Corno d'Africa
08.05.2014 - 15:46
Analisi
 
Somalia: la pirateria nel Golfo di Aden è ancora difficile da debellare
8 mag 2014 15:46 - (Agenzia Nova) - Il presidente della regione autonoma del Puntland, Abdiweli Mohamed Ali, ha iniziato questa settimana la sua visita ufficiale nello Yemen, dove ha incontrato il primo ministro yemenita Mohamed Salem Basindwa. Nel corso dei colloqui è stata sottolineata l'importanza di rafforzare gli sforzi congiunti per combattere la pirateria nel Golfo di Aden e la necessità di migliorare il livello di coordinamento tra i due paesi per combattere il fenomeno della pirateria e altre attività illegali, quali il traffico di esseri umani, che rappresentano un rischio e una minaccia concreta per la navigazione internazionale. Infatti, nonostante il suo significativo ridimensionamento negli ultimi due anni, il fenomeno della pirateria nel Golfo di Aden – grazie soprattutto all’impegno della comunità internazionale attraverso le missioni anti-pirateria della Nato e dell’Unione europea – non può certo dirsi estirpato, dal momento che ha solamente ridotto il numero di attacchi riusciti e, dunque, la quantità di denaro a disposizione.

Il ruolo del Puntland per la sicurezza marittima somala e internazionale si è rivelato negli anni fondamentale e il governo dello stato autonomo ha dimostrato di prendere in seria considerazione la lotta alla pirateria. Di recente l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) ha lanciato a bordo della nave ammiraglia dell’Ue, Fs Siroco, un nuovo progetto denominato Fishermen Identification Database System, che fornirà ai pescatori del Puntland una carta d’identità individuale attraverso la quale le autorità della regione, oltre a raccogliere i dati essenziali per garantire una gestione della pesca e dell’uso sostenibile delle risorse, saranno in grado di differenziare maggiormente i pescatori da sospetti pirati. Il progetto, finanziato dal Fondo fiduciario della Fao con 400 mila dollari, è finalizzato inoltre a sostenere le iniziative degli stati membri per combattere la pirateria al largo delle coste della Somalia. I donatori del Fondo fiduciario sono Germania, Paesi Bassi, Francia, Regno Unito, Italia, Spagna e Belgio.

Nonostante i progressi riscontrati, specie negli ultimi due anni, e il prezioso contributo fornito dalle autorità del Puntland nel ruolo di pattugliamento e contrasto del fenomeno, la pirateria nel Golfo di Aden è ben lungi dall’essere debellata. Essa trae le sue origini dal fallimento dello stato somalo, nel 1991, e, in un certo senso, va di pari passo proprio con la storia del Puntland, regione situata nella Somalia nord-orientale e confinante ad ovest con lo stato autonomo del Somaliland e con l'Etiopia, a sud con lo stato di Galmudug. Nei primi anni Novanta, in seguito allo scoppio della guerra civile in Somalia e alla mancanza di un potere centrale, maturarono infatti le condizioni ideali per la nascita della pirateria lungo le coste del Corno d'Africa. Fu da allora che iniziarono ad emergere milizie e bande armate legate ai signori della guerra e ai criminali locali la cui attività, unita alla cessazione del controllo sulle risorse naturali e alla scomparsa del sistema di welfare, ha incentivato politiche predatorie sia da parte di attori locali che da parte di attori internazionali. La pirateria nasce e si sviluppa come conseguenza di due principali fattori: il collasso dell’autorità politica centrale e delle strutture di sicurezza ed il crollo del settore ittico somalo causato dall’attività indiscriminata di pescherecci stranieri, soprattutto iraniani, indiani ed europei.

I pescatori locali, ridotti in povertà e senza alcuna forma di sussidio statale, hanno riconvertito le proprie imbarcazioni per le attività di pirateria. Il sequestro di imbarcazioni nel Golfo di Aden ha una storia antica se si considera che già negli anni ’50 le autorità coloniali britanniche registrarono alcuni attacchi ai danni di piccole imbarcazioni che venivano rilasciate dopo il pagamento di un riscatto. Tuttavia è solo alla fine degli anni ’80 che la pirateria somala comincia a manifestarsi in modo più organizzato, assumendo dimensioni speculari rispetto alla forma delle crisi e degli scontri che si registrano sulla terraferma. L’anno in cui il fenomeno della prateria ha conosciuto un salto di qualità è stato, però, il 2008, per effetto di alcuni cambiamenti intervenuti nel conflitto somalo. Più che i gruppi islamisti, che tra il 2006 e il 2007 avevano semmai cercato di debellare il fenomeno, i principali protagonisti dei sequestri sono alcuni gruppi armati slegati dalla competizione politica in atto ma profondamente toccati dalla riduzione degli introiti in altri settori strategici.

Nel marzo 2008, infatti, il Dipartimento di Stato Usa ha incluso il gruppo islamista al Shabaab nella lista nera del terrorismo internazionale, causando una profonda radicalizzazione del movimento e numerose ritorsioni ai danni delle organizzazioni non governative (Ong) e del personale espatriato, costringendo di conseguenza gran parte delle agenzie di aiuto internazionale a sospendere le loro attività, riducendo così i flussi di aiuti diretti alla Somalia, utili non solo alla popolazione locale ma anche intercettati da molti signori della guerra per arricchirsi e finanziare le loro milizie. La riduzione delle opportunità offerte dagli aiuti internazionali ha portato dunque alcuni gruppi armati a rivolgere la loro attività a pratiche di pirateria ed estorsione. A causa dell’escalation della pirateria nel Golfo di Aden, nel 2008 gli attacchi registrati alle navi in transito sono più di 200, con oltre 350 membri d’equipaggio sequestrati. Dal 2008 al 2011, secondo fonti delle Nazioni Unite, i costi dovuti all’escalation della pirateria, e in particolare le perdite subite dai traffici commerciali presenti nello stretto di Ba bel Mandeb, si stimano tra i cinque e i sette miliardi di dollari annui.

Lo spazio in cui colpisce la pirateria somala si è progressivamente allargato negli ultimi anni, passando dalle 975 miglia nautiche del 2008 a 1.300 nel 2011. In questo vasto quadrante marino transita il 20 per cento delle spedizioni commerciali mondiali, comprese quelle di approvvigionamento petrolifero che dalla penisola arabica raggiungono il continente europeo passando per il Mar Rosso. La risposta alla pirateria nel Golfo di Aden da parte della comunità internazionale è andata man mano crescendo negli ultimi anni, contestualmente all’acuirsi del fenomeno. Nell’area operano diverse task force, tra cui l’operazione Atalanta dell’Unione europea, che originariamente aveva il compito di scortare le navi di aiuti umanitari ma che ha in seguito esteso il proprio mandato diventando una vera e propria missione anti-pirateria; inoltre l’operazione Ocean Shield della Nato, con compiti simili a quelli di Atalanta; la Combined Maritime Force - Task Force 151, composta da più di venti flotte sotto comando statunitense.

Anche altri paesi come Cina, Russia, Giappone, India, Iran e Arabia Saudita hanno di recente inviato proprie navi, ma le missioni militari dispiegate nel Golfo di Aden si dimostrano tuttavia incapaci di debellare completamente le attività dei pirati somali, poiché un’azione che comprende il solo pattugliamento delle acque non appare uno strumento sufficiente a contrastare un fenomeno molto più complesso e articolato. La profonda connessione tra la pirateria e le dinamiche conflittuali legate al territorio somalo, nonché la dimensione ormai transnazionale assunta dal fenomeno, mettono infatti in profonda crisi gli strumenti utilizzabili attraverso il diritto internazionale. L’approccio repressivo e sanzionatorio del contrasto alla pirateria – 15 le risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – ha escluso finora le misure più importanti che comprendono l’aspetto economico, sociale e politico del fenomeno.

Il dinamismo della pirateria e il suo sapersi adeguare alle contingenze del conflitto somalo è inoltre un elemento essenziale da considerare, e anche il movimento islamista radicale al Shabaab, che in passato aveva contribuito a combatterla, sembra oggi più propenso a tollerarla in cambio di un sostegno economico, trovandosi in un momento di grave difficoltà finanziaria e dovendosi confrontare con l’offensiva congiunta di Kenya, Etiopia ed Amisom, la Missione dell'Unione africana in Somalia. (Marco Malvestuto)