Corno d'Africa
11.04.2014 - 11:16
Analisi
 
Kenya-Somalia: il “pugno duro” di Nairobi contro i rifugiati somali nella lotta al terrorismo
11 apr 2014 11:16 - (Agenzia Nova) - Ha sollevato non poche polemiche in Somalia l’ordinanza, emanata di recente dal governo keniano, che impone a tutti i rifugiati del Kenya che vivono nelle aree urbane del paese di tornare “con effetto immediato” nei campi di Dadaab e Kakuma, situati rispettivamente nell’est e nel nord-ovest del Kenya. La decisione, come affermato in una nota ufficiale diffusa dal ministro dell’Interno Joseph Ole Lenku, è stata presa per “motivi di sicurezza” dopo l’attentato che lo scorso 23 marzo ha causato la morte di sei persone in una chiesa evangelica a sud della città costiera di Mombasa, per il quale è fortemente indiziato – pur non avendo ufficialmente rivendicato la strage – il gruppo militante islamico somalo al Shabaab, legato ad al Qaeda, già responsabile di diversi attentati in Kenya, tra cui quello dello scorso anno al centro commerciale Westgate di Nairobi in cui persero la vita 67 persone. Non c’è dubbio che un simile provvedimento contribuisca ad esasperare non poco la già difficile situazione in cui vive la nutrita comunità di rifugiati somali presenti nel paese.

Ciò è vero soprattutto se si considera che prima dell’ordinanza gli stessi rifugiati – il cui numero complessivo in Somalia ammonta a 474.226 secondo le ultime stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) – erano autorizzati a lasciare i campi per recarsi nelle aree urbane del Kenya per motivi di assistenza medica e di studio. La decisione rischia inoltre di minare seriamente l’Accordo tripartito raggiunto il 10 novembre scorso dall’Unhcr e i governi di Kenya e Somalia, in base al quale il rimpatrio dei rifugiati somali presenti in Kenya deve avvenire in un contesto legale che preveda un carattere esclusivamente volontario e in condizioni di “sicurezza e dignità”. È notizia di ieri, però, che le autorità keniane hanno avviato il rimpatrio forzato di 86 rifugiati somali nel loro paese. L’ordinanza, come denunciato dall’organizzazione non governativa (Ong) Refugees International, contrasta inoltre con le convenzioni internazionali che consentono libertà di movimento per i rifugiati, senza considerare il fatto che un’analoga decisione adottata dal governo di Nairobi già nel 2012 è stata poi dichiarata incostituzionale dalla Corte suprema del Kenya nel luglio 2013 con una sentenza che tuttavia non è servita ad impedire le violenze, gli abusi e le estorsioni contro i rifugiati da parte dei servizi di sicurezza keniani, denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo.

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è stata poi l'ondata di arresti che hanno avuto luogo durante lo scorso fine settimana a Nairobi, dopo i recenti attacchi terroristici nella capitale. Le indagini a tappeto della polizia si sono concentrate nella zona di Eastleigh, dove vive la maggior parte dei rifugiati e dei richiedenti asilo somali presenti in città e dove si sono verificati alcuni degli attacchi. Le persone arrestate sono trattenute in varie stazioni di polizia, oltre che allo stadio Kasarani. In conformità con il suo mandato, l'agenzia Onu per i rifugiati ha cercato di ottenere per sé e i propri partner l’autorizzazione a visitare i rifugiati e i richiedenti asilo in stato di detenzione, facendo appello alle forze dell'ordine affinché “difendano i diritti di tutte le persone arrestate e le trattino in modo umano e non discriminatorio”. A Nairobi vivono 50.800 dei 550.980 rifugiati e richiedenti asilo presenti in Kenya, la maggior parte dei quali sono di origine somala. A testimonianza della tensione che sempre di più caratterizza i rapporti fra le autorità keniane e la popolazione somala, nei giorni scorsi alcuni gruppi della società civile hanno organizzato a Mogadiscio diverse manifestazioni i cui promotori hanno minacciato ritorsioni contro la popolazione keniana residente in Somalia se le autorità di Nairobi continuano “a non rispettare i cittadini somali”.

L’irrigidimento della posizione di Nairobi nella sua lotta senza quartiere agli al Shabaab e la dura repressione portata avanti soprattutto tra la popolazione dei rifugiati somali rischia inoltre di compromettere l’affidabilità del Kenya nello scenario globale. A livello internazionale, infatti, il Kenya è stato finora considerato come un partner strategicamente importante contro la fragilità delle istituzioni e l’instabilità nel Corno d' Africa, ricoprendo un ruolo fondamentale negli sforzi della comunità internazionale per la stabilizzazione della vicina Somalia, ospitando la quarta comunità di rifugiati più popolosa nel mondo e ricevendo molto spesso gli elogi da parte della comunità internazionale e delle agenzie umanitarie per il suo ruolo “responsabile”. Tuttavia, a livello nazionale, l'atteggiamento del governo keniano nei confronti della comunità dei rifugiati somali è stato spesso caratterizzato da una sostanziale emarginazione, spesso sfociata in discriminazione. Sebbene, infatti, in Kenya i cittadini di origine somala ricoprano importanti incarichi a livello politico e militare – il ministro degli Esteri Amina Mohamed ne è l' esempio più noto – la maggior parte della comunità somala vive piuttosto emarginata e questa condizione di subalternità ha avuto effetti economici e sociali negativi sul rapporto tra autorità e cittadini somali nelle aree urbane del Kenya, in particolare nel quartiere a maggioranza somala di Eastleigh, a Nairobi.

Tutto questo, combinato con il crescente attivismo degli al Shabaab nella zona, ha finito spesso per lasciare le comunità vulnerabili in balia degli abusi da parte delle forze di polizia. Sebbene, dunque, il ruolo regionale del Kenya abbia avuto conseguenze positive per la stabilità nella regione, un’eccessiva rigidità nei confronti della popolazione somala rischia di rivelarsi controproducente ai fini della sicurezza dello stato, in quanto risposte eccessivamente pesanti nei confronti della comunità somala possono portare alla fusione delle questioni nazionali con la più ampia retorica del terrorismo internazionale. (Marco Malvestuto)