Corno d'Africa
26.06.2014 - 15:58
ANALISI
 
Etiopia-Israele: la visita di Lieberman ad Addis Abeba rafforza la strategia israeliana nella regione
26 giu 2014 15:58 - (Agenzia Nova) - Il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha concluso questa settimana la sua visita di due giorni in Etiopia, dove si è recato insieme ad una delegazione composta da 50 attori economici e commerciali israeliani provenienti da diversi settori. La visita di Lieberman in Etiopia, la terza dal 2009, rientra nell’ambito di un tour regionale di dieci giorni che vedrà il capo della diplomazia israeliana visitare altri cinque paesi africani - Ruanda, Costa d'Avorio, Ghana e Kenya - a testimonianza del legame sempre più stretto che unisce Israele all’Etiopia e, più in generale, ai paesi dell’Africa sub-sahariana. Durante il suo soggiorno ad Addis Abeba Lieberman ha incontrato alti funzionari del governo etiope, tra cui il presidente tra Mulatu Teshome, il primo ministro Hailemariam Dessalegn e il ministro degli Esteri Tedros Adhanom. Tra i temi al centro della visita di Lieberman, la cooperazione sia sul piano umanitario che su quello politico-economico tra i due paesi.

Fra Israele ed Etiopia intercorrono eccellenti relazioni sia sul piano diplomatico che su quello economico e commerciale, se è vero che, secondo gli ultimi dati, il volume degli scambi commerciali tra i due paesi i ha raggiunto i 112 milioni di dollari nel 2013, contro i 46 milioni di dollari del 2004. Secondo l'Agenzia etiope per gli investimenti, inoltre, attualmente sono circa 200 le società israeliane ad aver acquisito licenze in Etiopia, di cui 64 hanno già avviato le loro attività, in particolare nel settore agricolo, in quello idrico ed energetico, in quello della sicurezza e in quello dell’orticoltura e della floricoltura. A conferma di ciò, nel corso di un seminario d'affari organizzato dalle ambasciate israeliana ed etiope in collaborazione con la Camera di Addis Abeba, il ministro degli Esteri etiope, Tedros Adhanom, ha promesso ulteriore sostegno alle aziende israeliane nel paese, elogiandole per il loro contributo nel rilancio economico dell'Etiopia.

Tra le 50 aziende che hanno accompagnato il ministro degli Esteri, anche una delegazione della società Arava Power, che sta conducendo uno studio di fattibilità sullo sviluppo di energia geotermica e solare in Etiopia. Ma le relazioni tra Israele ed Etiopia non si limitano all’ambito economico e commerciale, affondando le loro radici anche in motivazioni storiche e religiose. In Israele vive, infatti, una numerosa comunità etiope di origine ebraica, i Falascia: attualmente ne sono presenti circa 120 mila, contro i quattromila ancora residenti in Etiopia. La vicenda dei Falascià - noti anche col termine Beta Israel, che significa “Casa di Israele” - è strettamente legata ad Israele, che a partire dagli anni Ottanta avviò le operazioni Mosè, Giosuè e Salomone per il trasferimento di decine di migliaia di Falascià nello Stato ebraico attraverso l’allestimento di ponti aerei allestiti in assoluta segretezza. Il trasferimento avvenne sia per ragioni umanitarie che di opportunità: un massiccio ingresso di nuovi cittadini israeliani avrebbe infatti contribuito a contrastare la crescita demografica araba, oltre che a porre in salvo questa fetta di popolazione da persecuzioni e carestie in Etiopia e in Sudan (dove molti etiopi vivevano rifugiati).

La campagna di rimpatrio degli ebrei d’Etiopia si è conclusa nell’agosto 2013, come conseguenza dell’inasprimento della politica sull’immigrazione di Israele. Nonostante l’irrigidimento dei criteri d’entrata, da allora circa 200 ebrei etiopi hanno continuato ad affluire ogni mese in Israele ad ondate ininterrotte. Sui circa 120 mila Falascià recensiti oggi in Israele, all’incirca i due terzi sono nati dopo l’immigrazione dei loro genitori negli anni Novanta, mentre l’Etiopia era in ginocchio a causa della carestia. La loro integrazione è stata tuttavia disseminata di insidie: oltre a doversi confrontare con le discriminazioni e il razzismo di alcune frange della società israeliana, gli ebrei etiopi vivono in una situazione di disagio economico. All’incirca il 60 per cento delle famiglie dipende oggi dall’aiuto sociale e vive al di sotto della soglia di povertà, mentre la droga e l’alcolismo condannano i giovani.

Spesso alloggiati nelle città periferiche del sud lontani dai bacini d’impieghi, i Falascià conoscono un tasso elevato di disoccupazione dell’ordine del 65 per cento presso chi ha più di 45 anni di età. Inoltre, numerosi scandali hanno inoltre intaccato il loro percorso. Nel 1996, durante una campagna nazionale di raccolta, il Centro israeliano di trasfusione sanguigna ha fatto gettare tutti i doni degli immigrati etiopi per paura che fossero portatori di Aids, mentre negli anni Duemila, per ottenere il diritto di emigrare in Israele, le donne di origine ebrea etiope sarebbero state costrette a ricevere un’iniezione di un contraccettivo che si suppone le abbia rese sterili per tre mesi, come denunciato nel gennaio 2013 dal quotidiano israeliano “Haaretz”, che citava anche l’ammissione di una fonte governativa arrivata dopo che nel 2012 il dramma era stato portato alla luce da un programma televisivo del canale israeliano “Ietv”.

Esaminando il contesto globale, il forte interesse di Israele verso l’Etiopia fa parte però di una strategia più ampia che vede lo stato ebraico sempre più presente ed attivo nell’area dell’Africa sub-sahariana. Già a partire dagli anni ’50 e ’60 Israele iniziò a stringere importanti rapporti, in particolare con Etiopia e Nigeria, divenendo un importante interlocutore per diversi paesi dell’Africa sub-sahariana. Successivamente, a partire dagli anni Ottanta e, con più decisione, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’accoglienza di studenti, gli stage di apprendistato agricolo nell’agro-alimentare, l’irrigazione e soprattutto la formazione militare hanno consentito ad Israele di creare delle reti di influenza e di raccolta di informazioni in una buona parte del continente africano. In Etiopia, dopo avere sostenuto l’imperatore Hailé Selassié, Israele ha puntato sul suo successore, Mengistu Hailé Mariam, rifornendolo di armi per combattere i ribelli del Tigré e del Fronte di liberazione dell’Eritrea (Fple).

Obiettivo degli israeliani era di evitare che il Mar Rosso diventasse un “mare arabo”, preoccupazione che è ancora attuale. All’epoca della guerra contro il terrorismo islamico, Israele ha inoltre allargato il suo campo di attività, collocando delle forze speciali a Gibuti, per assicurare il passaggio delle navi dirette al porto di Eilat. Oltre a ciò, la possibile entrata di Israele nel club dei paesi osservatori dell’Unione africana (Ua) - in agenda per il 2014 e già votata da Etiopia, Nigeria ed Uganda - potrebbe influenzarne le decisioni, attraverso un ribilanciamento del peso geopolitico del continente in funzione anti-egiziana. L’Africa è da anni un interesse geo-strategico per Israele. Oltre alla questione del commercio e delle risorse naturali, è una pedina importante nella scacchiera della difesa, basti pensare alla vendita di armamenti, alla guerra al fondamentalismo e allo scambio di intelligence. Non a caso, a seguito dell’attentato al centro commerciale Westgate di Nairobi del settembre 2013, il governo di Nairobi chiese aiuto ad Israele.

Attraverso una maggiore presenza politica ed economica nel continente africano, Israele mira anche ad arginare l’avanzata dell’Iran. Secondo numerose fonti d’intelligence, infatti, il Sudan sarebbe diventato il principale luogo di transito per gli aiuti militari iraniani diretti verso i gruppi di resistenza palestinese residenti a Gaza. Dal 2009 ad oggi l’aeronautica israeliana ha compiuto numerose sortite contro il Sudan, l’ultima delle quali risale al 2012, quando fu presa di mira una fabbrica di armamenti nella capitale Khartoum. La minaccia però non si limita solo al Sudan e la penetrazione iraniana si intravede anche nei crescenti contatti tra l’Iran, Hezbollah e i diversi gruppi armati presenti attraverso il continente africano, in primis gli al Shabab in Somalia e il Boko Haram in Nigeria. Alla luce di ciò si spiega la richiesta strategica israeliana di adesione all’Ua, che Tel Aviv conta di poter veder esaudita grazie ai forti rapporti diplomatici che intrattiene con più di 40 dei 54 stati membri dell’Ua e facendo perno sugli stretti legami politico-militari sviluppati con Etiopia, Nigeria e Kenya. (Marco Malvestuto)