Atlantide
04.06.2014 - 18:54
Analisi
 
Ucraina: la crisi è entrata in una nuova fase
4 giu 2014 18:54 - (Agenzia Nova) - La partita per il controllo dell’Est europeo e dello spazio ex sovietico prosegue. Sta anzi entrando in una nuova fase, per effetto del combinarsi di una serie di fattori di significativa importanza. In primo luogo, perché le forze armate ucraine hanno iniziato ad usare le maniere forti nei confronti dei separatisti di Donetsk e di Lugansk, alle prese da qualche giorno non solo con unità terrestri che impiegano sistemi d’arma pesanti, ma anche con gli attacchi aerei dell’aeronautica militare di Kiev. Il numero dei morti è in forte aumento. Questo elemento di novità si presta a molte chiavi di lettura. Al più basso livello, è probabile che la maggior efficacia di cui stanno dando prova i reparti fedeli al governo ucraino debba qualcosa all’attività di supporto e consiglio svolta da una nota società militare privata statunitense, da tempo presente sul terreno. Poi, a rafforzare la determinazione di Kiev è intervenuta anche la vittoria alle elezioni presidenziali dello scorso 25 maggio riportata da Petro Poroshenko, uno dei più potenti oligarchi del paese, che non ha fatto mistero di voler recuperare il pieno controllo dei territori separatisti.

I miliziani filorussi che resistono hanno ricevuto rinforzi da parte di volontari irregolari ceceni, ma è chiaro che nelle regioni orientali dell’Ucraina non si assisterà ad una replica dell’intervento realizzato da Vladimir Putin in Crimea, dove sussistevano condizioni decisamente più permissive. Ed è un fattore che ha avuto di certo il suo peso nel determinare l’adozione a Kiev di un atteggiamento militarmente più intraprendente. In sostanza, Poroshenko ha capito che i separatisti filorussi dell’Est non saranno coperti dall’Armata Russa, ed alla medesima conclusione sono giunti anche i ricchi finanziatori locali della loro resistenza, che hanno preferito allinearsi al nuovo presidente. Ciò, naturalmente, non vuol affatto dire che la partita sia conclusa e la battaglia già terminata. Al contrario, gli scontri sono molto probabilmente destinati a proseguire, e di certo Kiev non riuscirà tanto presto a venire a capo di ogni residua opposizione. Non è perciò da escludere che la situazione sul terreno alla fine non possa indurre le parti a più miti consigli, accompagnandole ad un compromesso onorevole che preveda una maggiore autonomia per la cosiddetta Nuova Russia. Non pare invece raggiungibile l’obiettivo dei filorussi di ottenere l’inserimento nella Costituzione di norme che sanciscano la perenne neutralità dell’Ucraina.

Nel frattempo, vale la pena di segnalare come sia in procinto di aumentare l’esposizione italiana nella crisi, posto che, almeno stando a Ria Novosti, dal prossimo 15 giugno opererà nel Mar Nero l’Elettra, una nave militare italiana da spionaggio elettronico, che sostituirà un’imbarcazione francese dotata delle medesime caratteristiche. L’Ucraina, che è bersaglio anche di concorrenti rivendicazioni ungheresi e rumene, non è peraltro l’unico fronte aperto di confronto. Stanno infatti venendo al pettine anche le questioni concernenti Georgia e Moldova, ormai prossime alla firma di altrettanti accordi di associazione all’Ue che la diplomazia tedesca sostiene attivamente. Sono forse da ricondurre a questa dinamica anche i tumulti registratisi qualche giorno or sono in Abkhazia, dove l’eventualità di una nuova Euromajdan non può essere del tutto esclusa: una parte degli abkhazi, sottrattisi dagli anni novanta alla sovranità materiale di Tbilisi, non vuole infatti rimanere tagliata fuori dall’Europa ricca e che conta. In Moldova, invece, è sempre aperto il problema della Transnistria.
 
Usa: Barack Obama visita l’Europa e rassicura polacchi e baltici
4 giu 2014 18:54 - (Agenzia Nova) - Con la nuova visita di Barack Obama in Europa, iniziata a Varsavia il 3 giugno, la Casa Bianca vuol dimostrare la propria volontà di rassicurare tutta l’Europa baltica confluita nell’Unione europea e nell’Alleanza Atlantica. Il presidente Usa ha anche annunciato nella circostanza l’impegno del suo paese ad investire un miliardo di dollari nel potenziamento delle difese regionali, aprendo la via allo stabilimento di una sia pur limitata presenza di truppe statunitensi nell’area. Questa scelta pare confermare gli obiettivi e le ragioni della strategia adottata da Washington nell’Est europeo, solo apparentemente in contraddizione con la posizione prescelta dalla Casa Bianca negli ultimi quattro anni.

Gli Stati Uniti, in effetti, continuano a muoversi nella prospettiva del contenimento degli emergenti e di qualsiasi potenza ambisca ad assumere una posizione di rilievo sul macrocontinente eurasiatico. L’apertura ai baltici ed all’Ucraina, in effetti, serve tanto a ridimensionare la crescita geopolitica russa in Medio Oriente, eliminando potenziali interferenze nel processo di riconciliazione tra Stati Uniti ed Iran, che Obama vuol assolutamente portare a compimento prima del 2016, quanto a respingere il tentativo della Germania d’inserirsi nel vuoto apparentemente apertosi ad est di Berlino per effetto del parziale disimpegno Usa dal nostro continente.

Di fatto, dopo aver rinnegato decenni di Ostpolitik, Berlino ha cercato di sostituirsi a Washington come punto di riferimento prioritario dei paesi già appartenuti al Patto di Varsavia, se non addirittura alla stessa Unione Sovietica, solo per essere ora costretta al ruolo di comprimario regionale degli Usa. Tale posizione ha comportato il sacrificio del progetto geopolitico euro-russo ed è fonte di rilevanti sofferenze, anche a causa dei forti interessi del sistema produttivo tedesco in Russia.

A Mosca, il disagio è però certamente maggiore. Al Cremlino la presumibile logica sottostante alle scelte statunitensi sembra essere stata compresa. Anche in Russia, infatti, ormai si pensa che a dettare gran parte delle scelte dell’amministrazione Obama sia la volontà di pervenire entro la fine del mandato presidenziale al perfezionamento della riconciliazione con Teheran. Di qui, la difficile scelta di Mosca di aprire un canale di cooperazione energetica e strategica con la Cina, paese che rappresenta storicamente un’incognita minacciosa gravante sulla sicurezza della Federazione russa.
 
Libia: grande incertezza su quanto sta accadendo nel paese
4 giu 2014 18:54 - (Agenzia Nova) - Permane una forte incertezza su quanto sta accadendo in Libia. La sfida lanciata dall’ex generale gheddafiano Khalifa Haftar non ha infatti contribuito per il momento a semplificare il quadro politico locale, nel quale ormai coesistono due linee formali di autorità legittime e numerosi centri di potere di fatto. E’ opinione diffusa che intorno ad Haftar, che proviene da una tribù della Sirte nel pieno centro della fascia costiera del paese, si sia stretto un consistente numero di attori interni ed esterni, che hanno visto in lui un argine al caos ed alla deriva della Libia verso la frammentazione e l’islamizzazione politica.

Tra i suoi sostenitori vi sono quasi certamente i militari egiziani, forse gli algerini e probabilmente anche gli Stati Uniti, seppure non manchino coloro che ritengono la strategia Usa puramente attendista e reattiva agli eventi. Washington ha però rischierato militari in Sicilia e dislocato una nave d’assalto anfibio classe Bataan proprio di fronte alle coste libiche: pare quindi difficile che gli Usa intendano rimanere davvero passivi sino alla fine. Non sono invece con Haftar i tunisini, che anzi temono il suo successo come un prolungamento della controffensiva scatenata dall’Arabia Saudita contro la Fratellanza musulmana e le sue varie articolazioni locali. Gli europei sono al momento alla finestra, incerti sul da farsi e complessivamente impotenti ad influenzare decisivamente le dinamiche in via di sviluppo.

Anche l’Italia sembra interrogarsi sul migliore corso d’azione da intraprendere. Per quanto più volte sollecitato a muoversi anche dal presidente Usa Barack Obama, non ultimo in occasione della sua visita a Roma del 27 marzo scorso, il nostro governo preferisce ancora, almeno apparentemente, rimandare la propria scelta del raggruppamento da favorire, forse per non farsi tagliare fuori dagli equilibri della Libia di domani. I limiti che comunque incontra in questa fase l’Italia non sono di poco conto: Roma è infatti alle prese con una crisi che riguarda non solo le disponibilità in termini di risorse finanziarie e militari, ma altresì la stessa propria capacità psicologica e politica di immaginare uno stato finale, un punto di caduta desiderabile in Libia che sia davvero funzionale ai nostri interessi nazionali. Esponenti del Governo parlano privatamente in questi giorni della loro speranza riposta in sostegni provenienti dagli alleati europei. Eppure, nessuno stato dell’Ue ha interessi paragonabili ai nostri sulla ex “quarta sponda”, sia sotto il profilo energetico che sotto quello del controllo dei flussi migratori.

Nei primi cinque mesi dell’anno, in effetti, anche per effetto del morbido mandato attribuito alla missione navale Mare Nostrum, dalle coste libiche sono giunte circa 39 mila persone, in larga misura profughi provenienti dalla Siria e dal Corno d’Africa, che ormai rappresentano un problema europeo. Roma conta di fare della loro questione una priorità del suo turno di presidenza Ue, ma il pericolo vero è che l’Italia si veda prima o poi sospendere l’applicazione alle proprie frontiere degli accordi di Shengen. Dopotutto, è già accaduto nel 2011.