Corno d'Africa
01.05.2014 - 15:41
Analisi
 
Eritrea: il proliferare dei gruppi insurrezionali mette in luce la debolezza del regime di Afewerki
1 mag 2014 15:41 - (Agenzia Nova) - L’uccisione di 27 agenti dei servizi segreti eritrei e il ferimento di altre decine di essi, avvenuta questa settimana in una caserma militare nei pressi di Alhan, nella regione settentrionale del Mar Rosso, ad opera del gruppo ribelle eritreo dell’Organizzazione democratica degli Afar del Mar Rosso (Rsado), ha riacceso i riflettori su un problema: quello del proliferare di gruppi insurrezionali interessati al rovesciamento del ventennale regime del presidente Isaias Afewerki. E’ un problema che mina dall’interno le fondamenta di un paese allo stremo dal punto di vista economico, ma che finisce per interessare l’intera regione del Corno d’Africa, di cui l’Eritrea continua a rappresentare un elemento di forte preoccupazione per la comunità internazionale. L’attentato, secondo quanto riferito al quotidiano “Sudan Tribune” dal leader del gruppo ribelle eritreo di stanza in Etiopia, Ibrahim Haron, è avvenuto in una base che ospitava circa 70 esponenti dell’intelligence ed è stato condotto come rappresaglia per le persecuzioni e le uccisioni su base etnica perpetrate dal governo eritreo contro la minoranza Afar.

Si tratta del primo attacco in territorio eritreo dal 2012, quando i ribelli dell’Alleanza democratica eritrea (Eda) – di cui il Rsado rappresenta una delle 11 organizzazioni aderenti – uccisero 30 soldati eritrei in un attacco ad una base militare nella regione meridionale del Mar Rosso. I ribelli eritrei hanno costituito negli ultimi anni un fronte militare unito per deporre un governo che accusano di persecuzioni su base etnica e di costituire una crescente minaccia per la stabilità regionale. I ribelli hanno già rivendicato decine di attacchi in Eritrea e il Rsado sostiene di avere ucciso centinaia di soldati eritrei dall'inizio del 2009, ma non è possibile verificare le loro affermazioni, a causa delle severe restrizioni di viaggio nel paese. Tali minacce, reali o presunte, alla sicurezza hanno da sempre fornito il pretesto al governo per esercitare un controllo totale sulla società civile attraverso la repressione di qualsiasi forma di dissenso.

Il paese, definito da alcune organizzazioni non governative (Ong) uno “Stato-prigione”, vanta un numero altissimo di carceri disseminate in tutto il territorio nazionale. Le voci critiche della diaspora eritrea denunciano i sistematici atti di tortura a danno dei detenuti, spesso rinchiusi in container di metallo esposti a temperature elevatissime. Il regime eritreo non permette l'esistenza di opposizioni politiche e le associazioni per i diritti umani sostengono che migliaia di prigionieri politici siano detenuti in carceri sotterranee senza nessun capo d'accusa. A risentire di tale clima è stata, inevitabilmente, la situazione economica dell’Eritrea, fortemente penalizzata dalle modalità con cui il capo di stato ha gestito il potere nell’ultimo ventennio. La sfrenata militarizzazione ha finito per assorbire una parte importante dei magri bilanci statali e il mantenimento di un apparato militare che facesse da deterrente per i nemici nella regione del Corno d’Africa – Etiopia su tutte – ha sottratto fondi e opportunità per realizzare una riduzione della povertà.

Ancora oggi la stragrande maggioranza dei circa sei milioni di eritrei (80 per cento) vive di agricoltura di sussistenza, con un reddito pro-capite che non supera i 600 dollari. Il prodotto interno lordo (Pil) eritreo si colloca agli ultimi posti al mondo con 3,6 miliardi di dollari. Il governo non ha mai avviato il processo di smobilitazione dei militari, una delle misure da tempo programmate per favorire lo sviluppo del settore agricolo, mentre il controllo stretto dell’economia da parte del governo scoraggia gli investitori esteri e allo stato attuale le prospettive di crescita del paese dipendono in massima parte dall’implementazione di progetti di sviluppo nel settore minerario, ma i proventi di tali attività sono previsti solo nei prossimi anni. Una parte importante delle entrate proviene anche dalle rimesse dei cittadini eritrei emigrati all’estero e dagli aiuti internazionali. La repressione interna e la povertà sono inoltre le principali cause della massiccia emigrazione eritrea, una delle più alte al mondo in rapporto alla popolazione totale del paese. Si tratta di un fenomeno trasversale, che riguarda sia persone in condizioni di vita disperate sia militari che decidono di disertare il servizio obbligatorio.

I dissapori che serpeggiano nell’apparato di difesa e sicurezza del paese si sono resi ancor più evidenti durante il tentato golpe dello scorso 21 gennaio, quando un centinaio di membri dell’esercito, guidati dal colonnello Osman Saleh, ha occupato il ministero delle Comunicazioni e la televisione di stato. Nonostante il suo fallimento, il tentato golpe ha messo in luce la sostanziale fragilità del regime di Afewerki. In una tale situazione di debolezza interna e di isolamento internazionale, Asmara continua ad avere rapporti altamente conflittuali con l’Etiopia a causa degli strascichi della guerra del 1998-2000, primo fra tutti la reciproca rivendicazione sul territorio di Badme, assegnato dalla Commissione per i confini delle Nazioni Unite all’Eritrea nel 2002, ma occupato de facto dall’Etiopia che non ha riconosciuto la nuova delimitazione e la sentenza del Tribunale arbitrale.

Non potendo competere economicamente, militarmente e politicamente con Addis Abeba, l’unica strategia di rappresaglia che Asmara ha potuto utilizzare è stato il sostegno ai movimenti di ribellione antigovernativi in Etiopia e anti-etiopi nel resto del Corno d’Africa. Per questa ragione, il regime di Afewerki è stato il principale finanziatore dell’ala estremista dell’Afar Revolutionary Democratic Unity Front (Arduf), il movimento politico-militare che rappresenta le istanze del popolo Afar, etnia stanziata nell’omonima regione del nord dell’Etiopia, dell’Ogaden National Liberation Front (Onlf), gruppo che lotta per l’indipendenza dell’Ogaden, la ricca regione mineraria orientale etiope popolata in larga misura da somali, e di al Shabaab. Tuttavia, non bisogna sottostimare come la propaganda guerrafondaia nei confronti dell’Etiopia venga anche utilizzata come strumento di politica interna e serva a giustificare, agli occhi della popolazione, la limitazione dei diritti, la povertà e la militarizzazione della società.

Nonostante le dimensioni e il peso economico, l’Eritrea è da molto tempo un attore di importanza non trascurabile per quanto riguarda la stabilità del Corno d’Africa. Nei vent’anni d’indipendenza questo stato è stato coinvolto in un nuovo conflitto armato con l’Etiopia, mentre con altri paesi confinanti in diverse occasioni ha rischiato di entrare in guerra sia per questioni di confine, sia per le presunte interferenze del governo eritreo negli affari interni di tali paesi. Le controversie con lo Yemen nel Mar Rosso, con Sudan, Somalia e Gibuti hanno compromesso seriamente le relazioni di Asmara nel contesto regionale e hanno contribuito ad innalzare il livello di tensione nel Corno d’Africa. Tutto ciò, unito alla crescente proliferazione dei gruppi ribelli e al sempre più consistente flusso di persone in fuga dal paese, sta mettendo in luce quanto sia divenuta precaria le tenuta del regime di Afewerki e di come il paese, al di là dell’apparente immobilismo che lo caratterizza, potrebbe essere travolto da una improvvisa rivolta popolare sostenuta da ufficiali in rotta con il presidente. (Marco Malvestuto)