Atlantide
06.05.2014 - 19:44
ANALISI
 
Ucraina: più chiara la dinamica che ha condotto alla crisi, meno le vie d’uscita
6 mag 2014 19:44 - (Agenzia Nova) - L’urto in atto in Ucraina non cessa di aggravarsi. Dopo la secessione della Crimea ed il suo ritorno alla Russia, che hanno contribuito a favorire il successo della candidatura del norvegese Jens Stoltenberg rispetto a quella del nostro Franco Frattini per la successione ai vertici dell’Alleanza Atlantica, l’instabilità si è propagata al Donbas e persino ad Odessa, città cosmopolita e marittima ben ad ovest della Crimea. Dopo alcuni tentativi del governo di Kiev di venire a capo della situazione, falliti per il rifiuto delle unità dell’Esercito regolare ucraino di aprire il fuoco contro i separatisti filorussi, si sono registrati i primi scontri di una certa entità. Con perdite significative da ambo le parti, che si rinfacciano la responsabilità dell’accaduto. Si combatte intorno a Donetsk, Slaviansk, Konstiantinivka e Mariopol. Si parla di decine di vittime e persino di elicotteri abbattuti.

Le autorità ucraine accusano Mosca di istigare, armare ed inquadrare coloro che hanno occupato le sedi delle istituzioni locali nell’Est, forse con qualche ragione, mentre questi ultimi puntano l’indice contro le milizie di Pravy Sektor e le attività di una nota società statunitense specializzata nella fornitura di servizi di assistenza militare, che starebbe contribuendo a trasformare in una forza efficace le unità poco motivate di cui dispone Kiev. Di un significativo apporto Usa ha parlato peraltro anche la stampa tedesca, facendo riferimento a fonti anonime secondo le quali sarebbero ormai impegnati sul suolo ucraino persino Fbi e Cia.

La situazione si sta aggravando, sia perché sono ormai vicine le elezioni presidenziali con le quali, il prossimo 25 maggio, gli ucraini saranno chiamati a scegliere il successore di Viktor Janukovych e di Oleksander Turcinov, sia perché a giorni è previsto lo svolgimento di un referendum indipendentista nelle regioni della stessa Donetsk e di Lugansk. Gli accordi faticosamente negoziati a Ginevra sono rimasti sostanzialmente lettera morta e si ammette da molte parti che gli eventi tendono ormai a sfuggire a qualsiasi controllo, influenzati come sono anche da dinamiche prettamente locali. Nessuno sa o vuole effettivamente porre fine al caos. Perché gli europei non ne hanno la capacità, agli Stati Uniti sostanzialmente non importa più di tanto, mentre alla Russia uno stato protratto di disordine conviene, nella misura in cui allontana la prospettiva dell’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea, seppure con lo status di associato, ed ovviamente nell’Alleanza Atlantica.

Comprendere obiettivi e strategie dei maggiori attori presenti sulla scena è comunque importante per farsi un’idea di come il conflitto in atto tra le varie anime dell’Ucraina possa evolvere. “Limes” ha rivelato come sull’Ucraina si sia realizzata una convergenza di iniziative occidentali dalla primavera del 2013. E’ a quel tempo, infatti, che risalirebbe il progetto Usa di sfruttare il negoziato propedeutico all’accordo di associazione di Kiev all’Ue per tentare di promuovere un cambio degli equilibri politici interni ucraini. L’idea era di approfittare della circostanza per conseguire un duplice obiettivo: costringere la Russia ad allentare la presa sul Medio Oriente, generando una crisi nel suo cortile di casa tale da indurla alla difensiva, ricacciandola comunque dentro il perimetro del suo “Estero Vicino”, ed al contempo inserire un cuneo tra Mosca e Berlino. Entrambi gli obiettivi di Washington risultano a questo momento conseguiti. L’azione diplomatica russa ha dovuto spostare dalla Siria all’Ucraina il centro di gravità della propria attività, mentre la Germania ha rinnegato decenni di Ostpolitik per perorare la causa dell’associazione di Kiev, ed in prospettiva anche quella della Georgia e della Moldova, all’Ue. Non pare invece che l’amministrazione del presidente Usa Barack Obama intenda ora seriamente impegnare Washington a stabilizzare ed occidentalizzare l’Ucraina. Questa, casomai, può essere la missione che gli statunitensi immaginano per un’Europa definitivamente mutilata di ogni residua ambizione di potenza in Eurasia.

Quanto alla Russia, la sua strategia è stata fin dall’inizio improntata alla logica della riduzione del danno, proteggendo la leadership nazionale dall’eventuale propagarsi del movimento dell’Euromajadan a Mosca e quindi cercando di neutralizzare la spinta delle forze filoccidentali ucraine in direzione dell’Europa e della Nato. L’occupazione incruenta e la secessione della Crimea hanno assicurato il primo obiettivo, mentre il sostegno garantito più o meno sottotraccia ai filorussi delle regioni orientali viene utilizzato per indebolire il governo di Kiev, ridurne la credibilità internazionale e polarizzare la dialettica politica ucraina. Né l’Unione Europea né l’Alleanza Atlantica possono infatti integrare un paese che si trovi in preda a gravi convulsioni interne e con elementi della destra radicale in posizione di forza crescente.

Se la Russia agevola la destabilizzazione, da un lato, e gli Stati Uniti e l’Unione Europea, dall’altro, restano inerti, per convinzione, necessità o impotenza, l’esito finale pare iscritto nelle cose: uno scontro interno senza esclusione di colpi, fino al raggiungimento di un compromesso, che potrebbe anche realizzarsi su basi federali e prevedendo esplicitamente uno statuto di neutralità del paese, mentre Washington completa indisturbata il processo di riavvicinamento all’Iran, che conviene anche all’Italia. Rischiamo conseguentemente una Siria nel nostro continente, ma non l’innesco di una guerra mondiale.
 
Afghanistan: si va al secondo turno con Abdullah favorito, le possibili conseguenze
6 mag 2014 19:44 - (Agenzia Nova) - Il 26 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni presidenziali afgane, anche se restano pendenti molti ricorsi per frode. Tutti i candidati lamentano in effetti brogli ai loro danni. Comunque, i numeri sono sufficientemente consolidati per escludere che l’accoglimento di qualche istanza possa capovolgerli. Al ballottaggio, che potrebbe aver luogo il 7 giugno se non si riuscirà a scongiurarlo con un accordo inclusivo, andranno Abdullah Abdullah, che ha sorprendentemente riportato il 44,9 per cento dei voti, ed Ashraf Ghani, che si è invece fermato al 32,5 per cento. Pur sostenuto dal presidente uscente Hamid Karzai, Zalmai Rassoul non è invece andato oltre l’11,5 per cento dei voti, una prestazione francamente al di sotto delle attese.

Abdullah ha raccolto voti anche nel sud e nell’est del paese, dove è forse riuscito a spendere il fatto di essere figlio di una coppia etnicamente mista. Il sostegno di Gul Agha Sherzai, un “signore della guerra” forte nella zona di Kandahar, lo ha ulteriormente avvicinato alla vittoria finale. Ma sulla tenuta a lungo termine di Abdullah pesano non poche incognite. Storicamente, infatti, i leader del nord hanno sempre avuto vita difficile a Kabul, perché i pashtun sentono il governo dell’Afghanistan come una cosa propria. Conta poco che Abdullah sia figlio di un pashtun e di una donna tagika: è infatti targato Alleanza del Nord. Proprio per questo motivo, per i Talebani potrebbe essere più facile generare una forte opposizione al suo governo e magari travolgerlo, come accadde a Burhanuddin Rabbani nel 1996. Verrebbero oltretutto quasi certamente appoggiati anche dai pachistani e dai sauditi, perché Abdullah è ritenuto vicino all’Iran, all’India ed ai russi. Gli stessi statunitensi lo considerano con un certo favore sin dal 2009, quando sostennero la sua protesta contro i brogli massicci che avevano inizialmente condotto a dichiarare riconfermato al primo turno il presidente Karzai, compromettendo le loro successive relazioni con lui. In ragione di queste sue importanti vulnerabilità, Abdullah avrebbe quindi bisogno di mantenere una sostanziale presenza militare internazionale in Afghanistan.

Anche Ghani, che vanta trascorsi negli Stati Uniti, verosimilmente firmerebbe rapidamente l’accordo bilaterale sulla sicurezza con Washington. Qualora eletto, avrebbe forse maggiori possibilità nei confronti dei Talebani, in ragione della propria identità pashtun. Comunque, è un fatto indubbio che l’ex ministro delle Finanze abbia dodici punti di distacco da colmare e poche speranze residue di successo. La strategia migliore per lui dovrebbe essere quella di rimanere in campagna elettorale il più a lungo possibile mentre negozia, per strappare le condizioni migliori per il suo ritiro dal ballottaggio. Il pronostico per ora più ragionevole è quindi una presidenza Abdullah, con un governo sottostante di “larghe intese”, appoggiato esternamente dai paesi Nato, dalla Russia, dall’India e dall’Iran. Ma con Pakistan, forse la Cina e Sauditi ostili.
 
Medio Oriente: forse un’azione congiunta Iran-Qatar dietro l’intesa tra Hamas e Fatah
6 mag 2014 19:44 - (Agenzia Nova) - Appare di straordinaria importanza potenziale l’accordo sorprendentemente raggiunto da Fatah ed Hamas, che daranno vita ad un esecutivo comune, in vista di elezioni che dovrebbero sancire la ricomposizione della frattura che ha separato la Cisgiordania dalla Striscia di Gaza. Quello che conta non è soltanto il fatto che l’intesa complica sensibilmente la posizione negoziale di Israele e dello stesso dipartimento di Stato Usa, ma soprattutto la circostanza che ben difficilmente un accordo di questa portata tra i palestinesi sia stato realizzato senza un’intesa a monte tra i principali referenti internazionali delle due articolazioni principali dell’Autorità nazionale palestinese. Di questo accordo più ampio, tuttavia, non si conoscono al momento né i contraenti né i contenuti. Tuttavia, le possibilità non sono infinite. Con tutta probabilità, si debbono esser mossi iraniani e Qatar. Emissari dell’Emirato, in effetti, sono stati notati in movimento tanto a Gaza quanto nella Cisgiordania.

Un’altra possibilità, ma decisamente meno probabile, è che nella partita si sia inserita anche l’Arabia Saudita. In effetti, l’implicita riabilitazione di Hamas che questa riconciliazione palestinese comporta, costituisce un problema tanto per Riad quanto per l’Egitto del generale Abdel Fattah al Sisi. Va bene, invece, ai turchi del premier Recep Taiyyp Erdogan, che in effetti si sono affrettati ad esprimere il loro sostegno per l’accordo che Hamas e Fatah sono riuscite a raggiungere.

Il primo effetto immediato dell’intesa è stato comunque il tramonto delle trattative israelo-palestinesi. Potrebbe presto o tardi derivarne una mossa offensiva dello stato ebraico, anche se il fatto che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti si sia chiamato fuori da quanto è accaduto riduce teoricamente l’impellenza israeliana di costringere Washington ad una chiarificatrice scelta di campo. Probabilmente, ci attende quindi una fase interlocutoria e fluida. Occorrerà del tempo perché la situazione si definisca. Anche perché il presidente Usa Barack Obama è al momento focalizzato su altri scacchieri.