Atlantide
13.07.2014 - 19:26
Analisi
 
Nuova crisi a Gaza, ma non è come nel 2012
13 lug 2014 19:26 - (Agenzia Nova) - L’assassinio di tre giovani ragazzi israeliani ha provocato un nuovo ciclo di violenze in Medio Oriente, con la consueta escalation che sta contemplando, da un lato, il lancio di razzi verso il territorio dello Stato ebraico e, dall’altro, le ritorsioni dei cacciabombardieri di Tel Aviv e l’approntamento di una forza terrestre d’invasione. In apparenza, la dinamica è la stessa di sempre: chi ha interesse a far deragliare una politica che tende alla moderazione, ad un certo punto provoca militarmente Israele, nella certezza che il ricorso alle armi da parte di quest’ultimo genererà una nuova polarizzazione, bloccando ogni spiraglio per il dialogo e rinfocolando gli odi. Il bersaglio più verosimile di quanto sta accadendo è l’accordo con il quale Fatah ed Hamas hanno dato vita ad un esecutivo unitario, ponendo fine alla separazione di fatto che contrassegnava da anni le relazioni tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Nessuno sa, al momento, se l’intesa alla base della riconciliazione tra il partito laico palestinese diretto da Abu Mazen e la formazione islamista guidata da Ismail Haniyeh sia stata o meno preparata o favorita da alcune potenze regionali.Le fonti locali tendono tuttavia ad escluderlo, attribuendo la sottomissione di Hamas a Fatah alla necessità avvertita dalla costola palestinese della Fratellanza Musulmana di sottrarsi ad una situazione sempre più critica di isolamento.

Il colpo di stato militare in Egitto e la successiva ascesa del generale Abdel Fatah al Sisi ai vertici del potere cairota, fortemente sostenuti dalla corte di Riyahd, avrebbero infatti privato Hamas di qualsiasi prospettiva, inducendola a cercare il compromesso con la autorità di Ramallah. La riconciliazione, conseguentemente, sarebbe maturata in condizioni di straordinaria debolezza per il movimento islamista. Per questo motivo, appare improbabile che sia stata la leadership di Hamas a precipitare la crisi in atto, il cui innesco è molto più verosimilmente dovuto a chi ha obiettivo interesse alla liquidazione definitiva della formazione o almeno della sua leadership attuale. Forze locali che sono ai suoi margini, che desiderano cambiarne la linea o intendono occuparne lo spazio politico. Ma anche, molto probabilmente, delle potenze esterne.

La lista dei sospetti è lunga. Al suo interno spicca però l’Arabia Saudita, che forse ha sostenuto l’accordo con cui è stata provvisoriamente ricomposta l’unità palestinese, ma che già in Egitto ha dato prova di grande abilità nello stringere in una morsa letale l’Islam politico popolare della Fratellanza, obbligandolo a destreggiarsi tra le esistenti strutture laiche di potere e l’estremismo salafita o jihadista. Israele è da tempo un alleato di fatto di Riyahd. Potrebbe pertanto aver autolimitato in un primo momento la propria rappresaglia successiva all’uccisione dei tre giovani avvenuta in Cisgiordania proprio per non mettere in imbarazzo la corte saudita, salvo poi accettare la sfida, una volta compreso il fatto che il definitivo ridimensionamento di Hamas potrebbe essere gradito a Riyahd. Questa crisi è quindi profondamente diversa rispetto a quella del 2012, che insorse al culmine della Primavera Araba e dell’ascesa della Fratellanza Musulmana in tutto il Nord Africa e parte significativa del Medio Oriente. Allora, infatti, un Israele isolato come non mai si trovava nel bisogno di testare la residua determinazione a difenderlo in un conflitto combattuto contro gli arabi da parte di una Casa Bianca che aveva sposato la causa degli Ikhwan ed era schierata con il presidente egiziano Mohamed Morsi. Questa volta, invece, non è così.

Il quadro regionale si è infatti sensibilmente modificato, in seguito al tentativo di riportare indietro le lancette della storia. Ed Israele non è più solo. Anzi, appare nettamente più tranquillo, circondato com’è di macerie, e può quindi anche regolare quelle che avverte come pendenze irrisolte, specialmente se qualcosa lo convince di avere l’appoggio implicito dei suoi nuovi alleati di fatto. L’Iran in effetti non sembra in grado di influire su quanto accade, anche se ha certamente avuto un ruolo nella ricostituzione delle ingenti scorte di razzi che Hamas sta ora scagliando contro Israele, persino sulla città santa di Gerusalemme. D’altra parte, la sorte del tentativo riformista e dil dialogo con l’Occidente intrapreso dal Presidente Hassan Rouhani non dipende tanto dal destino di Hamas quanto piuttosto dalla sopravvivenza dei regimi al potere a Damasco e Baghdad. Per questo, Teheran ha inviato i pasdaran e, forse, anche elementi dell’Esercito regolare, l’Artesh, a difendere Bashar al Assad e Nouri al Maliki e non, invece, Hamas, che può essere evidentemente sacrificato.

Retorica a parte, Gaza è quindi divenuta un teatro operativo di importanza secondaria nel calcolo strategico di molti sullo scacchiere internazionale. Cosa che spiega perché se ne stiano preoccupando più le agenzie umanitarie ed i movimenti politici antagonisti che le diplomazie. Questa situazione dovrebbe rendere più facili anche le scelte di schieramento in questa crisi da parte degli Stati Uniti: il Dipartimento di Stato è certamente ostile ad Hamas e neanche il presidente Barack Obama pare ormai intenzionato più di tanto ad interferire per proteggerlo. Può restare perciò serenamente alla finestra, offerte di mediazione a parte, mentre gli israeliani martellano la Striscia, come del resto è congeniale all’attuale amministrazione, che è ben lieta di rimettere agli altri il compito di fare ordine a casa propria, senza che ciò comprometta in nulla il grande progetto geopolitico del Presidente: lo storico accordo con Teheran, che permetterebbe finalmente agli Stati Uniti di svincolarsi dal Medio Oriente e modificherebbe sensibilmente a suo favore l’equazione di potenza in tutta l’Eurasia. (g.d.)