Atlantide
25.06.2014 - 12:07
ANALISI
 
Ucraina: dietro le mosse politico-militari in vista accordo probabile tra Putin e Poroshenko
25 giu 2014 12:07 - (Agenzia Nova) - Dietro la guerra di versioni contrapposte tra l’Ucraina ed i suoi alleati occidentali e la Russia, qualcosa si muove. Nel distretto del Donbas si combatte aspramente, anche perché il governo di Kiev ha compreso i limiti oltre i quali il presidente russo Vladimir Putin non intende spingersi, ma in realtà sembra ormai prendere piede un progetto di accordo. Secondo alcune fonti riservate, il neoeletto capo dello stato ucraino, Petro Poroshenko, si sarebbe segretamente recato in Russia non meno di quattro volte prima della sua vittoria del 25 maggio scorso, discutendo con le autorità russe i punti fermi di un possibile compromesso. Siccome al fondo dell’azione di destabilizzazione alimentata con successo dal Cremlino nell’Ucraina orientale da marzo in avanti ci sono essenzialmente questioni relative all’allineamento internazionale di Kiev ed al rispetto dei diritti della minoranza russofona locale, sembra che Poroshenko abbia accettato di scambiare il consenso tacito russo alla firma del Trattato di Associazione dell’Ucraina all’Ue, prevista per il 27 giugno nella sua residua parte economica, con l’impegno a non entrare nell’Alleanza Atlantica.

E’ probabilmente il massimo che Putin potesse pensare di ottenere in questa fase, anche se la neutralità di Kiev potrebbe presto venir meno qualora l’Ucraina entrasse a far parte della futura area transatlantica di libero scambio, la cui costituzione è da poco meno di un anno oggetto di complessi negoziati tra l’amministrazione del presidente Usa Barack Obama e la Commissione europea. Nel quadro della bozza d’intesa proposta da Poroshenko, i residenti nel Donbas che non si fossero macchiati di gravi crimini verrebbero amnistiati e sarebbe garantita al loro “oblast” (suddivisione amministrativa) un’ampia autonomia, seppure non un futuro economico certo. Per i mercenari calati nell’Ucraina orientale da molte località della Federazione russa verrebbero altresì predisposti dei corridoi di uscita. Costoro, fra i quali vi sarebbe anche un cospicuo raggruppamento di ceceni fedeli al governatore putiniano Razman Kadirov, rappresenterebbero ormai la metà di un’insurrezione forte di diverse migliaia di uomini, forse addirittura ventimila, che il governo di Kiev avrebbe infine deciso di ridurre all’obbedienza.

Per questo, infatti, da qualche tempo in Ucraina orientale si combatte aspramente. Finora, stando alle fonti ufficiali del governo di Kiev, l’offensiva lealista nel Donbas sarebbe costata la perdita di 147 regolari ucraini ed il ferimento di altri trecento, mentre non esisterebbero dati concernenti i caduti tra i separatisti. Al fronte, dopo i reparti in cui sono confluiti i miliziani più radicali del Majdan, inclusi quelli di estrazione neofascista, la Difesa ucraina si accingerebbe ad inviare anche un terzo battaglione della neonata Guardia Nazionale, allestito reclutando volontari originari del Donbas, di età compresa tra i 18 ed i 55 anni di età, che paiono essersi arruolati proprio per ripulire il proprio territorio da questi elementi esterni. Unità di soli 460 effettivi rappresentativi di tutte le componenti etniche presenti nell’Ucraina orientale (ci sono anche i greci della comunità di Mariupol, oltre ai tatari, ai bielorussi, ai georgiani e diversi membri della comunità ebraica nazionale), piuttosto sgangherata e dotata di materiali raccogliticci, ma altamente motivata, del cui addestramento si sta occupando tra l’altro anche un veterano dell’Esercito israeliano, questo terzo battaglione potrebbe in effetti presto essere utilizzato in combattimento, specialmente qualora l’accordo tacito con il Cremlino tardasse a materializzarsi.

Il suo impiego rappresenterebbe certamente un trauma ulteriore per una regione che già rischia obiettivamente l’annientamento economico-sociale, ma dovrebbe essere considerato soprattutto come una forma di esibiszione politico-militare, esattamente come le manovre militari che lo stato maggiore russo ha organizzato oltre frontiera. A questo riguardo, una nostra recente visita a Shape, il quartier generale militare integrato dell’Alleanza atlantica, basato a Mons, in Belgio, ha permesso di accertare come neanche la Nato ritenga davvero verosimile un’invasione convenzionale dell’Ucraina. Il rischieramento e l’accumulo di ingenti forze ai confini ucraini sarebbero invece serviti al Cremlino soprattutto come forma d’intimidazione e distrazione strategica, per poter meglio procedere all’infiltrazione di armi e volontari russi in territorio ucraino. Di qui, le contromosse finora assunte dall’Alleanza atlantica: misure essenzialmente difensive, reversibili e concepite più in funzione della rassicurazione di stati membri profondamente preoccupati, come Polonia e Repubbliche baltiche, che in vista di una difesa del territorio ucraino da un’improbabile offensiva russa di maggiori proporzioni.
 
Nato: la crisi in Ucraina non basta a risollevare le sorti dell’Alleanza
25 giu 2014 12:07 - (Agenzia Nova) - Il carattere difensivo, temporaneo e reversibile delle misure di rassicurazione adottate e messe in opera dall’Alleanza atlantica in relazione alla crisi in Ucraina permette di gettare un ulteriore fascio di luce sulla dinamica degli eventi in atto e sui suoi possibili effetti. In Polonia, Romania e Repubbliche baltiche sono stati inviati aerei Nato di varie tipologie, inclusi gli Awacs. Si sono organizzate esercitazioni. Piccole unità terrestri statunitensi hanno anche messo piede in Lettonia ed Estonia. Nel Mediterraneo, inoltre, l’intera missione navale denominata Active Endeavour, che dal 2001 è parte di Enduring Freedom, è stata messa a disposizione degli stati rivieraschi più esposti rispetto al rischio di essere coinvolti in qualche attività militare russa. Mentre gli stessi Stati Uniti, la Francia e l’Italia hanno rafforzato con il movimento di proprie navi le attività “addestrative” degli alleati nel Mar Nero.

Tuttavia, ed è quello che conta, a Bruxelles nessuno sembra per il momento intenzionato a scatenare una guerra mondiale. Tanto più che si è preso nota di una significativa dichiarazione resa dal presidente Usa Barack Obama nel corso di una sua recente visita alla capitale belga: “gli Stati Uniti non torneranno alle loro posizioni della Guerra Fredda”. Ad Est dell’Elba, quindi, non ci sarà alcun aumento delle truppe mantenute permanentemente da Washington, ora al simbolico livello di circa 200 uomini, che il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ritiene assolutamente insufficiente. Dovranno invece essere gli alleati europei a fare di più, anche se nessun paese membro della Nato si dimostra al momento disponibile ad accrescere le risorse da stanziare ai rispettivi bilanci della Difesa, neanche i paesi teoricamente più esposti agli umori del Cremlino. Non ci sarà quindi, almeno per il momento, alcuna garanzia militare statunitense alla sicurezza ucraina che contempli il rischiaramento di unità Usa a Kiev e dintorni, né si ha notizia di alleati che abbiano deciso diversamente e il presidente ucraino Petro Poroshenko deve averne preso atto.

Non dovrebbe esserci garanzia militare diretta – Usa o atlantica - neanche per Georgia e Moldova. Con quest’ultima, la Nato ha in piedi un dialogo politico intenso. La Georgia, invece, ambirebbe da anni alla concessione del Membership Action Plan, che chiede almeno dal 2006. Ma a questo passaggio si oppone la Germania, che pensa invece ad un pacchetto alternativo di misure di sostegno, mentre in Europa spinge per la firma dell’Accordo di Associazione all’Ue della Georgia. La circostanza è interessante e merita di essere segnalata: Berlino è infatti tiepida nei confronti di un ulteriore allargamento della Nato verso Est, mentre appoggia e propugna quello dell’Unione europea, come se questo non avesse bisogno di una qualche forma di protezione militare.

L’Alleanza resta comunque molto divisa al suo interno, tanto a causa del disinteresse di Obama per il Vecchio Continente quanto a causa del fatto che non tutti i suoi stati membri condividono il senso di allarme nei confronti di una Russia ritenuta riemergente anche se ha perso il controllo di uno dei suoi satelliti storici più importanti. Al blocco degli alleati del Nord se ne contrappone infatti uno meridionale, che è giustamente preoccupato più da quanto accade nel Mediterraneo che di ciò che succede all’Est.
 
Medio Oriente: l’assalto dell’Isis a Baghdad rafforza il riavvicinamento fra Usa e Iran
25 giu 2014 12:07 - (Agenzia Nova) - La Sponda Sud del Mediterraneo continua ad essere contrassegnata da un’instabilità profonda, in misura non piccola determinata dalla decomposizione del vecchio sistema di sicurezza locale e dal tentativo di crearne uno differente, basato su nuovi allineamenti ed equilibri. L’urto regionale si è allargato per effetto dell’attacco sferrato dai jihadisti dello Stato islamico di Iraq e Siria (Isis) nell’Iraq settentrionale, secondo diversi analisti favorito da sauditi e turchi, probabilmente allo scopo di indebolire l’asse sciita che lega Teheran a Baghdad, Damasco e l’Hezbollah libanese. Se la circostanza risultasse verificata, saremmo certamente in presenza di un grave azzardo strategico da parte di chi ha appoggiato questo movimento ormai padrone di buona parte di Siria ed Iraq, dal momento che proprio il successo della formazione islamista sta accelerando quel processo di riavvicinamento in atto tra Iran e Stati Uniti, che probabilmente intendeva invece contribuire a fermare.

Per compromettere la traiettoria della storica riconciliazione, si è già cercato con tutti i mezzi di promuovere un attacco multinazionale al regime di Damasco, mentre oggi si minaccia da vicino quello di Bagdad. Gli avvenimenti succedutisi nella regione sembrano in effetti dar torto a coloro che hanno sostenuto l’offensiva dell’Isis. Per la prima volta, statunitensi ed iraniani hanno infatti intavolato colloqui che potrebbero anche sfociare in un intervento militare bilaterale parallelo e convergente di Teheran e Washington. Pasdaran sono già schierati a difesa di Baghdad. Circa trecento consiglieri militari e “mentori” statunitensi stanno invece per entrare in Iraq, sia allo scopo di reinquadrare le unità dell’Esercito iracheno dissoltesi a Mosul senza combattere, che di acquisire informazioni e coordinate sugli eventuali bersagli da colpire con droni o altro.

Un’intesa specifica riguarderebbe il futuro del premier iracheno Nouri al Maliki, che potrebbe essere costretto a passare la mano o comunque a rimaneggiare il suo governo in modo tale da renderlo più rappresentativo. In effetti il premier iracheno è riuscito in pochi anni a dissipare il grande patrimonio di credibilità conquistato nel 2008 durante la battaglia per Bassora, e c’è proprio il suo indebolimento dietro la decisione dell’Esercito di non combattere contro l’avanzata dell’Isis. Ora, a salvare l’Iraq dovranno necessariamente intervenire potenze esterne. Lo smembramento del paese è comunque divenuto una prospettiva più concreta.

Al consolidamento dell’asse tra Stati Uniti e Repubblica Islamica – del quale, a dispetto dell’evidenza, dubitano ancora molti quotati analisti - mostrano comunque di credere fortemente sauditi e russi, che hanno appena siglato un accordo di cooperazione in campo nucleare. Il novantenne e malato monarca saudita Abdullah Bin Abdulaziz si è inoltre recentemente recato in Egitto per dimostrare l’appoggio di Riad al governo del neoeletto presidente Abdul Fatah al Sisi, che sta operando verosimilmente anche in Libia. Vale la pena di segnalare come al Cairo il re Abdullah sia stato seguito a breve daa segretario di Stato Usa John Kerry, determinato a circoscrivere la portata delle aperture fatte da Egitto e Arabia Sauditi alla Russia. Lo scontro è quindi ormai a tutto campo.