Atlantide
03.03.2014 - 21:39
ANALISI
 
Ucraina: con la nomina a premier di Jacenjuk, alla Timoshenko ed agli Usa il primo round
3 mar 2014 21:39 - (Agenzia Nova) - Con la nomina di Arseni Jacenjuk alla testa del governo provvisorio di Kiev si sono delineati più nitidamente i rapporti di forza tra i maggiori attori coinvolti nella crisi ucraina. Il nuovo premier, che è stato in passato ministro degli Esteri, proviene dal partito di Julija Timoshenko, finora fortemente sostenuto dagli Stati Uniti. Proprio per questo motivo, la sua ascesa ha segnato un punto importante a favore della diplomazia Usa, che sta adesso consolidando il proprio successo guidando la reazione internazionale alla decisione russa di intervenire militarmente in Crimea.

Si sono ormai esposti sul fronte ucraino tutti i pezzi grossi dell’amministrazione: dal presidente Barack Obama, che ha riattivato il telefono rosso per discutere della situazione con il collega russo Vladimir Putin, al vicepresidente Joe Biden, fino al segretario di Stato John Kerry. Pare quindi improbabile che il cambio dell’allineamento geopolitico di Kiev possa essere rimesso facilmente in discussione. Con un investimento tutto sommato contenuto, Washington è così riuscita a modificare a proprio vantaggio gli equilibri politici nell’Est europeo e nell’estero vicino della Federazione Russa, che adesso rischia di pagare il sostegno accordato ai cittadini russofoni residenti in Crimea con l’isolamento e l’espulsione dal G8, e forse anche altro.

Si è invece sensibilmente indebolita la posizione della Germania, che appoggiava Vitali Klitschko ed aveva attivamente partecipato con il proprio ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, al negoziato sfociato nell’accordo di compromesso del 21 febbraio scorso, respinto dai dimostranti della Maidan. Il leader di Udar, l’Alleanza Democratica, ha peraltro cercato di rilanciare, annunciando immediatamente la propria intenzione di candidarsi alle presidenziali ucraine del prossimo 25 maggio, forse allo scopo di tagliare la strada ad una Timoshenko ancora debole ed esitante, apparsa poco convincente alla sua prima apparizione in piazza dopo la scarcerazione, ma comunque al centro della fitta trama di trattative che si sta sviluppando intorno all’Ucraina. Se Klitschko è uomo che ha dimostrato un’attitudine al dialogo che potrà tornargli utile a tempo debito, la “pasionaria” della Rivoluzione Arancione del 2004 sembra ancora avere dalla sua il fatto di poter interloquire tanto con Mosca quanto con Washington. Dovrebbe quindi essere in grado di spuntarla, a meno che gli oligarchi non riescano ad esprimere un’alternativa adeguata e più credibile di qui al prossimo 25 maggio. (g.d.)
 
Ucraina: poche le carte a disposizione della Russia
3 mar 2014 21:39 - (Agenzia Nova) - Le opzioni a disposizione della Russia per arginare la sconfitta nella crisi in Ucraina erano e restano limitate. Mosca ha optato per il ricorso ad una serie di provocazioni controllate, che sono culminate nell’invio di un contingente militare di entità circoscritta in Crimea. La strategia prescelta mirava molto verosimilmente sia a polarizzare ulteriormente lo scontro interno in atto nel paese che a saggiare la determinazione occidentale a resistere ad un più strutturato tentativo russo di modificare nuovamente e a proprio favore gli equilibri politici a Kiev. I risultati, tuttavia, sono stati insoddisfacenti. Il governo ucraino, sotto la guida del premier Arseni Jacenjuk, ha mobilitato i riservisti, ma non si sono registrati ancora scontri a fuoco che, d’altra parte, anche le truppe russe paiono intenzionate ad evitare, non tanto in nome di astratte esigenze umanitarie quanto per sfuggire alla trappola in cui caddero ripetutamente i serbi durante gli anni Novanta. Il presidente ad interim dell’Ucraina, Oleksandr Turcinov, ha altresì opposto il suo veto al varo dell’inopportuna legge che avrebbe tolto al russo lo status di seconda lingua ufficiale dello stato, privando così la folta comunità russofona locale di un forte motivo di dissidio. Di contro, la mossa di Vladimir Putin in Crimea ha comportato una levata di scudi globale contro la Russia, alla quale, a dispetto delle formali ostentazioni di assoluta concordia con Mosca, pare si stia accodando anche la Cina, ostile per principio alle interferenze esterne negli affari interni di uno stato sovrano e verosimilmente ben lieta di indebolire un paese che ha offerto una sponda alla politica anticinese del Giappone.

Sembra evidente che la nuova leadership ucraina sia cosciente della posizione di forza in cui si trova. Ha dalla sua gli Stati Uniti e l’Unione europea, infatti può ritagliarsi il ruolo della vittima, attirando a sé le simpatie dell’opinione pubblica internazionale, ed in caso di difficoltà anche ricorrere al ricatto energetico, interrompendo il flusso degli approvvigionamenti diretti verso ovest, a differenza di Mosca cui un eventuale embargo costerebbe invece troppi soldi. E’ del resto già accaduto in passato, in occasione di un’altra crisi che contrapponeva l’Ucraina alla Russia, quando Mosca accusò apertamente Kiev di appropriazione indebita e la diplomazia tedesca iniziò a considerare l’idea di occuparsi più attivamente di quanto accadeva in quel paese.

Un’insidia per Jacenjuk e per il destino della rivoluzione ucraina è tuttavia rappresentata dalle sorti della locale economia. Lo Stato ucraino è infatti sull’orlo del default e necessita di immediati e consistenti sostegni finanziari dall’estero. Gli Stati Uniti, che tuttora stimolano l’economia del proprio paese immettendovi 65 miliardi di dollari al mese, si accingerebbero a mettere proprie risorse a disposizione del nuovo governo di Kiev, ma si tratterebbe di appena un miliardo, ben poca cosa, ed ancor meno farebbero gli europei, che hanno prospettato l’elargizione di aiuti per 600 milioni di euro.

E’ quindi altamente probabile che il grosso degli aiuti venga infine dal Fondo monetario internazionale, che prevedibilmente imporrà all’Ucraina condizioni gravose, a partire dalla svalutazione della divisa nazionale. Si ipotizza altresì una forte compressione dei sussidi con i quali i governi di Kiev hanno mantenuto finora la coesione sociale ed il consenso degli oligarchi. E’ probabilmente proprio per questo motivo che anche il presidente Vladimir Putin ha reso noto l’impegno della Russia ad agevolarne la concessione.

Jacenjuk sembra peraltro assolutamente consapevole dei gravi rischi che l’imposizione di una terapia shock di questa natura potrebbe avere sulla sopravvivenza politica del nuovo ordine politico ucraino, come prova il fatto che stia preparando l’opinione pubblica interna a decisioni estremamente impopolari, che tuttavia preparerebbero l’innesco di un virtuoso processo di sviluppo. Non ha tutti i torti. Una volta sicuri dell’ancoraggio europeo ed atlantico di Kiev, infatti, gli investitori esteri potrebbero trovare finalmente conveniente delocalizzare delle attività in Ucraina, favorendo ovviamente le regioni occidentali, anche per ragioni di prossimità geografica alla Mitteleuropa. Sarebbero invece condannate all’impoverimento le zone orientali, prevalentemente abitate dai russofoni, che nutrono davvero poche aspettative nei confronti del processo rivoluzionario in atto. (g.d.)
 
Ucraina: ai russi converrebbe un’accentuazione dei contrasti interni
3 mar 2014 21:39 - (Agenzia Nova) - Per superare la crisi economica, oltre agli aiuti dell’occidente a Kiev occorrerebbero anche i fondi e le garanzie del Cremlino. E’ però immaginabile che la Federazione Russa finanzi con i propri capitali un progetto politico che mira a ridurne l’influenza in una regione che a Mosca si giudica tuttora di cruciale importanza ai fini del mantenimento del proprio status di grande potenza? Pare difficile: di solito, infatti, non sono i tacchini ad imbandire il pranzo di Natale. Tuttavia, la compartecipazione russa al salvataggio dalla bancarotta del vicino potrebbe essere presentata a Vladimir Putin come un investimento finalizzato alla temporanea “neutralizzazione” dell’Ucraina. Versando rubli e petrodollari nelle casse di Kiev – secondo alcuni – Mosca potrebbe infatti forse rientrare nella partita. Per il momento, tuttavia, il Cremlino sembra aver privilegiato la carta militare, perseguendo una drammatizzazione della crisi che potrebbe servirgli anche per dar forza alla sua richiesta di dar vita ad un gruppo di contatto sull’Ucraina.

In realtà, tuttavia, per quanto paradossale possa sembrare, la maggiore speranza dei russi potrebbe risiedere proprio nell’ascesa delle frange più oltranziste della piazza ucraina, le cui pulsioni sono interpretate da soggetti come Svoboda, originariamente nato come Partito Nazional-Socialista, e Pravy Sektor. La conquista del potere da parte di attori politici di questo tipo, secondo diversi osservatori attivamente e finanziariamente sostenuti nelle scorse settimane da alcuni paesi esteri, potrebbe infatti connotare in senso neofascista il nuovo potere ucraino, con l’effetto di comprometterne l’avvicinamento all’Unione europea ed alla Nato.

I movimenti di truppe e di aerei russi in prossimità della frontiera ucraina, le escursioni dei blindati fuori dal recinto della base di Sebastopoli, i gesti dimostrativi compiuti dai russi etnici di Crimea (per quanto efficacemente contrastati in loco dalla vivace minoranza tartara, appoggiata da Ankara) sono del tutto compatibili con un approccio del genere, in quanto perfettamente funzionali alla deliberata accentuazione dei contrasti, che il disordine economico acuirebbe ulteriormente.

Proprio per questa ragione, almeno per adesso, la concessione di aiuti russi all’Ucraina appare relativamente poco probabile. Lo è anche l’uso diretto e massiccio della forza militare russa per un attacco diretto contro Kiev o finalizzato all’occupazione di alcune regioni orientali dell’Ucraina, come il Donbass, che costituirebbe un pericoloso azzardo. Al Cremlino non conviene infatti un’internazionalizzazione maggiore della crisi in atto, che ne accrescerebbe l’isolamento, anche se non è da escludere che vi sia qualcuno a Mosca comunque tentato di chiamare il presunto bluff euro-atlantico. Per ora è in effetti decisamente meno rischioso provare a lucrare sulla possibilità che la rivoluzione ucraina mangi se stessa o comunque cercare di procurarsi dei chip da utilizzare ad un eventuale tavolo negoziale. (g.d.)