Corno d'Africa
28.02.2014 - 19:20
ANALISI
 
Somalia: il ruolo della diaspora nel processo di stabilizzazione del paese
28 feb 2014 19:20 - (Agenzia Nova) - Lo scorso 26 febbraio il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), in collaborazione con la Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), l’Associazione per l’aiuto alle donne e ai bambini somali e la Camera di commercio italo-somala, ha organizzato a Roma il convegno “Somalia: scenari attuali e prospettive di sviluppo”, con l’obiettivo di stimolare un dibattito sui recenti sviluppi politici ed economici della Somalia, sulle prospettive di stabilizzazione nel paese e sul ruolo che la cooperazione allo sviluppo e la diaspora somala possono rivestire nella sua ricostruzione, in vista un ritorno in patria temporaneo e graduale dei rifugiati somali. Il convegno si è svolto a poco più di tre mesi dalla firma, il 10 novembre scorso, dell’Accordo tripartito tra Unhcr, Kenya e Somalia per l’avvio di un progetto pilota volto a favorire misure di ritorno volontario assistito in Somalia dei rifugiati presenti nei campi kenioti e in particolare nel campo di Dadaab, nel nord-est del Kenya.

L'accordo stabilisce il contesto legale nel quale devono avvenire i rimpatri in Somalia e specifica che questi dovrebbero avere carattere esclusivamente volontario e aver luogo in condizioni di sicurezza e dignità, non prevedendo una scadenza per i rientri. Lo schema di rimpatrio volontario prevede inizialmente il sostegno – tramite un progetto pilota – ai rifugiati che stanno già rientrando spontaneamente in Somalia. Sono tre le aree della Somalia designate a questo scopo: Luuq, Baidoa e Kismayo. Tale intesa è stata riaffermata il 22 novembre scorso, quando i commissari per i rifugiati di Kenya e Somalia – Badu Katelo e Ahmed Nur – hanno visitato il campo rifugiati di Dadaab, nel nord-est del Kenya, per discutere del processo di rimpatrio. Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dopo la firma dell’accordo, tra novembre e gennaio 2014, circa 33 mila rifugiati sono rientrati in Somalia.

In realtà, nel corso di una recente visita a Nairobi del primo ministro somalo Abbdiweli Sheikh Ahmed, il vicepresidente keniano William Ruto ha dichiarato che sarebbero già tra gli 80 mila e i 100 mila i rifugiati tornati volontariamente in Somalia, nell’ambito del processo di rimpatrio previsto dall’accordo tripartito. La notizia appare però in contraddizione con quanto riferito dai responsabili dell’Unhcr presso il campo profughi di Dadaab, che hanno invece affermato che il processo di rimpatrio deve ancora cominciare e che “potrebbero esserci alcuni rifugiati che sono tornati spontaneamente in Somalia, o si sono recati lì in visita, senza informare l’Unhcr”. In ogni caso, l’accordo è destinato ad imprimere un’accelerazione ad un processo che, a detta della rappresentante dell'Unhcr in Somalia, Alessandra Morelli, non costituisce “la porta per il rientro, ma impegna il Kenya a salvaguardare lo spazio d'asilo” per i rifugiati somali.

Negli ultimi vent’anni più di un milione e mezzo di persone somale hanno lasciato il paese. Di esse circa il 25 per cento vivono in Europa, soprattutto in Gran Bretagna (108 mila), seguita dalla Svezia con quasi 44 mila e dall’Olanda con 33.600 persone somale, mentre l’Italia ha raccolto oltre 15 mila richieste d’asilo di nazionalità somala. Solo nel 2013 circa 20.600 somali hanno ottenuto l’asilo in 44 paesi industrializzati, oltre 1.900 in più rispetto al 2012, facendo della Somalia il sesto paese per numero di richiedenti asilo nel mondo. Secondo l'ultimo rapporto pubblicato a gennaio dall’Unhcr, la situazione in Somalia continua ad essere qualificata come "conflitto armato non internazionale". Come risultato del conflitto armato e degli abusi contro i diritti umani, si assiste ad importanti flussi di civili sfollati interni e di rifugiati. Tra il gennaio e il settembre 2013 più di 57.800 persone si sono spostate dai loro territori a causa di allontanamenti forzati, insicurezza, conflitti tra clan e alluvioni.

Al 18 dicembre 2013 il numero totale di sfollati interni in Somalia era pari a 1,1 milioni, mentre quello dei rifugiati nella regione ammontava a 991.591, di cui 20.689 registrati nel solo 2013. Il paese della regione che ospita il maggior numero di rifugiati somali è il Kenya con 474.226 accoglienze, seguito dall’Etiopia con 243.961, dallo Yemen con 230.855, da Gibuti con 18.725, dall’Uganda con 18.253, dall’Eritrea con 3.468 e dalla Tanzania con 2.103. Dallo scoppio della guerra civile, nel 1991, le rimesse sono state di circa 11 miliardi di dollari, superando gli aiuti umanitari offerti dai governi stranieri alla Somalia e facendo della Somalia il quarto stato al mondo maggiormente dipendente dalle rimesse dei migranti (circa il 40 per cento delle famiglie somale). Annualmente i somali della diaspora trasferiscono tra gli uno e i due milioni di dollari, rendendo le rimesse il maggiore fattore del prodotto interno lordo (Pil) del paese.

Come mostra un recente rapporto dell’organizzazione non governativa (Ong) Oxfam, una parte significativa delle rimesse proviene dagli oltre centomila somali che vivono negli Stati Uniti, la terza maggior destinazione degli emigranti internazionali somali (dopo Etiopia e Regno Unito), e i loro contributi rappresentano quasi il 20 per cento del flusso totale delle rimesse, circa 214 milioni di dollari l’anno. Tale importo si avvicina all’assistenza umanitaria e allo sviluppo totale che il governo statunitense ha stanziato per il paese nel 2012. Poiché la Somalia non ha sistemi bancari funzionali al trasferimento di denaro dall’estero e solo di recente e è stata ripristinata la Banca centrale, i membri della diaspora somala utilizzano prevalentemente il sistema dell’ “hawala”, ovvero l’ausilio di operatori privati che funzionano come network bancari informali.

Sul ruolo cruciale della diaspora somala nell'ottica di una ricostruzione e stabilizzazione della Somalia ha posto l’attenzione il direttore del Cir, Christopher Hein, il quale ha ricordato che più del 20 per cento della popolazione somala è attualmente “sradicata”. La maggior parte di questa popolazione - ha spiegato Hein intervenendo al convegno promosso dalla Sioi - non proviene né dal Somaliland né dal Puntland, ma dalla regione del centro-sud, dove l'impatto dell'esodo e della diaspora somala è stato particolarmente elevato. “Alla luce di questi dati, buona parte di queste persone potrebbero formare la classe dirigente somala. Nessuna società può funzionare senza la propria classe dirigente”, ha spiegato Hein, secondo il quale occorre “offrire la possibilità a queste persone di poter tornare in Somalia senza perdere il loro status di rifugiati, poiché è indispensabile che possano vedere con i loro occhi ciò che devono contribuire a ricostruire”.

Il rapporto “Cash and Compassion”, realizzato nel 2011 dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), identifica alcuni elementi critici legati alle comunità della diaspora somala e alcune problematiche legate all’integrazione. In primo luogo si evidenzia – con particolare riferimento agli Stati Uniti – la difficoltà di inserimento nel tessuto sociale, soprattutto rispetto alla dimensione lavorativa. Al tempo stesso si sottolinea come, una volta concluso il processo d’integrazione, la comunità somala si inserisca molto meglio di altri gruppi nella comunità ospitante, aumentando anche la propria capacità di sostenere, economicamente e politicamente, il proprio paese d’origine. Lo studio prende in esame in particolare le tre categorie di destinatari principali delle rimesse della diaspora somala: le organizzazioni non governative (Ong) locali, i fornitori di servizi sociali e gli investitori privati che operano nel Somaliland, nel Puntland e nella Somalia centro-meridionale.

Riguardo alle prime, esse ricevono sostegni nella forma del finanziamento, dell’assistenza e del supporto tecnico in natura; per quanto riguarda i fornitori di servizi sociali, molti di essi si sono affermati grazie al sostegno della diaspora e continuano a beneficiare di liquidità, di sostegno in natura e di assistenza tecnica; infine gli investimenti privati sono spesso co-finanziati dagli imprenditori della diaspora, molti dei quali forniscono lavoro in quantità significativa alle comunità somale della madrepatria. Tuttavia essi sono spesso alle prese con la mancanza di credito disponibile e soffrono gravi disagi a causa dell'insicurezza delle zone controllate dagli al Shabaab, dove gli investitori sono costretti ad operare a regime ridotto. Sia le Ong locali, sia i fornitori di servizi sociali, sia gli investitori privati presentano le stesse difficoltà a causa della mancanza di capitali, tuttavia risulta abbastanza evidente che il sostegno della diaspora alla comunità somala che vive in madrepatria fornisca assistenza cruciale, spesso in aree in cui la comunità internazionale non ha un accesso affidabile.

Alla luce di tutto ciò, secondo lo studio, è necessario rafforzare i legami esistenti tra i partner internazionali, la diaspora e gli attori locali, sfruttando le opportunità di collegamento tra le agenzie dell'Onu, le Ong internazionali e le organizzazioni locali supportate dalla diaspora; prevenire e combattere forme di ostilità nei confronti dei rimpatriati, garantendo il lavoro e la professionalità del personale qualificato locale; promuovere un ambiente favorevole per l'invio delle rimesse nei paesi della diaspora, incoraggiando la creazione di strutture legali e politiche che favoriscano la concorrenza e l'apertura dei mercati ai beni e ai servizi somali. (m.m.)