Corno d'Africa
15.05.2014 - 15:05
Analisi
 
Etiopia: il conflitto in Sud Sudan mette in luce il ruolo di Addis Abeba come mediatore regionale
15 mag 2014 15:05 - (Agenzia Nova) - La capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, è stata la sede dell’accordo per il cessate il fuoco in Sud Sudan siglato la scorsa settimana dal presidente sud sudanese, Salva Kiir, e il leader dei golpisti locali, Raiek Mechar, dopo forti pressioni internazionali per il timore che gli scontri in corso nel paese africano, su base etnica, potessero trasformarsi in un vero e proprio genocidio. Se, da una parte, l’accordo - che ha fatto seguito a quello siglato sempre nella capitale etiope nel gennaio scorso - è stato già disatteso a causa della mancata attuazione del cessate il fuoco, dall’altra ha messo luce in maniera evidente il ruolo dell’Etiopia come mediatore della crisi. Addis Abeba si è infatti fatta carico di ospitare i negoziati tra le due parti di un conflitto, che interessa assai da vicino le sorti del Corno d’Africa nel suo complesso, a dimostrazione di come il governo etiope consideri la stabilità del Sud Sudan una priorità strategica in termini di sicurezza regionale e di accesso alle risorse naturali, a partire dallo sfruttamento delle acque del fiume Nilo.

Pubblicamente impegnato nei finora fallimentari colloqui di pace tra Kiir e Machar, il governo etiope di Hailemariam Desalegn ha infatti interessi rilevanti nella partita geopolitica regionale: il Sud Sudan può essere un alleato importante sia per quanto riguarda l’annosa questione della ripartizione delle acque del Nilo, sia dal punto di vista della sicurezza. In tale contesto, anche il governo del Sudan rappresenta per l’Etiopia un partner economico di primo piano nello scambio tra l’energia elettrica etiope e il petrolio sudanese. Inoltre, il governo di Addis Abeba, capofila dei paesi dell’alto corso del Nilo, corteggia quello sudanese per allearselo nello storico antagonismo con l’Egitto, per lo sfruttamento delle acque del più lungo fiume del mondo. Proprio il ruolo dell’Etiopia come mediatore, peraltro, ha richiamato l’attenzione dell’Eritrea, suo nemico storico, che ha avviato una serie di consultazioni dirette con il governo sudanese di Khartoum sullo sviluppo dei combattimenti. Il Sudan è infatti direttamente colpito dagli scontri in corso nel paese vicino, a causa dei suoi interessi nei blocchi petroliferi del Sud, le cui attività di estrazione sono ora ferme.

Inoltre la presenza di qualcuno che tenga impegnata Khartoum sul suo confine meridionale si tradurrebbe in una diminuzione dell’aiuto che – secondo l’Etiopia – dalla capitale nord-sudanese arriva all’Eritrea, storica rivale di Addis Abeba, e da qui ai ribelli sud sudanesi, che rappresentano un altro possibile rischio per la stabilità etiope. Il ruolo centrale giocato dall’Etiopia in Sud Sudan, del resto, era stato messo in luce già in occasione dell’indipendenza di Giuba da Khartoum, avvenuta il 9 luglio 2011, che aveva fatto del Sud Sudan il secondo stato dell’Africa sub-sahariana, e in particolare del Corno d’Africa, ad aver compiuto una secessione in deroga ai principi di conservazione dei confini ereditati dal periodo coloniale sanciti nel 1964 dall’Organizzazione per l’unità africana, oggi Unione Africana (Ua). In quel frangente Addis Abeba si era posta come mediatore della crisi confinaria legata alla provincia di Abyei, ricca di riserve petrolifere e dunque preziosa sia per il governo di Khartoum che per quello di Giuba.

Nella capitale etiope i due governi siglarono un accordo quadro che, oltre a sancire un’intesa militare sulla provincia contesa, sarebbe stato seguito da un altro, riguardante il Kordofan meridionale e il Nilo Azzurro, due regioni ufficialmente sotto Khartoum, ma che al pari del Sud Sudan si erano distinte per l’opposizione militare al governo sudanese. In seguito a quegli accordi, Addis Abeba ha inoltre dispiegato una forza di peace-keeping denominata United nations interim security force for Abyei (Unifsa), approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu attraverso la risoluzione 1990 del 27 giugno 2011, con il compito di monitorare il ritiro delle forze armate sudanesi in modo da smilitarizzare completamente l’area consentendo la protezione dei civili e - come sancito dal testo - delle infrastrutture petrolifere presenti in loco. Gli accordi di Addis Abeba, pur restando confinati in un ambito militare e scaturiti dall’attività di mediazione di un High level implementation panel dell’Unione africana (Auhlip) presieduto dal presidente sudafricano Thabo Mbeki, testimoniano comunque il ruolo centrale ricoperto dall’Etiopia negli ultimi anni all’interno dei sistemi di potere e di leadership regionale.

Ma l’aspetto militare e le conseguenze economiche e geopolitiche della crisi in Sud Sudan non sono le sole a preoccupare il governo etiope, dal momento che anche il crescente afflusso di rifugiati sud sudanesi in Etiopia rischia di rivelarsi una questione non di secondo piano per Addis Abeba. Secondo gli ultimi dati forniti dal Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), dallo scoppio del conflitto in Sud Sudan, nel dicembre scorso, più di 95 mila persone si sono rifugiate nella regione etiope di Gambella, al confine orientale del Sud Sudan, dove vivono in condizioni umanitarie critiche. Dopo una valutazione delle condizioni nei campi profughi condotti ai primi di marzo, i partner del Movimento della Croce Rossa hanno inviato ambulanze e altri veicoli di soccorso nella regione, contenenti attrezzature mediche, medicinali e articoli per l'igiene che sono stati donati all'ospedale di Gambella e ai centri sanitari di Nyinenyang e Itang.

Nel campo di Letchuor un centinaio di profughi che si erano offerti volontari sono stati formati in materia di acqua e servizi igienico-sanitari e di assistenza sanitaria di emergenza, mentre ogni giorno circa 21 mila litri d'acqua vengono trasportati via camion dalla città di Itang al campo profughi di Kule. Inoltre sono previsti aiuti a supporto di 12 mila profughi particolarmente vulnerabili, tra cui donne in stato di gravidanza o allattamento e persone con disabilità. Nel campo di Pagak, principale punto di accesso in Etiopia dal Sud Sudan, la Croce Rossa sta allestendo infine cinque nuovi siti di accoglienza per una capacità ricettiva di 300 persone ciascuno. Nel frattempo, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e i suoi partner stanno predisponendo strutture per i quasi 100 mila rifugiati arrivati nella regione di Gambella e hanno trasportato per via aerea quattromila tende di emergenza per le famiglie, di cui duemila sono già state montate al campo di Leitchuor.

Altre 1.500 sono state inviate al campo di Kule e il resto sarà tenuto in magazzino per l’occorrenza. È stato inoltre dato inizio alle operazioni di delimitazione e sgombero dei terreni per un quinto campo vicino a Kule, la cui capienza totale sarà di 30 mila unità. Anche nella zona di Gambella l’Unhcr e i suoi partner stanno rafforzando le operazioni di registrazione e accoglienza, mentre un nuovo centro di registrazione a Burubiey, al confine con lo stato di Jonglei, nel Sud Sudan, consentirà di ridurre i tempi di percorrenza per i profughi che devono registrarsi: si tratta di una riduzione di cinque giorni di cammino e di 15 ore in mare. Il centro è gestito dall’Unhcr e all’amministrazione del governo etiope per i rifugiati e i rimpatriati (Arra). A Pagak, al confine con lo stato dell’Alto Nilo, sono riprese le procedure di registrazione dopo un’interruzione di più di due settimane necessaria per trasferire circa 700 cittadini etiopici che cercavano di registrarsi come rifugiati al fine di ottenere un aiuto.

Alla luce di tutto ciò, risulta evidente come una stabilizzazione della situazione in Sud Sudan gioverebbe all’Etiopia sia dal punto di vista geopolitico ed energetico sia da quello della sicurezza, con significative ricadute in campo economico, dal momento che il crescente afflusso di rifugiati provenienti dalle aree orientali del Sud Sudan rischia di mettere in crisi il tessuto socio-economico del paese o, quanto meno, frenare la crescita esponenziale dell’economia etiope, che nel 2013 è stata pari a circa il sette per cento e che nel 2014 dovrebbe confermare, secondo le stime della Banca mondiale, il trend positivo emerso negli ultimi anni, consentendo all’Etiopia di porsi come la vera e propria locomotiva della rinascita economica africana. (Marco Malvestuto)