Corno d'Africa
22.05.2014 - 14:23
ANALISI
 
Etiopia-Cina: i nuovi accordi commerciali rafforzano l’avanzata di Pechino nel continente africano
22 mag 2014 14:23 - (Agenzia Nova) - I recenti accordi commerciali firmati all’inizio del mese ad Addis Abeba dal primo ministro cinese, Li Keqiang, e il suo omologo etiope, Haile Mariam Desalegn, hanno posto un ulteriore tassello nelle già fiorenti relazioni commerciali tra i due paesi, che nell’ultimo anno hanno raggiunto il volume record di 1,376 miliardi di dollari, una cifra 20 volte superiore rispetto al 2000. Gli accordi sono stati siglati nel corso della visita ufficiale di Li Keqiang in Etiopia, la prima di quattro tappe che lo hanno visto successivamente in Nigeria, Angola e Kenya, a testimonianza del forte legame che ormai caratterizza le relazioni fra Pechino e le principali economie del continente africano. La visita di Li in Africa, la prima da quando è diventato premier lo scorso anno, fa seguito a quella effettuata dal presidente Xi Jinping nel marzo 2013, nel corso della quale fu sancito un accordo per lo stanziamento di 20 miliardi di dollari in prestiti per l'Africa tra il 2013 e il 2015.

Gli accordi di Addis Abeba, 16 in tutto, riguardano prestiti e accordi di cooperazione per la costruzione di infrastrutture stradali e ferroviarie, il potenziamento dei servizi di telecomunicazione e la realizzazione di zone industriali da parte di imprese cinesi che, secondo gli ultimi dati ufficiali forniti dal Fondo monetario internazionale (Fmi), dall’inizio del 2014 hanno già investito in Etiopia oltre un miliardo di dollari ma che, come ribadito questa settimana dal ministro del Commercio cinese, Chen Deming, intendono incrementare il volume degli scambi con l'Etiopia fino a tre miliardi di dollari entro il 2015. Subito dopo il suo sbarco nella capitale etiope, il premier cinese ha inoltre partecipato alla cerimonia d’inaugurazione dell’autostrada Addis Abeba-Adama, 84 chilometri finanziati da investimenti cinesi per 709 milioni di dollari, per poi visitare i cantieri per la realizzazione della nuova linea ferroviaria leggera finalizzata a decongestionare il traffico della capitale etiope.

Quest’ultimo progetto, avviato sulla base dell’accordo siglato dalla società di costruzione di treni cinese Cnr Corporation con le autorità etiopi, prevede la fornitura di 41 tram resistenti ai raggi solari da impiegare ad Addis Abeba, dove l'altitudine è di 2.400 metri e il tasso di emissione di raggi ultravioletti è particolarmente elevato. I treni, che potranno viaggiare ad una velocità massima di 70 chilometri all'ora, sono stati progettati in modo da essere resistenti ai raggi del sole grazie alla loro particolare struttura fatta di fibra di vetro, gomma e vernici speciali. Cnr consegnerà il suo primo lotto di vetture tranviarie in Etiopia entro la fine del 2014. È inoltre in fase di realizzazione il progetto, lanciato nel 2012 e del valore complessivo di 3,3 miliardi di dollari, per l’ammodernamento con l’alta velocità dei 756 chilometri di ferrovia tra Addis Abeba e Gibuti, un cruciale sbocco sul mare per il commercio etiope e i cui costi saranno coperti per il 70 per cento da un prestito di 2,3 miliardi di dollari erogato dall’istituto di credito cinese Exim Bank.

Secondo le stime ufficiali, il volume totale degli investimenti cinesi in Etiopia dal 2005 è stato pari a 7,760 miliardi di dollari, facendo di Addis Abeba – nel periodo considerato – il quinto partner di Pechino fra i paesi dell’intero continente africano, dietro solo a Nigeria (13,630 miliardi di dollari), Algeria (10,5 miliardi di dollari), Sudafrica (8,620 miliardi di dollari) e Repubblica democratica del Congo (7,830 miliardi di dollari). Anche in Kenya, paese nel quale gli investimenti cinesi nel periodo 2005-2013 sono stati pari a 3,260 miliardi di dollari, Pechino si è offerta di costruire una linea ferroviaria tra Mombasa e il confine con l’Uganda. Complessivamente, nel 2013, l’interscambio commerciale tra Cina e Africa è stato pari a 210 miliardi di dollari e l’obiettivo, come annunciato di recente dal premier cinese, è raddoppiare l’interscambio portandolo a 400 miliardi entro il 2020.

Una tale penetrazione cinese in Africa fa parte di un progetto che mira a far guadagnare alla Cina una posizione sempre più influente a livello internazionale, che le consenta di riconquistare quella centralità che aveva occupato per secoli ma che era stata messa in crisi a metà Ottocento dalla politica imperialista delle potenze occidentali. Tale riscossa, come è noto, ha avuto inizio già alla fine degli anni ‘70 ma, in maniera ancora più accentuata, a partire dalla fine degli anni ’80, quando cioè l’avanzata cinese è stata favorita dal vuoto lasciato dagli europei con il crollo del Muro di Berlino e Pechino, con la sua grande “fame” di materie prime, ha favorito la crescita dei paesi africani. Non a caso, infatti, circa il 64 per cento delle importazioni cinesi dall’Africa sono rappresentate da petrolio, carbone, rame e minerale di ferro, in cambio dei quali il mercato africano riceve prodotti finiti, quali macchinari, automobili, tessuti e vestiario. Tale “alleanza” si concretizza all’interno di organizzazioni internazionali in una sorta di “do ut des”: a partire dal 2000, ogni tre anni si tengono dei forum di cooperazione sino-africana (l’ultimo dei quali si è svolto a Pechino nel luglio del 2012), durante i quali Pechino incontra i paesi partner e quelli che riconoscono la Repubblica popolare cinese per rinsaldare le relazioni diplomatiche ma soprattutto per concludere accordi e affari che alla fine dei conti beneficiano entrambe le parti.

A far da contraltare ad un così roseo scenario, tuttavia, c’è il rischio concreto per l’economia africana di risentire in maniera significativa dell’inevitabile rallentamento della locomotiva cinese, che le ultime stime dell’Fmi sembrano del resto confermare. Considerando, infatti, che nel 2013 le esportazioni di materie prime verso la Cina rappresentavano il 22,4 per cento del totale dell’Africa sub-sahariana, ora che Pechino sta fronteggiando l’eccesso di produzione nelle sue fabbriche e cerca di aumentare i consumi interni, il contraccolpo per i paesi africani rischia di diventare drammatico. (Marco Malvestuto)