Atlantide
19.03.2014 - 18:06
ANALISI
 
Ucraina: la battaglia per l’est europeo prosegue dopo il plebiscito pro-russo in Crimea
19 mar 2014 18:06 - (Agenzia Nova) - Come ampiamente previsto, il referendum in Crimea si è risolto in un voto plebiscitario per il ricongiungimento alla Russia della Repubblica Autonoma che Nikita Krusciov aveva trasferito agli ucraini 60 anni fa. Ma la battaglia per la definizione dei nuovi equilibri nell’est europeo non è affatto finita. Le percentuali elevatissime, prossime al 97 per cento, scontano certamente la diserzione dalle urne delle componenti ostili alla secessione, come quella tatara, e forse anche qualche broglio fisiologico, ma i giornalisti presenti hanno riconosciuto che quanto è accaduto non ha in alcun modo travisato la volontà della gente del posto. Per esigenze connesse al rispetto della normativa costituzionale vigente in Russia, l’incorporazione della Crimea è avvenuta soltanto dopo il riconoscimento della dichiarazione d’indipendenza di Simferopoli, in modo tale da assumere le vesti di un’unione consensuale tra stati sovrani, anziché la forma del passaggio di un territorio da un paese non consenziente ad un altro.

La risposta data rapidamente dal presidente russo Vladimir Putin al rovesciamento del governo amico di Kiev è valsa senza dubbio all’uomo forte del Cremlino un sensibile recupero dell’indice di gradimento presso i russi, che si era recentemente piuttosto indebolito ed è ora dato pari al 71 per cento. Dovrebbe inoltre aver veicolato un messaggio chiaro: nessun cambio di allineamento internazionale da parte di uno stato vicino a Mosca potrà avvenire in futuro, autonomamente od in seguito a spinta esterna, senza che vi sia un prezzo da pagare. Se quanto è avvenuto sia davvero bastato a stabilire o meno una forma efficace di deterrenza per gli avversari di Aleksandr Lukashenko in Bierlorussia o quelli di Nursultan Nazarbaev in Kazakhstan è presto però per dirlo. Occorrerà del tempo per stabilirlo, e parleranno i fatti. Proprio perché al riguardo sussiste ancora una relativa incertezza, è improbabile che il voto referendario in Crimea abbia concluso la fase calda della crisi. Siccome anche la Russia sarà costretta a sostenere un costo significativo per questa operazione, è probabile che assisteremo ad ulteriori sviluppi. Altre turbolenze sono pertanto da mettere in preventivo e non sarebbe affatto stupefacente se fossero state contemplate fin dall’inizio nel piano attuato da Mosca dopo la deposizione del presidente ucraino Viktor Janukovich.

Meritano in questa prospettiva speciale attenzione le province dell’est ucraino, quelle a più forte presenza russofona, perché alcune comunità paiono intenzionate a seguire l’esempio della Crimea, promuovendo consultazioni simili a quella svoltasi nella penisola secessionista passata a Mosca. La loro situazione è tuttavia sensibilmente differente. Intanto, perché non dispongono degli strumenti istituzionali legati allo statuto di autonomia di cui godeva Simferopoli, e poi perché non potranno trarre beneficio dalla sussistenza di una importante base militare russa nei loro dintorni. Non potranno quindi essere appropriatamente assistite qualora il governo di Kiev decidesse di usare la forza nei loro confronti. Non è improbabile che ciò accada, perché già adesso il premier Arsenij Jacenjuk fronteggia la fronda delle componenti più radicali, che lo accusano di aver subìto senza reagire la perdita della Crimea e gli chiedono insistentemente di assumere un atteggiamento più intransigente. Kiev non potrà quindi rimanere facilmente passiva. E’ a questo proposito significativa, ed inquietante, la decisione di costituire milizie attingendo proprio ai gruppi armati dei movimenti nazionalisti Svoboda e Pravy Sektor, i cui uomini potranno essere utilizzati contro le città eventualmente ribelli senza timore di defezioni.

Così, il rischio di gravi scontri è dietro l’angolo. Anche se può apparire paradossale, questa prospettiva non dovrebbe peraltro dispiacere più di tanto al Cremlino, non solo perché uno sviluppo simile conferirebbe credibilità all’interpretazione adottata da Mosca nella crisi, ma soprattutto perché potrebbe essere compatibile con gli interessi della Russia che l’Ucraina precipiti nel caos e, magari, anche nella guerra civile. Tali scenari, infatti, allontanerebbero Kiev sia dall’Unione europea che dalla Nato per un periodo di tempo indefinito, ma certamente non breve. (g.d.)
 
Ucraina: la complessa dinamica della trama diplomatica che circonda gli sviluppi della crisi
19 mar 2014 18:06 - (Agenzia Nova) - La crisi in Ucraina coinvolge ambiti assai vasti, chiamando in causa fattori di grandissima portata, come le relazioni tra Est ed Ovest, i rapporti reciproci tra Unione europea e Stati Uniti e gli equilibri di potenza interni al nostro continente. Di qui, la grande prudenza dimostrata negli ultimi giorni di fronte al precipitare degli eventi e, soprattutto, nel definire la tipologia delle sanzioni da adottare nei confronti di Mosca, rimaste per ora volutamente simboliche e “di segnalazione”, in quanto dirette contro singoli probabilmente già preparati a subirle, piuttosto che tese effettivamente a modificare le decisioni prese dalle autorità russe. La situazione potrà certamente cambiare, in funzione dello sviluppo degli avvenimenti, ma per ora si cerca di non antagonizzare ulteriormente il Cremlino.

Dal punto di vista delle relazioni est-ovest, per quanto si cercherà di prevenirlo, è lecito attendersi un certo inasprimento delle politiche russe nei confronti degli interessi occidentali. Per un certo periodo almeno, sarà difficile che Mosca possa cooperare con gli Stati Uniti su alcuni dossier di grande valenza strategica per Washington, come quello legato al processo di riconciliazione in atto tra l’Iran e gli Usa, il cui successo rappresenta comunque una minaccia strategica agli interessi della Federazione russa. Tensioni potranno registrarsi anche nella gestione della logistica dell’intervento in Afghanistan e del ritiro delle truppe occidentali da quel teatro, da effettuarsi in parte rilevante attraverso il territorio russo. Sembrano invece meno probabili tentativi di destabilizzare le repubbliche baltiche, malgrado due delle tre, Estonia e Lettonia, ospitino cospicue minoranze russofone mantenute in stato di minorità politica.

Quanto ai rapporti euro-atlantici, sarà interessante osservare su quali basi si riassesteranno i rapporti tra Stati Uniti e Germania. Sono, infatti, i tedeschi ad aver reso possibile il cambio di campo dell’Ucraina, appoggiando le iniziative della Partnership Orientale e del Gruppo di Visegrad che hanno portato alla conclusione del negoziato concernente l’Accordo di associazione dell’Ucraina all’Unione europea. Così facendo, Berlino ha sconfessato un indirizzo della sua politica estera vecchio di decenni, probabilmente nel tentativo di lanciare un’Opa geopolitica sull’intera Europa orientale, di fatto trascurata dal presidente statunitense Barack Obama. L’amministrazione Usa non pare aver gradito molto questa svolta, come prova il testo dell’intercettazione fatta all’assistente segretaro di Stato per gli affari europei ed euroasiatici Victoria Nuland, che presumibilmente parlava sapendo di essere “ascoltata”, ed ha reagito di conseguenza. A Kiev, così, ha finito col perdere anche la Germania, perché l’ascesa del suo campione locale, Vitali Klitschko, è stata bruscamente interrotta dal rigetto degli accordi del 21 febbraio da parte del Maidan e dalla conseguente vittoria del partito di Julija Timoshenko, più legato a Washington, che si è impadronito del governo ucraino con il contributo determinante dei miliziani armati di Svoboda e Pravy Sektor.

I tedeschi parrebbero aver capito l’antifona, accettando l’esito della prova di forza a Kiev. Dovrebbero pertanto assecondare d’ora in avanti la politica Usa, rinunciando all’idea di porsi alla testa di uno schieramento anti-russo nell’est europeo e valorizzando i rapporti precedentemente intrattenuti con Mosca, probabilmente in pieno accordo con Washington. Berlino faticherà a fare marcia indietro: forse il cancelliere Angela Merkel si è recata a Varsavia e il ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier nelle tre capitali baltiche proprio per spiegare il nuovo stato delle cose , ma la dipendenza energetica dalla Russia l’aiuterà a giustificarsi. Dovranno essere anche ridefiniti certi equilibri interni all’Europa, perché la crisi ha evidenziato, da un lato, sino a che punto siano cresciute le ambizioni della Germania e, dall’altro, la pericolosità del raggruppamento creato dai paesi dell’ex Patto di Varsavia per condizionare l’intera politica comunitaria nei confronti della Russia. (g.d.)
 
Ucraina: l’Italia per un approccio moderato utile anche agli Stati Uniti
19 mar 2014 18:06 - (Agenzia Nova) - Nell’evoluzione della crisi in Ucraina l’Italia potrà avere certamente un ruolo, sia perché è probabilmente il paese europeo ad aver maggiormente scommesso sul potenziamento delle relazioni con la Russia, come prova il numero delle intese bilaterali sottoscritte durante il vertice italo-russo di Trieste dello scorso novembre, sia perché, a certe condizioni, questa politica è utile anche agli Stati Uniti. Quanto accaduto, in effetti, ha costituito una grave diversione strategica per Washington, che è stata costretta ad occuparsi dell’est europeo e della Russia proprio nel momento in cui una relativa distensione nei rapporti con Mosca era essenziale per gestire in tutta tranquillità gli sviluppi della guerra civile siriana e, soprattutto, il processo di riconciliazione con Teheran.

Non è quindi adesso da escludere che l’azione di moderazione dispiegata da Roma durante la crisi, evidente anche nel ruolo di “freno” svolto dalla Farnesina nella determinazione delle sanzioni mirate varate dall’Unione europea contro un certo numero di alti funzionari russi e crimeani, possa riuscire particolarmente gradita al presidente statunitense Barack Obama. E’ anzi probabile che lo sia. In ogni caso prosegue, come provano le prese di posizione del ministro degli Esteri, Federica Mogherini, che si è espressa contro il coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica nella crisi ed insiste invece per il ricorso all’Osce, che è più debole ed ha tra i propri membri anche la Russia ed i suoi più fedeli alleati.

Naturalmente, l’adozione di una politica morbida nei confronti di Mosca, nella prospettiva statunitense sarebbe soltanto un espediente tattico, di medio periodo, funzionale al successo del riavvicinamento all’Iran, che è di per sé profondamente antirusso sul piano strategico, nella misura in cui rende possibile a lungo termine l’immissione nel gasdotto Nabucco del gas iraniano, che ridurrebbe la dipendenza energetica dell’Europa da Mosca. Per l’istante, però, ciò che conta è la valenza di questo allineamento, che valorizza la posizione e la politica estera del nostro paese: fattore di moderazione e dialogo con la Russia, da un lato e, dall’altro, elemento di contrasto del tentativo tedesco di competere con gli Stati Uniti per il controllo dell’est europeo. (g.d.)