianza di quanto è accaduto in Afghanistan dal 2004 in avanti, anche in Libia le elezioni si sono semplicemente sovrapposte ad un substrato di poteri reali – un tempo in qualche modo addomesticati dal colonnello Muammar Gheddafi – che oggi possono utilizzarne o ignorarne i risultati a seconda delle convenienze, senza risentire in alcuna misura delle iniziative eventualmente adottate nei loro confronti dalle assemblee legislative e dai governi che ne scaturiscono.

La nuova Libia, così, non è mai nata. Al suo posto ne sono invece emerse tante, anzi moltissime, a seconda che si faccia riferimento alle maggiori tribù o si prendano in considerazione tutte le strutture armate esistenti nel paese. Si stima in effetti che al momento operino nell’ex colonia italiana non meno di 1.200 milizie armate, che disporrebbero di non meno di 300mila uomini, a fronte di una popolazione complessiva di circa 7 milioni di abitanti. Si tratta di un rapporto spaventoso: a titolo di confronto, sarebbe come se in Italia vi fossero quasi tre milioni di uomini armati, raggruppati in decine di migliaia di strutture paramilitari. Nessuno sa come venirne a capo. Naturalmente, non tutte le milizie sono egualmente potenti. Schematizzando al massimo la situazione, con le inevitabili forzature che questa operazione comporta, le organizzazioni più forti sono quelle che emanano da Zintan e da Misurata, cui vanno aggiunti gli uomini agli ordini del generale Khalifa Haftar ed il gruppo jihadista prossimo ad al Qaeda noto come Ansar al Sharia.

La milizia di Zintan, composta da berberi, è in fama di (relativa) laicità ed ha avuto un ruolo di primo piano nella sconfitta del regime guidato da Gheddafi, essendo stata la prima formazione ribelle ad entrare in Tripoli nel 2011. Trae gran parte delle proprie risorse dall’occupazione dell’aeroporto della capitale, che controlla ormai da tre anni, sottoponendo i traffici di uomini e merci in transito per lo scalo a vessazioni di ogni genere. La “brigata” di Misurata è invece dominata dagli islamisti ed è considerata il presidio della Fratellanza Musulmana in Libia. Di qui, il supporto che le è stato assicurato lungamente dal Qatar e, dall’altro lato, quello da essa stessa a sua volta elargito al regime del deposto presidente egiziano Mohammed Morsi, sotto forma di aiuti pari ad oltre 1,6 miliardi di dollari.

Poi vi sono le truppe del generale Haftar che, con l’aiuto degli uomini di Zintan, ha prima tentato di impadronirsi di Tripoli e poi di Bengasi, con l’appoggio segretamente fornito dagli egiziani, venendo tuttavia sconfitto in entrambi i casi. Infine, c’è Ansar al Sharia, gruppo di matrice salafita e jihadista, che ha la propria roccaforte in Cirenaica, è probabilmente collaterale al network internazionale del terrore e quasi certamente responsabile dell’imboscata costata la vita all’ambasciatore americano Chris Stevens l’11 settembre 2012. Brigata di Misurata ed Ansar al Sharia, per quanto riconducibili a famiglie islamiche differenti, hanno finora prevalso su Haftar, che non è quindi riuscito nel disegno di impadronirsi del paese e di rifondare l’Esercito nazionale intorno alle sue truppe. Non è stata invece piegata la milizia di Zintan, che è ancora padrona dell’aeroporto della capitale.

La battaglia, all’occasione innestata dalla decisione di trasferire a breve la sede del parlamento da Tripoli a Bengasi è quindi aperta e destinata ad aspri sviluppi. Anche perché sulle rivalità locali e la lotta per il potere in Libia pesa il confronto più ampio tra la Fratellanza Musulmana e le forze che le si oppongono in tutta l’area nordafricana e mediorientale. La brigata di Misurata è, insieme ad Hamas, uno degli ultimi presidi degli Ikhwan nella regione. Proprio per questo, viene sostenuta in modo significativo dall’esterno dai tradizionali amici della Fratellanza, mentre tutte le potenze ostili ai Fratelli manovrano per circoscriverne l’influenza. In questa partita, è molto probabile che i sauditi, assai presenti sulla scena libica, abbiano spregiudicatamente giocato più carte, inclusa forse anche quella dell’Ansar, mentre gli egiziani hanno puntato principalmente su Haftar, esattamente come gli Stati Uniti. Il fatto che l’ambasciata statunitense abbia chiuso, sgomberando tutto il proprio personale verso Tunisi, suona adesso come un’implicita ammissione dell’insuccesso di questa politica.

Non è andata molto meglio al progetto di creare delle unità militari e di polizia autenticamente leali al governo. Promosso dagli Usa, vede impegnata anche l’Italia, che sta addestrando sul proprio territorio alcuni soldati libici mentre partecipa con un centinaio di uomini schierati oltremare anche ad una missione parallelamente ideata dall’Unione europea. Anche in questo caso, il fallimento non è sorprendente. La costituzione di un esercito non è infatti un processo esclusivamente tecnico, ma dipende invece dall’esistenza a monte di un’autorità politica riconosciuta ed accettata dai detentori del potere effettivo ne paese. Tale condizione è molto di là da venire in Libia. Ecco perché quanto oggi possa essere fatto è al momento solo oggetto di vaghe congetture. E’ tuttavia evidente che non sarà dagli Stati Uniti che giungeranno risposte e soluzioni. Washington ha infatti chiaramente fatto capire che questa vicenda, di primario interesse europeo, deve essere gestita prioritariamente dalle potenze rivierasche ed in particolare dall’Italia, che conosce meglio di chiunque altro il paese. Il presidente Barack Obama lo ha ricordato al premier Matteo Renzi il 27 marzo scorso.

Il problema è che in questa fase difficile l’Italia non pare avere le risorse psicologiche e la chiarezza d’idee necessarie ad un’impresa di così grandi proporzioni. Anche per questo motivo, sarebbe pertanto opportuno avviare un dibattito politico interno sul tipo di Libia che vorremmo veder emergere, finora sostanzialmente eluso, per individuare i partner locali ed internazionali con i quali porre eventualmente in essere un progetto e definire una metodologia d’intervento, che potrebbe anche rifarsi al modello della missione Alba condotta con successo in Albania nel 1997. Tale compito appare difficilmente appaltabile all’esterno, al contrario di quanto sembra al momento ritenere il premier Renzi, che si è appellato addirittura alle Nazioni Unite, anche perché nessun paese europeo od occidentale ha interessi tanto forti quanto i nostri in Libia, sia sotto il profilo della sicurezza energetica che sotto quello del controllo dei flussi migratori. Tocca quindi al nostro paese farsi avanti, magari sfruttando anche il semestre di presidenza delle istituzioni comunitarie per cercare di porre il tema in cima all’agenda Ue. La possibile emergenza gasifera collegata al deteriorarsi dei rapporti con la Russia potrebbe offrire lo spunto per introdurre la questione anche in ambito Nato, magari ricordando sommessamente agli alleati le responsabilità di chi ha avventatamente precipitato la Libia nel baratro in cui si trova.
 
Medio Oriente: nuova fase dello scontro tra Hamas ed Israele
4 ago 2014 18:16 - (Agenzia Nova) - Dopo oltre tre settimane di combattimento, il governo israeliano ha finalmente deciso di allentare unilateralmente la pressione militare su Gaza. I soldati che vi erano entrati sono in larga misura nuovamente stanziati in territorio israeliano, mentre una parte residua, rimasta all’interno della Striscia, si è comunque avvicinata al confine, per stabilirvi provvisoriamente una fascia di sicurezza. E’ molto probabile che a breve segua la smobilitazione graduale dei riservisti richiamati alle armi a migliaia in questi giorni, una volta che la situazione si sia in qualche modo stabilizzata. In termini strettamente tecnici, si tratta di un comportamento abbastanza in linea con le tradizioni recenti dello Stato ebraico, che non può permettersi di condurre operazioni prolungate nel tempo, e tende a decidere abbastanza autonomamente quando e dove fermarsi, anche per non dover ammettere la propria dipendenza da qualche potenza esterna.

E’ stato così anche questa volta: dopo il fallimento dei diversi tentativi di mediazione messi in piedi negli ultimi giorni – specialmente dagli egiziani, dai turchi e dagli statunitensi – è stata Gerusalemme a comunicare unilateralmente l’inizio del ritiro delle proprie truppe terrestri dalle zone di combattimento. La scelta, che comunque non pregiudica la possibilità di continuare ad utilizzare il potere aereo, era comunque nell’aria, dopo il pronunciamento del monarca saudita, re Abdullah, che il primo agosto aveva per la prima volta criticato il silenzio dei leader arabi nei confronti della strage in atto a Gaza.

Le modalità di conclusione del conflitto e gli sviluppi che faranno seguito a questa sanguinosa battaglia, costata alla vita a quasi 1.700 palestinesi, cioè ad un residente su mille, e ad una sessantina di cittadini israeliani, in massima parte soldati, permetteranno certamente di far maggiore chiarezza sulle cause che hanno precipitato questo urto. Alcune piste, tuttavia, sembrano già più calde di altre. Il ritiro sembra ad esempio comprovare che Tel Aviv non mirasse davvero né all’eliminazione di Hamas né alla sua distruzione come entità militare, al contrario di alcuni paesi, come Arabia Saudita, Giordania ed Egitto, che da dietro le quinte hanno fiancheggiato con discrezione le azioni israeliane. Il movimento islamista di Gaza esce infatti dallo scontro politicamente più forte e con un prestigio militare quasi paragonabile a quello dell’Hezbollah, nel frattempo ormai costretto a difendersi dall’Isis, nato anche grazie al sostegno assicurato da importanti ambienti turchi e sauditi, non solo in territorio siriano ma anche alle porte di casa, sulla frontiera libanese.

Può naturalmente esserci stato anche un errore di calcolo a monte. Ma sembra difficile, dopo le esperienze fatte in una molteplicità di guerre, che qualcuno in Israele potesse davvero credere che una campagna di bombardamenti contro i civili fosse sufficiente a suscitare una rivolta contro Hamas. Gaza non è infatti l’Italia del 1943. Occorrerebbe supporre una grave compromissione delle capacità intellettuali degli stati maggiori per ritenerla una spiegazione plausibile, come se il pensiero militare israeliano fosse rimasto agli anni Quaranta del secolo scorso. Vi è peraltro chi lo pensa, come Martin van Creveld, autore di una magistrale storia delle Forze armate israeliane. In effetti, qualche povero sventurato ha protestato a Gaza, ma i più continueranno ad odiare lo stato ebraico ed appoggiare chiunque lo voglia combattere nei prossimi decenni. Lo faranno anzi con maggior intensità, in ragione dei lutti subiti. Molti tunnel sono di sicuro sopravvissuti ai raid – ve ne erano per centinaia di chilometri – e quelli danneggiati verranno presto o tardi riparati, in barba a tutti gli embarghi, di cui paradossalmente Hamas si è valsa per rigettare sulle spalle israeliane la responsabilità della fame e della povertà nella Striscia, acquistando consensi.

Sembra pertanto possibile ipotizzare che con l’operazione “Protective Edge” gli israeliani abbiano potuto perseguire un obiettivo diametralmente opposto a quello dichiarato, cercando paradossalmente di restituire vigore e smalto ad Hamas, alla cui nascita in funzione del ridimensionamento dell’autorità di Yasser Arafat avevano del resto contribuito a suo tempo. Un Hamas rinvigorito, infatti, renderebbe più difficili le prospettive di un ipotetico negoziato per il riconoscimento dello stato palestinese: una prospettiva semplicemente inaccettabile per il premier Benjamin Netanyahu.

Può peraltro aver giocato un ruolo importante anche la variabile iraniana. Diversi analisti, infatti, pongono in relazione l’avvio delle operazioni contro Gaza, risalente all’8 luglio scorso, alla tornata negoziale del 5+1 del 20 seguente. Sia che fosse un risultato programmato o meno, è tuttavia un fatto che la piazza iraniana si sia mobilitata spontaneamente a favore di Gaza e contro chi si ritiene sostenga sempre e comunque Israele, come gli Stati Uniti, a prescindere dalle politiche contingenti perseguite dall’attuale presidente, in realtà alquanto freddo nei confronti della dirigenza dello stato ebraico. Così che ora esiste un fatto nuovo, un ostacolo supplementare sul già accidentato percorso che dovrebbe condurre alla riconciliazione tra Stati Uniti ed Iran.

Piaccia o non piaccia, le dinamiche politiche mediorientali non ruotano più principalmente intorno al conflitto israelo-palestinese. Piuttosto, il conflitto israelo-palestinese è diventato uno dei fronti del più ampio scontro trasversale che coinvolge ormai anche Iraq, Libano e Siria, e contrappone da anni i sostenitori della Fratellanza Musulmana e delle “primavere arabe” ai loro irriducibili avversari. Gli stessi che si ostinano ad ostacolare in ogni modo possibile l’avanzata dei negoziati tra Teheran e la comunità internazionale. Gli Usa questa volta non possono più mediare. O per lo meno, non possono farlo con la medesima autorevolezza ed efficacia del passato. Da un lato, infatti, sono divenuti parte in causa, e non dal lato in cui si suppone che tradizionalmente si trovino. Dall’altro, proprio per questo motivo, Washington ha perso la fiducia di molti dei suoi vecchi partner regionali senza acquisire quella di nuovi, che è invece indispensabile per far progredire un eventuale dialogo. E’ quindi molto probabile che Medio Oriente e parte del Nord Africa vadano ancora alla deriva per un lungo periodo.