Corno d'Africa
10.07.2014 - 16:28
ANALISI
 
Somalia-Usa: Washington intensifica assistenza militare a Mogadiscio, l’obiettivo è la sconfitta di al Shabaab
10 lug 2014 16:28 - (Agenzia Nova) - Un articolo pubblicato questa settimana dalla rivista settimanale statunitense “Newsweek” ha rivelato che consiglieri militari statunitensi avrebbero segretamente operato in Somalia fin dal 2007 e che nei piani attuali di Washington ci sarebbe l’intenzione di approfondire la propria presenza militare sul campo per aiutare le autorità somale a respingere le minacce da gruppo militante islamico di al Shabaab. Se confermata, la notizia sarebbe il primo riconoscimento pubblico di una presenza militare statunitense in Somalia risalente all'amministrazione dell’allora presidente George W. Bush, e rappresenterebbe l’ulteriore segnale del crescente interesse degli Stati Uniti per la Somalia, già manifestato in più occasioni dal presidente Barack Obama. Secondo l’articolo, che cita alte fonti militari statunitensi, attualmente in Somalia sarebbero presenti circa 120 tra formatori e consulenti sul terreno, una cifra ben più rilevante rispetto a quella annunciata nel gennaio scorso dal Pentagono, che parlò di “una manciata” di consiglieri inviati nel mese di ottobre 2013.

Secondo le fonti, il piano statunitense prevede un maggiore impegno militare e nuovi fondi per la formazione e l'assistenza dell'Esercito nazionale somalo (Sna), dopo anni di collaborazione con la missione dell'Unione africana in Somalia (Amisom) che vede attualmente impegnati circa 22 mila soldati provenienti da Uganda, Kenya , Sierra Leone, Burundi, Gibuti ed Etiopia. In particolare, nel corso degli anni le forze militari Usa avrebbero fornito consulenza e assistenza in settori connessi alla pianificazione di missioni, alle tattiche per le piccole unità, alle cure mediche, alla tutela dei diritti umani e alle comunicazioni. Se confermati, i piani per espandere ulteriormente l'assistenza militare da parte degli Stati Uniti coinciderebbero con un maggiore impegno da parte del governo somalo e delle forze di pace dell'Unione africana (Ua) nel contrastare la sanguinosa campagna terroristica condotta da oltre sette anni dal gruppo islamista filo-al Qaeda degli al Shabaab che proprio nei giorni scorsi si è reso protagonista di un altro “spettacolare” attacco lanciato contro il palazzo presidenziale a Mogadiscio, conclusosi con l’uccisione di tutti gli assalitori e a seguito del quale sono stati destituiti i vertici della polizia e dei servizi segreti somali.

L’annuncio di Washington - che peraltro conferma le dichiarazioni rilasciate nel mese scorso dal sottosegretario di Stato per gli affari politici, Wendy Sherman, che aveva parlato di "un piccolo contingente di militari statunitensi" presenti in Somalia da diversi anni, riflette anche un approfondimento delle relazioni tra Usa e Somalia, testimoniato dalla prossima nomina di un nuovo ambasciatore statunitense a Mogadiscio, il primo dal 1993, e va inquadrato in una rinnovata politica portata avanti da Washington nella regione dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, se non qualche anno prima. Già nel 1998, infatti, gli Stati Uniti inizarono a considerare la regione soprattutto in termini di sicurezza, a seguito di due attentati simultanei che avevano raso al suolo le ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar es Salaam e all’attacco condotto nel 2000 da una piccola imbarcazione contro il cacciatorpediniere “Uss Cole” di stanza nel porto di Aden, che uccise 17 soldati statunitensi ferendone 39.

L’insediamento alla Casa Bianca di George W. Bush nel 2000 e gli attacchi dell’11 settembre dell’anno successivo, poi, fecero il resto, favorendo una riformulazione delle priorità di Washington su scala globale e la questione dell’opposizione ai movimenti armati legati ad al Qaeda venne posta in cima all’agenda internazionale. Il 23 settembre 2001, meno di due settimane dopo gli attentati, il presidente Bush firmò l’ordine esecutivo per bloccare i fondi di 27 organizzazioni e di numerosi individui legati al terrorismo internazionale. All’interno della lista nera statunitense compaiono due organizzazioni somale: il gruppo islamico al Itihad al Islaami (Aiai) e la compagnia di rimesse al Barakat. La seconda misura intrapresa per rispondere efficacemente all’influenza di al Qaeda nel Corno d’Africa e sul mar Rosso fu la creazione della Combined Joint Task Force - Horn of Africa (Cjtf-Hoa), un comando militare integrato con sede nella base francese di Camp Lemonnier, a Gibuti. La missione, nata nell’ambito del programma del Dipartimento della Difesa “Enduring Freedom”, dipende oggi dallo Us African Command (Africom), il comando statunitense con sede in Europa che coordina la presenza Usa in Africa sub-sahariana.

Durante tutto il 2005 e nei primi mesi del 2006 Mogadiscio fu teatro di una serie di omicidi mirati e di sparizioni improvvise senza precedenti, soprattutto tra alcune élite islamiche e tra ferventi attivisti politici ad esse vicini. Queste azioni di detenzione e di “pulizia” preventiva furono portate avanti da una nuova fazione armata, costituitasi formalmente solo nel marzo del 2006 sotto il nome di Alliance for Restoration of Peace and Counter-Terrorism (Arpct). L’alleanza si presentava come un gruppo di capi milizia legati in parte alle Istituzioni federali di transizione e finanziati dagli Stati Uniti nell’ambito della guerra al terrore. La sconfitta dell’Alleanza per mano delle milizie legate all’Unione delle Corti islamiche (Uci) causò non pochi imbarazzi per la stessa amministrazione Bush e, in particolare, per la sua intelligence, rivelatasi incapace di individuare e colpire i responsabili delle stragi del 1998. Il rafforzamento della coalizione islamista dell’Uci e la sua espansione su gran parte delle regioni della Somalia centro-meridionale tra il giugno e il dicembre 2006 vennero spezzati solo dall’intervento militare dell’Etiopia.

Seppur alleati storici, Addis Abeba e Washington hanno sempre avuto due agende diverse per la crisi somala. Se la prima è certamente interessata a mantenere la Somalia in uno stato di debolezza, e quindi – se necessario – anche in una condizione di confusione e conflitto, la seconda appare influenzata da obiettivi legati allo smantellamento di eventuali cellule qaediste, e dunque più favorevole alla ristrutturazione di un apparato statale. Se ci fu luce verde da parte degli Usa per l’intervento etiope in Somalia, si trattò dunque solo di una momentanea convergenza di interessi. Con l’elezione alla casa Bianca di Barack Obama, nel 2009, la situazione non è mutata in maniera significativa, dal momento che la strategia statunitense stenta ancora a cercare un’alternativa alla lotta al terrore che non sia quella della mera azione militare e le autorità di Washington non sembrano voler andare al di là di un appoggio politico e militare alle autorità di Mogasdiscio, senza imbarcarsi in strategie più ampie di riappacificazione e di approccio diretto con la popolazione. (Marco Malvestuto)