Corno d'Africa
29.05.2014 - 14:34
ANALISI
 
Somalia: la nuova offensiva terroristica di al Shabaab cela le difficoltà del gruppo jihadista
29 mag 2014 14:34 - (Agenzia Nova) - L’attentato condotto lo scorso fine settimana contro il parlamento di Mogadiscio, in cui hanno perso la vita nove persone e che ha determinato le dimissioni del ministro somalo per la Sicurezza nazionale, Abdikarim Guled, ha riacceso i riflettori sul gruppo di al Shabaab, il movimento islamico radicale considerato la testa di ponte di al Qaeda in Somalia e nell’intero Corno d’Africa. Si tratta del quinto attentato terroristico rivendicato da al Shabaab nell’ultimo mese in Somalia, in un momento in cui il gruppo sta attraversando delle difficoltà dovute all’offensiva lanciata nel marzo scorso dalla Missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom) contro le ultime roccaforti di al Shabaab, essenzialmente localizzate lungo la costa tra le città di Mogadiscio e Kisimayo. L’obiettivo dell’offensiva è quello di indebolire ulteriormente la capacità dell’organizzazione, già fortemente ridimensionata negli ultimi mesi, e di sradicare le sorgenti della sua economia.

Negli stessi giorni, le unità ugandesi inserite nel dispositivo militare dell’Amisom hanno ripreso il controllo della cittadina di Koroyel, a circa 250 chilometri dalla capitale, sconfiggendo la locale guarnigione di al Shabaab e ripristinando in tal modo il controllo su un'importante area economicamente dedicata all’agricoltura e all’allevamento. L’attentato di Mogadiscio - avvenuto in concomitanza con un altro attacco contro un ristorante per stranieri nel centro di Gibuti, anch’esso rivendicato da al Shabaab – può essere considerato, più che un segno di forza, un sintomo di debolezza da parte dell’organizzazione. Infatti, secondo quanto emerso dalle ricostruzioni, l’attacco, avvenuto mentre nel parlamento somalo era in corso una seduta della commissione Difesa, è stato preceduto da due forti esplosioni che hanno anticipato un tentativo di irruzione di un commando di miliziani islamisti all’interno del palazzo, in seguito prontamente respinto dalle forze di sicurezza somale.

Alla fine il bilancio dell’attacco parla chiaro: dei nove morti totali, ben sette facevano parte del commando di assalitori, a testimonianza di come la capacità di al Shabaab di condurre azioni militari di tipo tradizionale sia ormai estremamente ridotta, limitandosi essenzialmente agli attentati dinamitardi e alle esecuzioni mirate. La sorveglianza degli edifici pubblici e la capacità del dispositivo di sicurezza disposto dalle forze militari somale e dell’Amisom, infatti, sono oggi efficienti e capillari e gli attentati degli ultimi mesi hanno dimostrato che nel confronto diretto con le forze di sicurezza al Shabaab è raramente riuscito a penetrare all’interno degli obiettivi, visto che i componenti dei gruppi d’assalto sono stati spesso uccisi nel luogo stesso di esecuzione. Con la cacciata da Mogadiscio e da Kisimayo, inoltre, l’organizzazione ha subito un forte contraccolpo organizzativo e logistico ed è stata costretta ad una ritirata lungo la costa, a metà strada tra Mogadiscio e Kisimayo, da dove il movimento ha potuto continuare ad alimentare i propri traffici illeciti e il saccheggio degli aiuti umanitari, ma da una posizione di gran lunga meno forte rispetto a prima.

L’ultimo, pesante colpo alla loro capacità operativa gli al Shabaab lo hanno subito tra il 18 e il 20 maggio scorso, quando le forze aeree dell’Amisom hanno colpito una base di al Shabaab nei pressi di Jilib, nella regione del Medio Giuba. Gli aerei, con ogni probabilità keniani, hanno colpito installazioni dove si ritiene fossero presenti esponenti di spicco dell’organizzazione terroristica, tra cui alcuni combattenti stranieri, provocando - secondo quanto comunicato dall’Amisom - almeno 50 morti tra i miliziani islamici. Proprio l’attivismo di Nairobi nella lotta agli al Shabaab, unito alle crescenti difficoltà che l’organizzazione riscontra ormai in territorio somalo, starebbe spingendo il gruppo jihadista a spostare i suoi attacchi in Kenya. Questo, almeno, è quanto affermato da Fuad Mohamed Khalaf, uno dei leader dell’organizzazione, che all’emittente “Radio Andalus” - vicina agli al Shabaab – ha dichiarato che “porteremo la guerra in Kenya. Stiamo esortando tutti i musulmani presenti in Kenya a combattere contro il governo di Nairobi che uccide il loro popolo, compresi i bambini”.

Le truppe keniane hanno attraversato il confine della Somalia meridionale nel 2011 per combattere al Shabaab, dopo aver aderito alle truppe dell’Amisom con il dispiegamento di 22 mila uomini. Colpire il Kenya, nelle intenzioni di al Shabaab, significherebbe anche forzare il governo di Nairobi a concludere definitivamente il proprio impegno militare in Somalia, offrendo in tal modo all’organizzazione la prospettiva di una maggiore capacità di resistenza sul territorio. A ben vedere, inoltre, la minaccia islamica di spostare in territorio keniano i propri obiettivi strategici potrebbe avere anche una valenza mediatica, offrendo lo spunto per una massiccia campagna di comunicazione all’esterno della Somalia, alla ricerca dell'integrazione con le reti di finanziamento del terrorismo internazionale.

Un’operazione mediatica potrebbe quindi, nelle intenzioni dei vertici dell’organizzazione, fungere da contraltare alla crescente difficoltà operativa incontrata sul terreno negli ultimi mesi da al Shabaab, con il risultato di ottenere - in assenza di mutamenti sostanziali nella propria disponibilità di mezzi e risorse - la percezione di un ritorno in grande stile sulla scena somala. Se così fosse, si tratterebbe di una circostanza che consentirebbe all'organizzazione di vantare crediti importanti sui circuiti internazionali del finanziamento jihadista. (Marco Malvestuto)