Atlantide
01.04.2014 - 12:49
ANALISI
 
Usa-Vaticano: importanti convergenze fra Obama e Papa Francesco su Siria ed Ucraina
1 apr 2014 12:49 - (Agenzia Nova) - E’ stato il primo colloquio diretto tra il presidente degli Stati Uniti e Papa Francesco a determinare la scelta di Barack Obama di includere una sosta a Roma nel viaggio che lo ha portato da Bruxelles a Riad la scorsa settimana. Al contrario di quanto molti hanno scritto, il colloquio svoltosi il 27 marzo scorso nei Palazzi Apostolici con il capo della Chiesa cattolica non interessava alla Casa Bianca tanto per motivi di politica interna collegati alla scadenza delle elezioni medio termine, quanto piuttosto per comprendere meglio l’effettivo posizionamento geopolitico della Santa Sede in questa fase storica, al fine di trarne delle conclusioni operative sia sulle possibili aree di cooperazione che su quelle di probabile contrapposizione.

A Barack Obama, infatti, non è sfuggito il notevole peso acquisito dal nuovo Pontefice sulla scena internazionale. Occorre ricordare a questo proposito come, con un gesto inedito, sei mesi fa Francesco avesse riconosciuto con una sua lettera inviata personalmente al presidente russo Vladimir Putin, alla vigilia del G8 di San Pietroburgo, il ruolo svolto da Mosca nella politica mondiale, auspicandone il rispetto da parte delle altre maggiori potenze. Ne erano derivati malumori, specialmente all’interno del Dipartimento di Stato, che al principio dello scorso autunno premeva fortemente per avviare al più presto dei bombardamenti punitivi nei confronti del presidente siriano Bashar al Assad.

Tuttavia l’azione del Papa, tesa a scongiurare un intervento multinazionale in Siria guidato dagli Stati Uniti, aveva altresì contribuito all’innesco di quella dinamica che avrebbe permesso all’inquilino della Casa Bianca di sottrarsi alla trappola in cui si stava cacciando. Poi, più recentemente, alla crisi siriana si è sovrapposta quella esplosa in Ucraina, che avrebbe visto le varie articolazioni della Chiesa cattolica locale schierarsi contro il governo di Viktor Janukovich, mentre Francesco esortava da Roma alla moderazione ed al dialogo, dando prova di un’inattesa neutralità. Anche in questo caso, ampi settori del Congresso e della diplomazia Usa hanno mugugnato, nutrendo evidentemente aspettative differenti. Era quindi divenuto importante per Obama pervenire ad un chiarimento circa i reali intendimenti del Papa su un vasto ambito di materie e di teatri, dal Medio Oriente all’Est europeo.

A quanto si è appreso, il confronto avrebbe pienamente soddisfatto le attese del presidente statunitense. Dalla Santa Sede sono anche giunte significative conferme al riguardo. Lo scarno comunicato diramato il 27 marzo pomeriggio dalla sala stampa vaticana, che nessun quotidiano maggiore ha ripreso nella sua interezza, ha dato ad esempio conto di un clima molto positivo tra le parti e di una significativa convergenza tra il Papa ed il presidente statunitense, precisando che “i cordiali colloqui” avevano “permesso uno scambio di vedute su alcuni temi attinenti all’attualità internazionale, auspicando per le aree di conflitto il rispetto del diritto umanitario e del diritto internazionale e una soluzione negoziale tra le parti coinvolte”.

In pratica, a quanto si è capito, Obama e Francesco si sarebbero trovati d’accordo sull’opportunità di non aggravare la crisi in atto tra Ucraina e Russia e, molto verosimilmente, di non assecondare l’accelerazione che il premier turco Recep Tayyip Erdogan, uscito imprevedibilmente rafforzato dalla consultazione amministrativa del 30 marzo, sta cercando nuovamente d’imprimere al confronto in atto in Siria, dove a quanto pare Ankara ormai sostiene apertamente un’offensiva dei ribelli islamisti nelle zone abitate dagli alawiti vicini al clan del presidente Assad, che sarebbe ormai giunta nei pressi del porto di Latakia e potrebbe anche provocare una svolta nel conflitto civile che insanguina quello sfortunato paese. Uomini molto vicini al presidente siriano hanno perso recentemente la vita proprio combattendo in quelle zone, forse contribuendo ad orientare il Santo Padre verso un nuovo appello a negoziare per pervenire ad una soluzione pacifica. (g.d.)
 
Usa-Italia: conferma del forte rapporto tra Obama e Napolitano
1 apr 2014 12:49 - (Agenzia Nova) - Elementi di significativo interesse sarebbero emersi dalle conversazioni che il presidente Usa Barack Obama ha intrattenuto con le maggiori autorità del nostro paese, originariamente incluse nel programma della visita romana di Barack Obama soprattutto per cortesia cerimoniale, ma poi caricatisi di rilevanza sostanziale in dipendenza dei più recenti sviluppi della vicenda politica interna ed internazionale. In primo luogo, si è registrata la conferma del forte rapporto instaurato dalla Casa Bianca con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Dell’asse con il Quirinale tutti erano da tempo a conoscenza. Tuttavia, ha destato qualche sorpresa la circostanza che Obama abbia pubblicamente vantato questa “relazione speciale” proprio durante la conferenza stampa congiunta con il premier italiano Matteo Renzi, a Villa Madama. Il presidente Usa è parso inoltre a tratti adottare un atteggiamento paternalistico nei confronti di Renzi, probabilmente per metterlo in soggezione.

Altro fatto importante, ma in qualche modo da interpretare, è che Obama abbia chiesto al nostro paese di prepararsi a sostenere scelte difficili sull’Ucraina. Ad una prima valutazione, questa sortita è sembrata adombrare un imminente appesantimento delle sanzioni adottate contro la Russia. Così tra l’altro l’ha interpretata anche il presidente russo Vladimir Putin, che si è affrettato a contattare Obama subito dopo la fine del suo soggiorno romano. Non è quindi da escludere che l’inquilino della Casa Bianca abbia cercato con il suo intervento a Villa Madama soprattutto di rendere credibili le proprie minacce, invitando pubblicamente un paese particolarmente esposto come l’Italia ad attrezzarsi in vista di una seria riduzione delle relazioni economiche bilaterali con Mosca. In ogni caso, pare aver funzionato.

Sono naturalmente possibili anche altre chiavi di lettura. Tralasciando quella incentrata sul tornaconto economico statunitense, che pure potrebbe svolgere un ruolo pesante a medio-lungo termine, una fra quelle più convincenti chiama in causa la competizione apertasi tra gli Stati Uniti e la Germania per il controllo dell’Est europeo. In questo senso, Barack Obama potrebbe aver fatto la voce grossa in Italia soprattutto per rassicurare i propri alleati e non lasciare a Berlino il primato dell’intransigenza nei confronti di Mosca. A Roma, in ogni caso, non è affiorata alcuna effettiva volontà di aggravare il contenzioso e conferirgli una più evidente dimensione militare. Obama, ad esempio, ha molto insistito sul fatto che la Nato avrebbe risposto ad eventuali future aggressioni russe, precisando tuttavia che l’eventuale reazione alleata sarebbe stata circoscritta alla sola ipotesi di attacchi contro gli stati membri dell’Alleanza, come del resto prevede il Trattato di Washington. E l’Ucraina non lo è.

Lo stesso discorso sarebbe applicabile anche alle interessate aperture fatte da Obama sull’export del gas da scisti statunitense verso l’Europa. I suoi inviti non avrebbero infatti indicato una soluzione immediata al problema della dipendenza energetica del nostro continente dalla Russia, ma piuttosto delineato una strategia di lungo termine, sganciata dalla gestione della crisi attuale e del tutto in linea con prese di posizione risalenti addirittura ai tempi dell’amministrazione di George W. Bush, dal momento che né gli Stati Uniti né i paesi europei dispongono attualmente degli impianti che occorrerebbero per il trasporto via mare di ingenti quantitativi di gas liquefatto. Tra le righe, pare possibile intuire anche una richiesta a rinunciare al gasdotto South Stream, per il quale del resto l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ha recentemente affermato di prevedere un futuro “fosco”. Renzi ha comunque difeso di fronte al presidente Usa la politica di diversificazione dei fornitori perseguita negli scorsi anni dal nostro paese, affermando che l’Italia è perfettamente in grado di resistere ad un embargo gasifero che Mosca decidesse eventualmente di varare nei confronti di chi la sanziona. (g.d.)
 
Usa-Italia: qualche attrito su spese militari e tutela dell’agroalimentare
1 apr 2014 12:49 - (Agenzia Nova) - La stampa italiana ha dato ampio conto del fatto che tanto il presidente del consiglio Matteo Renzi quanto il capo dello stato Giorgio Napolitano, nell’incontro con il presidente Usa Barack Obama avessero raccomandato di non chiudere alla Russia, senza che ciò impedisse al capo della Casa Bianca di tessere successivamente le lodi dell’attuale capo dello stato italiano. Washington potrebbe quindi davvero essere interessata a non interrompere il dialogo e la collaborazione con Mosca, pur perseguendone nel lungo periodo il progressivo indebolimento.

Sempre Napolitano si sarebbe fatto garante presso gli Usa della conferma della commessa concernente gli F-35, sulla tempistica e consistenza della quale pare che il governo in carica nutra dei dubbi. Se ne era avuto il sentore anche in occasione della recente riunione del Consiglio supremo di Difesa svoltasi il 19 marzo scorso, che aveva demandato all’elaborazione di un nuovo Libro Bianco entro la fine dell’anno il compito di delineare l’entità delle capacità militari richieste dal paese alle sue Forze armate: un modo come un altro di guadagnare ulteriore tempo, che si è aggiunto al rinvio della discussione del documento che Giampiero Scanu, del Pd, avrebbe dovuto presentare alla Camera al termine di un’indagine conoscitiva condotta lo scorso autunno dalla Commissione Difesa di Montecitorio sulle prospettive dell’integrazione europea in campo militare e le sue ripercussioni sul procurement italiano.

E’ probabile che alla fine la commessa perderà qualcuno dei velivoli a decollo verticale, in primo luogo quelli destinati all’Aeronautica, ma forse anche qualcuno di quelli per la Marina, che del resto si accinge a ridurre ad una le proprie portaerei leggere. Non è però da escludere che si opti anche per una semplice rimodulazione dei tempi d’acquisizione, magari per non compromettere le sorti della linea di assemblaggio e manutenzione allestita a Cameri e, soprattutto, per evitare probabili rappresaglie commerciali Usa in altri settori. Peraltro, la preoccupazione di Obama per il calo delle spese militari europee ed italiane si spiegherebbe non tanto con la difesa delle produzioni della Lockheed, azienda che tra l’altro si tutela egregiamente da sola, quanto piuttosto con l’affermazione generalizzata del metodo del “leading from behind”, ovvero del comando da dietro le quinte.

Anche a Roma il presidente statunitense ha apertamente affermato di vedere per l’Italia un ruolo di più elevato profilo nel Mediterraneo, sia per stabilizzare la Libia, che per contenere le ambizioni francesi in Tunisia, secondo i consolidati schemi dell’equilibrio di potenza. Tuttavia, la Casa Bianca desidera avere un contributo del nostro paese anche su altri teatri, a partire dall’Afghanistan, se ovviamente il successore del presidente Hamid Karzai che uscirà dalle elezioni del prossimo 5 aprile – sono favoriti l’ex ministro degli Esteri Zalmai Rassoul e l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani, con il tagiko Abdullah Abdullah nei panni di credibile outsider – vorrà firmare l’accordo bilaterale di sicurezza con gli Stati Uniti che è la precondizione richiesta da tutti gli alleati occidentali per rimanere impegnati a Kabul e dintorni.

Come Roma possa riuscire nel compito di recuperare la Libia rimanendo presente anche altrove resta però un mistero. Renzi ha infatti confermato ad Obama la sua intenzione di andare avanti sulla revisione della spesa ed i massicci tagli derivanti dalla Legge Di Paola. Inoltre, non paiono al momento esistere in Italia spazi politici per operare un significativo incremento del bilancio della Difesa: il traguardo auspicato dal presidente Usa del 2 per cento del Pil per tutti i paesi europei implicherebbe una lievitazione del nostro fino alla soglia dei 40 miliardi di euro, che è assolutamente fuori portata.

E’ infine affiorata qualche tensione sul terreno della politica economica internazionale. Nel senso che seppure il governo italiano abbia apprezzato il sostegno statunitense alla battaglia che Renzi pareva intenzionato a scatenare contro il rigore del cancelliere tedesco Angela Merkel, Obama ha dovuto constatare l’emergere di qualche distinguo italiano in materia di negoziati per l’Accordo transatlantico di libero scambio, o Ttip. Il nostro paese, infatti, intende garantire i propri prodotti agroalimentari dalla futura concorrenza della grande produzione agricola statunitense, esattamente come la Francia. Posizione del tutto condivisibile, essendo in questione una nicchia di eccellenza del Made in Italy. Le trattative, quindi, non saranno proprio facilissime, anche se una loro parte molto critica avrà luogo proprio durante il semestre italiano di presidenza della Ue e, Washington conta molto su Roma per arrivare alla firma del Trattato entro la fine del 2014. (g.d.)