Atlantide
08.04.2014 - 15:20
ANALISI
 
Afghanistan: sorpresa elettorale, una campagna competitiva e grande affluenza al voto
8 apr 2014 15:20 - (Agenzia Nova) - Anche se ne conosceremo i risultati ufficiali non prima del 14 maggio prossimo, le elezioni convocate per eleggere il successore di Hamid Karzai alla presidenza dell’Afghanistan hanno riservato finora alcune piacevoli sorprese, che autorizzano finalmente qualche tenue speranza per il futuro, a differenza di quelle appena svoltesi in Turchia, che potrebbero invece avere spianato la strada all’avvento di un regime autoritario. L’Afghanistan non è stato certamente pacificato: anzi, vi si continua a morire ogni giorno, anche se i media non se ne accorgono perché la guerriglia non raggiunge più come prima i nostri soldati, rintanati nelle loro basi per il grosso del tempo. Ma il 5 aprile scorso si sono recate alle urne oltre sette milioni di persone, tra le quali ben due milioni e mezzo di donne, il 36 per cento del totale dei votanti, che hanno sfidato la sorte e la guerriglia talebana per dire la loro sull’avvenire del paese.

In realtà, gli osservatori più attenti avevano già colto alcuni importanti elementi di novità nel corso della campagna elettorale, che era stata caratterizzata da una competizione inedita e serrata, con confronti veri, in televisione e sulle piazze, che dovrebbero aver lasciato un segno importante nella coscienza degli afgani che vi hanno assistito. Le differenze con le tornate precedenti sono state notevolissime, anche visivamente. Nel 2004, infatti, l’entusiasmo fu certamente grande e genuino. Nessun afgano aveva mai votato prima per eleggere il suo presidente ed i talebani erano ancora abbastanza deboli, ma quella di Karzai era stata in realtà una cavalcata solitaria in mezzo a comprimari.

Nel 2009, invece, l’insurrezione stava dilagando, specialmente nelle province meridionali ed orientali del paese, ed i contingenti occidentali avevano subito perdite pesantissime per proteggere le operazioni di voto ed il conteggio delle schede. Karzai prevalse ancora una volta, ma grazie a massicci brogli e soprattutto all’apporto decisivo dei voti “collettivi” espressi in suo favore dagli anziani capi-tribù, fra i pochi recatisi ai seggi nelle zone maggiormente infestate dalla guerriglia. Il suo successo venne tuttavia contestato dal rivale sconfitto, il mezzo-tagiko Abdullah Abdullah, candidato dell’Alleanza del Nord, le cui argomentazioni trovarono ascolto presso la comunità internazionale, cosa che costrinse il presidente a concedere il ballottaggio. Abdullah, tuttavia, rinunciò in extremis a questa opportunità: un po’ perché ritenne che neanche al secondo turno avrebbe potuto ottenere la garanzia di un voto veramente equo e non manipolato, ma in parte anche perché probabilmente indotto a farlo dall’oggettiva pericolosità di un secondo turno, al quale tagiki e pashtun, le due più grosse comunità etniche dell’Afghanistan, avrebbero potuto presentarsi gli uni contro gli altri armati. La riconferma ottenuta da Karzai fu così un successo mutilato ed il presidente rieletto ne risentì negativamente per tutto il suo secondo mandato, non solo perché indebolito sul piano della legittimità morale, ma altresì perché finì con il percepirsi vittima di un vasto complotto ordito da Washington e teso a delegittimarlo.

Risale tra l’altro proprio a quel momento l’inizio del lento distacco di Karzai dagli alleati statunitensi, che si sarebbe progressivamente accentuato nel tempo fino ai giorni nostri, malgrado la sua sicurezza dipendesse proprio da loro. In spregio agli Stati Uniti, ad esempio, negli ultimi mesi del suo mandato, il presidente afgano avrebbe ripetutamente rifiutato allo stesso Barack Obama la firma dell’Accordo bilaterale di sicurezza, indispensabile alla permanenza dei soldati Usa in Afghanistan dopo il 31 dicembre 2014, liberando altresì dal carcere di Bagram molti detenuti giudicati pericolosi dai comandanti statunitensi in teatro, in quanto affiliati al movimento talebano. Da ultimo, ciliegina sulla torta, proprio nei giorni scorsi, l’Afghanistan si è aggiunto a Siria e Venezuela al ristrettissimo novero degli stati che hanno riconosciuto l’annessione della Crimea da parte della Russia. (g.d.)
 
Afghanistan: dibattiti televisivi e programmi politici “nazionali”
8 apr 2014 15:20 - (Agenzia Nova) - A fare delle elezioni in Afghanistan una gara vera è stata soprattutto la circostanza che il presidente uscente, Hamid Karzai, non potesse candidarsi per un terzo mandato, perché ha obiettivamente aperto ampi spazi che le maggiori personalità del paese hanno cercato rapidamente di occupare: 11 uomini, inizialmente, espressione di tutte le maggiori articolazioni della nazione afgana e persino di qualche partito armato, come l’Hibz-e Islami di Gulbuddin Hekmatyar, seppure non dei talebani. Sono quindi accadute cose straordinarie, inattese e per certi versi memorabili. Gli afgani, ad esempio, hanno potuto assistere a numerosi dibattiti televisivi all’occidentale, che hanno coinvolto i candidati ed i membri dei loro rispettivi staff. La campagna elettorale, poi, ha portato i maggiori candidati a tenere comizi in tutte le province del paese, cosa che li ha costretti a dare un’impronta davvero nazionale al loro messaggio, non solo cercando di garantire una composizione equilibrata al proprio ticket, ma altresì sul piano programmatico.

Questo, naturalmente, non vuol dire che non si sia tenuto conto della realtà, e che storia e geografia dell’Afghanistan siano stati improvvisamente cancellati. Ovviamente non è così. Si è ad esempio avuto cura di evitare le situazioni più imbarazzanti. Quando Ashraf Ghani, pashtun, favorito nei sondaggi, ha parlato al Sud o all’Est, ad esempio, non ha portato con sé il proprio candidato vice-presidente, l’uzbeco Rashid Dostum, che in molte parti d’Afghanistan è considerato, a torto o a ragione, nulla di più di un volgare delinquente, in ragione degli eccessi cui si abbandonò durante gli anni Novanta ed altresì all’indomani della caduta dei talebani. Piuttosto, ciò che si deve evidenziare è il verificarsi di una situazione nuova, in cui candidati pashtun come lo stesso Ghani o Zalmai Rassoul, il campione di Karzai, hanno potuto parlare senza eccessive difficoltà a piazze tagike, come Takhar, o Hazara, come Bamiyan. Ed esponenti di spicco della comunità tagika come Abdullah Abdullah sono stati in grado di tenere comizi in città pashtun come Kandahar. La gente è accorsa in massa e non si sono registrati incidenti. Non è quindi impossibile che la distribuzione dei voti per una volta non coincida perfettamente con quella delle differenti etnie. I primi riscontri sono confortanti: Ghani ha preso voti anche al Nord, così come Abdullah ne ha conquistati al Sud, anche se ovviamente in proporzioni differenti, come accade anche del resto in tutto il mondo. (g.d.)
 
Afghanistan: chi sono i maggiori contendenti
8 apr 2014 15:20 - (Agenzia Nova) - Le personalità a contendersi veramente la presidenza afgana sono tre. Sulla carta, stando almeno agli ultimi sondaggi ed ai primi exit poll, a condurre la corsa sembrerebbe essere Ashraf Ghani: un ex funzionario della Banca Mondiale con lunghi trascorsi in Usa, di etnia pashtun, che da ministro delle Finanze ha tentato di realizzare per la prima volta in Afghanistan un efficace servizio di riscossione delle imposte, con risultati peraltro assai limitati. E’ con lui, come si è visto, l’uzbeko Dostum, un capace signore della guerra di formazione sovietica, forte al Nord e dotato di buone entrature tanto in Russia quanto in Turchia. Lo inseguirebbe, non è chiaro però a quale distanza, Abdullah Abdullah, legato storicamente all’Alleanza del Nord di Massoud, e quindi percepito politicamente come tagiko, seppure figlio di una coppia etnicamente mista, con un padre pashtun. Abdullah vanta buone relazioni con la parte più progressista del regime iraniano, non è certamente inviso ad indiani e russi, e comunque si giova di una certa rispettabilità internazionale, come prova il fatto che gli Stati Uniti si siano spesi per lui cinque anni fa, irritando il presidente Hamid Karzai. Terzo, e ben indietro nei sondaggi dell’ultima ora, vi sarebbe infine Zalmai Rassoul, fino a poche settimane fa ministro degli Esteri: un altro pashtun, che Karzai vedrebbe di buon occhio come erede, sia in ragione della sua fedeltà e prossimità politiche, che delle sue evidenti debolezza e mancanza di carisma.

Tutto, inclusi i risultati preliminari che stanno affluendo da tutto il paese, lascerebbe prevedere una sfida al ballottaggio tra Ghani ed Abdullah, anche se non è esclusa un’affermazione dell’ex ministro delle Finanze al primo turno. Tuttavia, non tutti i giochi sono ancora fatti. Stiamo anzi attraversando una fase delicatissima, perché sul risultato in gestazione gravano molte incognite: mancano all’appello, ad esempio, diversi milioni di schede, dal momento che molti seggi ne sono rimasti sprovvisti, malgrado avessero votato circa 7 dei 12 milioni di aventi diritto, a fronte di 20 milioni di cartelle stampate. E’ possibile che qualcuno le abbia sottratte per sostituire quelle votate con altre di segno diverso. Il terzo tempo della consultazione, dopo la campagna elettorale ed il voto vero e proprio, potrebbe quindi riservare le insidie maggiori. (g.d.)
 
Afghanistan: gli imponderabili che possono scombinare i giochi
8 apr 2014 15:20 - (Agenzia Nova) - Un primo elemento suscettibile di alterare il quadro delle elezioni in Afghanistan ha a che fare con l’efficacia della strategia prescelta dal presidente uscente Hamid Karzai per restare rilevante nel suo paese. Karzai, in effetti, si è dato molto da fare per garantirsi un futuro politico. Da un lato, ha blandito i talebani ed i loro fiancheggiatori, sia irrigidendosi ulteriormente con gli Stati Uniti che liberando dal carcere di Bagram molte personalità compromesse con la guerriglia. Dall’altro, ha indotto suo fratello Qayyum e poi anche il generale Abdul Rahim Wardak a ritirarsi dalla corsa per favorire Rassoul, che potrebbe quindi ottenere un buon bottino di voti nelle province di Kandahar, dell’Uruzgan e forse dell’Helmand, anche per il forte peso che vi esercitano le affiliazioni tribali e di clan. Nulla si sa sull’affluenza alle urne in queste zone né sulla sorte delle schede votate. E’ lì però che Karzai ha edificato a modo suo la propria rielezione nel 2009. Qui potrebbero sorgere i numeri per Rassoul.

Il secondo fattore da considerare sono proprio i talebani, che hanno deciso d’intensificare la loro pressione militare moltiplicando gli attacchi contro le persone coinvolte nel processo elettorale ed i testimoni scomodi, prendendo di mira giornalisti ed Ong, in particolar modo nella capitale, in modo da indurli a fuggire. Se non ce ne siamo accorti fino all’attacco contro le due giornaliste dell’Associated Press colpite il 4 aprile, è perché i loro attentati raggiungono ormai molto raramente i militari dell’Isaf, che hanno ridotto al minimo i pattugliamenti esterni in vista del loro probabile prossimo rimpatrio. E’ presumibile che scopo principale di questa offensiva della guerriglia fosse proprio quello di ridurre sensibilmente la partecipazione al voto, sia per dimostrare la propria forza che per ridurre la legittimità del futuro governo, da cui a medio termine dipende anche la tenuta dell’esercito e della polizia nazionale afgana. Non è infatti da escludere che i talebani possano aver giudicato utile alla loro causa permettere al presidente Karzai di manipolare più efficacemente, alla sua maniera, il voto a vantaggio del proprio ex ministro degli Esteri nelle zone dove la sua famiglia è più influente, che spesso coincidono con quelle dove l’insurrezione è maggiormente radicata, proprio come accadde nel 2009 sotto gli occhi esterrefatti delle truppe atlantiche.

Ecco perché, malgrado il vantaggio attribuito a Ghani ed Abdullah anche dai più recenti sondaggi e dai primi risultati già affluiti, non è affatto detto che alla fine non la spunti Rassoul, magari al secondo turno, quando il fattore etnico potrebbe incidere di più, compattando i pashtun e danneggiando il leader dei tagiki. Non è probabilissimo, ma neanche impossibile. Non resta quindi che attendere e vedere che cosa succederà. La speranza, ovviamente, è che chiunque vinca, prevalga con un risultato limpido, essenziale alla legittimità delle istituzioni afgane ed al successo della transizione in atto. Senza un presidente carismatico, infatti, presto o tardi, le forze di sicurezza afgane si squaglieranno come neve al sole di fronte al risorgere degli integralisti armati. (g.d.)