Corno d'Africa
03.04.2014 - 20:21
Analisi
 
Etiopia-Egitto: le trattative a Bruxelles sulla diga “Grand Renaissance”
3 apr 2014 20:21 - (Agenzia Nova) - A margine dei lavori del summit Unione europea-Africa, il ministro degli Esteri etiope, Tedros Adhanom, ha incontrato nei giorni scorsi a Bruxelles il suo omologo egiziano, Nabil Fahmy, per discutere dell’annosa questione della diga “Grand Renaissance” (Grd), il mega progetto idrico che Addis Abeba intende realizzare nei pressi del confine sudanese per produrre elettricità sufficiente a potenziare lo sviluppo economico di entrambi i paesi ma che, nei timori del Cairo, minaccia di bloccare il flusso del Nilo, una risorsa essenziale per la sopravvivenza del settore agricolo del paese, che dà lavoro a quasi un terzo della popolazione egiziana. La controversia costituisce senza dubbio un forte motivo di frizione nelle relazioni bilaterali tra i due paesi. Tuttavia, a ben vedere, al di là delle posizioni rigide dettate dal nazionalismo, Egitto ed Etiopia potrebbero entrambi trovarsi costretti a raggiungere un compromesso e a valutare i possibili benefici di lungo periodo che la diga potrebbe portare ai due paesi, finendo per guadagnarci entrambi, sia sul piano economico che su quello politico.

Un primo terreno di incontro potrebbe infatti essere costituito dalla garanzia, da parte di Addis Abeba, che la diga non sarà usata per alimentare un nuovo sistema di irrigazione, ma soltanto per la produzione di energia elettrica. In cambio di questa garanzia, il governo egiziano dovrebbe ammettere che la Grd non è necessariamente una condanna per il settore agricolo del paese ma, al contrario, che la sua costruzione può costituire l’occasione per riconvertire le colture del paese concentrandosi su raccolti a maggior valore aggiunto e minor utilizzo d’acqua. È probabilmente per questo motivo che, nel corso dell’incontro di Bruxelles, Fahmy ha ribadito la necessità del fatto che la fornitura di acqua e gli interessi dell'Egitto “non vengano danneggiati”, sottolineando tuttavia l'importanza di portare avanti seri negoziati per raggiungere una soluzione che tenga conto degli interessi di tutte le parti coinvolte. Dal canto suo, lo stesso Adhanom ha definito “irremovibile” la posizione del governo etiope nel portare avanti i colloqui con l'Egitto, pur non rinunciando alla prosecuzione dei lavori della diga che, come annunciato la scorsa settimana dal ministero degli Esteri di Addis Abeba, inizierà a generare elettricità entro il 2015.

Un altro compromesso potrebbe essere raggiunto sulla disponibilità, già manifestata da parte etiope, di offrire all’Egitto la possibilità di comprare parte della produzione della diga a un prezzo di vantaggio, il che, per un paese come l’Egitto che importa il 90 per cento circa dell’energia che consuma, costituirebbe un successo in termini di convenienza economica. Oltre a ciò, l’Egitto dovrebbe inoltre considerare che se la diga porterà davvero a un rilancio dell’economia etiope, il paese diventerebbe un importante mercato di sbocco per la sua industria in affanno. Alla luce di tutto questo, anche la recente decisione da parte delle autorità del governo del Cairo di creare un comitato incaricato di redigere le raccomandazioni necessarie a garantire la creazione di un arbitrato internazionale per trovare una soluzione alla crisi potrebbe rispondere ad una precisa strategia, ossia quella di alzare la posta in vista di una trattativa che comporti rilevanti ritorni per gli interessi egiziani. La notizia della creazione del nuovo comitato è stata pubblicata nella gazzetta ufficiale egiziana e specifica che a comporla saranno sei membri, tra i quali un tecnico ciascuno dei ministeri degli Affari esteri, delle Risorse idriche e della Difesa. Gli altri tre membri del comitato saranno esperti in materia di diritto internazionale.

Diversi incontri tra i due paesi si sono già svolti nei mesi scorsi, sia a livello ministeriale che a livello presidenziale, ma tutti sono terminati con le parti che rimanevano sulle rispettive posizioni. A separare Etiopia ed Egitto è in particolare la decisione su quale accordo internazionale dev’essere preso in considerazione riguardo la suddivisione delle quote d’acque spettanti a ciascun paese del bacino del Nilo. L’Egitto fa infatti riferimento ad un accordo siglato nel 1959 con il Sudan che assegna al Cairo più dei due terzi dell’intera portata d’acqua del Nilo. Addis Abeba ribadisce invece come punto di partenza l’accordo siglato ad Entebbe nel 2011 con Kenya, Uganda, Ruanda, Tanzania e Burundi che rivede le quote in modo maggiormente favorevole ai paesi presenti nel corso inferiore del fiume. Egitto, Etiopia e Sudan avevano costituito un comitato tecnico tripartito per studiare il possibile impatto della diga e per tentare di trovare un accordo comune sul progetto. Negli ultimi incontri tenutisi a Khartoum i componenti del comitato tripartito si erano impegnati a redigere un documento che prevedeva “misure di fiducia” fra i tre paesi, tuttavia gli sforzi della commissione si sono arenati nel mese di dicembre, quando il presidente sudanese Omar al Bashir ha annunciato il suo sostegno alla diga durante un incontro con il primo ministro etiope Hailemariam Desalegn.

La diga “Grand Renaissance”, la cui costruzione dovrebbe essere completata entro il 2018 per un costo complessivo di 4,2 miliardi dollari, una volta ultimata sarà la più grande opera idroelettrica del continente, con sedici turbine e una capacità produttiva di energia elettrica pari a cinquemila Megawattora l’anno e, secondo i piani dell’Etiopia, agirà da catalizzatore sull’economia di un paese dove il 30 per cento delle persone vive sotto la soglia di povertà, l’80 per cento non ha accesso diretto all’elettricità e il prodotto interno lordo (Pil) pro capite annuo è di 1.200 dollari, tra i più bassi del mondo. Una volta completata, la Grd dovrebbe infatti garantire una crescita annuale del Pil tra il tre e il cinque per cento per almeno dieci anni. Alla fine del mese scorso – a tre anni esatti dall’inizio dei lavori per la realizzazione dell’opera – il Consiglio nazionale etiope per il coordinamento della partecipazione pubblica nella costruzione della diga di “Grand Renaissance” ha tra l’altro annunciato che più il 26,3 per cento dei costi di costruzione dell’opera saranno finanziati sotto forma di titoli di stato acquistati dai risparmiatori etiopi. Finora sono stati completati il 32 per cento dei lavori che, secondo le stime della compagnia nazionale per l’energia elettrica etiope, hanno contribuito a creare circa settemila posti di lavoro. (Marco Malvestuto)