Corno d'Africa
12.06.2014 - 15:34
Analisi
 
Corno d’Africa: i flussi migratori nel Golfo di Aden minano la stabilità della regione
12 giu 2014 15:34 - (Agenzia Nova) - La nuova tragedia in mare verificatasi all’inizio del mese al largo della costa dello Yemen, che ha provocato la morte di 62 persone provenienti da Somalia ed Etiopia, ha riacceso i riflettori su un fenomeno, quello dei flussi migratori nel Golfo di Aden, che negli ultimi anni ha conosciuto un significativo incremento. La tragedia, infatti, fa seguito agli incidenti di gennaio, marzo e aprile, portando a 121 il numero totale di persone morte in mare nel tentativo di raggiungere lo Yemen dall’inizio dell’anno, mentre negli ultimi cinque anni più di un milione e mezzo di persone (per lo più somali, etiopi ed eritrei) hanno attraversato le pericolose acque del Golfo di Aden e il Mar Rosso per raggiungere lo Yemen. La rotta verso nord dei migranti provenienti dal Corno d’Africa costituisce una delle direttrici principali in cui si snoda il flusso globale delle migrazione sud-nord: quella che dall’Africa orientale, risalendo il Sudan e la Libia, porta al Mediterraneo centrale e ha il suo principale punto di approdo a Lampedusa; quella che dall’Africa occidentale attraversa la Mauritania per arrivare in Marocco e da qui in Spagna; quella che, risalendo il Sudan, porta prima in Egitto, poi nel Sinai e infine in Israele; e quella che, attraverso il Golfo di Aden, consente ai migranti di approdare alle coste dello Yemen.

È quest’ultima rotta che hanno percorso i migranti morti nell’ultima tragedia in mare. Lo scorso anno l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha registrato più di 62 mila arrivi via mare in Yemen (dato fermo al 31 ottobre 2013), di cui la maggior parte di nazionalità etiope (51.687), e somala (10.447). I numeri, seppur non definitivi, sembrano far registrare un trend in leggero calo rispetto al record di sbarchi registrato nel 2012, quando erano stati 107.500 i rifugiati e migranti - un numero senza precedenti – ad aver compiuto la pericolosa traversata dal Corno d’Africa allo Yemen. Il picco precedente fu raggiunto nel 2011, quando oltre 103 mila persone giunsero in Yemen via mare. Molti migranti utilizzano lo Yemen come luogo di transito lungo il tragitto verso gli altri stati del Golfo. Tuttavia, nonostante le difficili condizioni economiche e di sicurezza in cui versa, lo Yemen ha continuato negli ultimi anni ad offrire accoglienza ed ospitalità a numeri enormi di persone che fuggono dal Corno d’Africa alla ricerca di sicurezza, di protezione e di migliori condizioni economiche. Il paese ospita attualmente oltre 236 mila rifugiati, quasi tutti di origine somala (231.244 secondo i dati Unhcr aggiornati al 31 marzo 2014).

Tutti i nuovi arrivati di nazionalità somala vengono automaticamente registrati dalle autorità yemenite come rifugiati, mentre l’Unhcr esegue le procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato per i cittadini etiopi e per quelli di altri paesi che cercano asilo in Yemen. A causa, in parte, di una mancanza di informazioni e di possibilità di accedere al sistema d’asilo, solo una percentuale molto bassa degli arrivati di nazionalità etiope decide di chiedere asilo in Yemen, molti dei quali non soddisfano poi i criteri per essere riconosciuti come rifugiati. La stragrande maggioranza dei migranti etiopi, tuttavia, non ha praticamente accesso ad alcun tipo di protezione e si trova in condizioni di vulnerabilità estrema. I nuovi arrivati sono inoltre a rischio di subire sfruttamento, violenze ed abusi sessuali. La situazione è particolarmente difficile lungo le coste del Mar Rosso, dove la potente rete costituita dai trafficanti di persone e dai criminali dediti alla tratta in Yemen, da una parte, e dai loro sodali a mare, dall’altra, limita la capacità dell’Unhcr di raggiungere i nuovi arrivati.

I trafficanti yemeniti si fanno spesso trovare sulla spiaggia per accogliere i nuovi arrivati. Chi gestisce la tratta di persone mira soprattutto ai cittadini etiopi che intendono proseguire il viaggio verso altri stati del Golfo. I conflitti e l’instabilità che affliggono il nord ed il sud del paese hanno limitato fortemente la capacità delle autorità yemenite di affrontare il fenomeno della tratta. Negli ultimi anni si sono verificati una diffusione esponenziale sia del traffico che della tratta di persone, nonché, stando alle fonti, un aumento notevole del numero di casi di violenza e di abusi subìti dai nuovi arrivati. Il fatto che i movimenti migratori dal Corno d’Africa siano in costante aumento non è una questione che riguarda il solo Yemen, bensì l’intera regione. Per questo motivo, nel novembre scorso, le autorità di Sana’a hanno ospitato una conferenza regionale in materia di asilo e migrazione dal Corno d'Africa allo Yemen, come parte di uno sforzo più ampio che mira a sviluppare una strategia per gestire i flussi migratori misti e per prevenire e ridurre il traffico e la tratta di persone nella regione.

Alla conferenza di Sana’a hanno preso parte i rappresentanti dei governi dei quattro paesi del Corno d'Africa - Etiopia, Somalia, Eritrea e Gibuti - e degli stati del Consiglio di cooperazione del Golfo e della Lega araba, oltre ad esponenti delle Nazioni Unite e delle organizzazioni intergovernative e non governative. Al termine della conferenza è stata adottata una Dichiarazione congiunta che contiene una serie di raccomandazioni per affrontare le sfide migratorie miste (che riguardano cioè migranti e richiedenti asilo) nel breve e nel lungo termine. In particolare, il documento prevede: una maggiore cooperazione bilaterale e multilaterale nella gestione dei flussi migratori; l'attuazione di una strategia per rafforzare le capacità di migliorare l’applicazione della legge; la lotta contro il contrabbando e il traffico di esseri umani; il crescente sostegno internazionale per rafforzare le capacità di ricerca e di soccorso in mare.

Altri punti programmatici della Dichiarazione includono un maggiore sostegno ai programmi di rimpatrio volontario assistito; una migliore ripartizione degli oneri; il rafforzamento del sistema di protezione dei rifugiati; iniziative di sviluppo economico; più campagne di sensibilizzazione sui rischi della migrazione irregolare; il rafforzamento della cooperazione regionale in materia di condivisione delle informazioni e di analisi dei dati. Tra le ragioni che spingono migliaia di migranti del Corno d’Africa ad affrontare viaggi così rischiosi, un ruolo di primo piano è senz’altro giocato dal corto circuito fra le politiche della classi dirigenti dei governi della regione e la loro incapacità di essere inclusive nei confronti della società civile e del settore privato. In tale contesto, l'intensificarsi dei flussi migratori può essere letto come unica risposta politica lasciata a chi non ha alternative a porre resistenza a politiche di oppressione. È il caso, in particolare, dell'Eritrea, la cui politica economica si basa su misure di contenimento degli aiuti, di rigido filtro sugli investimenti stranieri, di autosufficienza nei processi di trasformazione economica e sull'attribuzione di un ruolo centrale dello stato quale principale attore economico.

Diverso ma speculare è il caso dell’Etiopia, la cui gestione del bene comune è invece inquadrata all'interno di un piano di crescita ambizioso, il “National Growth Transformation Plan”, che mira a creare condizioni di autosufficienza sul piano alimentare e che presta una forte attenzione al tema della sostenibilità ambientale, finendo per penalizzare il settore privato. Se nelle prime due situazioni si rileva un eccesso di presenza dello stato nelle politiche economiche, in Somalia, divisa in regioni caratterizzate da condizioni politiche e sociali molto diverse tra loro, l'assenza di un attore politico centrale fa sì che la definizione di bene comune sia affidata alla società civile, alle tante forme di associazionismo e alle organizzazioni caritatevoli locali. Di qui il fenomeno delle migrazioni, che sempre più si configura come un fattore di instabilità per l’intera regione del Corno d’Africa. (Marco Malvestuto)