Atlantide
25.02.2014 - 12:14
ANALISI
 
Ucraina: Kiev si appresta a cambiare collocazione internazionale
25 feb 2014 12:14 - (Agenzia Nova) - La grave crisi politica esplosa in autunno a Kiev è sfociata in una vera e propria rivoluzione, che sta comportando un profondo cambiamento degli equilibri interni all’Ucraina. Sarebbe tuttavia illusorio trarne la conclusione che il processo di transizione si sia già concluso. Ci attende invece, molto verosimilmente, un prolungato periodo di turbolenze in una regione cruciale ai fini della definizione dei rapporti tra Est ed Ovest e tra la Russia e l’Unione europea. Si stanno infatti modificando le sfere d’influenza e la storia dimostra che si tratta di passaggi quasi sempre molto sofferti.

Al termine di scontri sanguinosi che hanno contrapposto le forze di sicurezza fedeli al governo legittimo a decine di migliaia di dimostranti scesi in piazza a Kiev e in alcune altre città delle regioni occidentali dell’Ucraina, il 22 febbraio il presidente Viktor Janukovich ha abbandonato la capitale, appena un giorno dopo aver firmato con il leader dell’opposizione Vitali Klitschko un accordo di compromesso che era stato negoziato al cospetto dei ministri degli Esteri di Germania, Francia e Polonia, così cedendo di schianto ad una piazza che continuava ad esigerne l’allontanamento dal potere.

Janukovich si deve esser reso conto di non poter più utilizzare la forza degli apparati di sicurezza dello stato contro i manifestanti, anche a causa delle resistenze ad ubbidirgli di cui i vertici della polizia e delle Forze Armate lo avevano informato, dopo aver constatato che molti agenti si erano schierati con le opposizioni. E’ possibile che abbia pesato su di lui anche il voltafaccia degli oligarchi, che rischiavano di vedersi congelare le ingenti attività finanziarie depositate all’estero, qualora si fosse concretizzata la minaccia di imporre contro Kiev delle sanzioni, agitata nelle fasi più acute della crisi sia dall’Unione europea che da Washington. Il presidente ucraino si è trovato improvvisamente isolato ed ha preso atto della propria fragilità, scappando. Non appena la sua fuga è divenuta di dominio pubblico, il parlamento ha provveduto a pronunciarne la decadenza dall’incarico, mentre la gente comune penetrava nella sua abitazione.

Sembra che Janukovich abbia tentato addirittura di rifugiarsi all’estero, venendo tuttavia fermato dalla sicurezza aeroportuale, esattamente come il suo ministro dell’Interno Vitali Zakharchenko. Di qui, la sua decisione di ripiegare su Kharkov, un’area nel cuore dell’Ucraina russofona, dal suo punto di vista certamente più sicura. E’ però improbabile che possa di lì organizzare una qualche forma di riscossa, seppure alcuni esagitati abbiano promosso estemporanee manifestazioni separatiste. La scoperta dei tesori accumulati più o meno illegittimamente dal presidente nel corso del suo mandato ne ha infatti squalificato irrimediabilmente l’immagine, interna ed internazionale, al punto che a Janukovich è stato contestato anche in ambiti considerati teoricamente a lui favorevoli. Poco importa, quindi, che non riconosca il voto della Rada di Kiev: l’ex presidente è politicamente finito. Anche per Mosca.

Oltre a deporre il presidente, i parlamentari ucraini rimasti nella capitale hanno nominato alla testa dell’esecutivo provvisorio il loro speaker, Alexandr Turcinov. Hanno poi indetto per il prossimo 25 maggio nuove elezioni presidenziali, in significativa coincidenza con il voto per il rinnovo del Parlamento europeo, ordinando inoltre l’immediata liberazione di Julija Timoshenko, la “pasionaria” della Rivoluzione Arancione del 2004, sconfitta nel 2010 proprio da Janukovich, che si è immediatamente riproposta alla piazza ed alla comunità internazionale nelle vesti di punto di riferimento della rivolta. (g.d.)
 
Ucraina: torna la Timoshenko?
25 feb 2014 12:14 - (Agenzia Nova) - Di una futura investitura presidenziale di Julija Timoshenko si parla da più parti come di una possibile via di uscita accettabile da tutte le parti coinvolte nello scontro in Ucraina, Russia inclusa, specialmente in un contesto di ridimensionati poteri dell’autorità del presidente. Ma ci sono ragioni per dubitare dell’opinione secondo cui il suo nome sarebbe la soluzione ideale per Vladimir Putin, prima fra tutte la fortissima caratterizzazione antirussa assunta dal personaggio negli ultimi quindici anni, di cui sono parte anche risvolti emotivamente non trascurabili: la Timoshenko, nata russofona, ha ad esempio rinunciato platealmente all’uso della propria lingua materna per esprimersi esclusivamente in ucraino. Non stupisce, quindi, che sia percepita da vasti strati della popolazione e dell’élite russa come una “traditrice” politicamente inaffidabile. Ragioni pratiche, ed in particolare gli storici interessi economici della Timoshenko nella filiera del gas, potrebbero egualmente consigliare a Mosca di cercare l’accordo con lei, allo scopo di evitare guai maggiori, ma persino i media russi più allineati faticherebbero a giustificare una scelta simile da parte del Cremlino. E della pasionaria diffida anche buona parte dell’opposizione, che dal canto suo le rimprovera gli affari un tempo intrattenuti con Gazprom.

Non è così da escludere che a sbrogliare la matassa ci provino gli oligarchi: persone come Rinat Akhmetov, Vadim Novinsky o Dmitrij Firtash, che potrebbero individuare un “campione” da sostenere, una personalità che sia cioè in grado di tutelare gli interessi propri ed anche quelli di coloro che guardano all’Europa, rassicurando al contempo Mosca, sempre che sia ancora possibile. Praticamente, infatti, si tratta della proverbiale quadratura del cerchio: un compito arduo, in presenza di una crisi che ha già assunto dimensioni internazionali ragguardevoli, alterando il posizionamento geopolitico dell’Ucraina in una direzione sfavorevole alla Russia.

E’ prevedibile che si cerchi presto di consolidare il cambio di campo di Kiev. Zbignew Brzezinski è già uscito allo scoperto, raccomandando attraverso twitter di non lesinare gli aiuti economici al nuovo governo ucraino. Anche Olli Rehn sarebbe sulla stessa linea. A quanto pare, quindi, europei e statunitensi sarebbero ora più disponibili ad intervenire in soccorso di Kiev con aiuti economico-finanziari sostanziali, seppure probabilmente non all’altezza delle aspettative e delle effettive necessità del paese. Il nuovo ministro ucraino delle Finanze ad interim, Juri Kobulov, a questo proposito parla già di 35 miliardi indispensabili nei prossimi due anni. Ma potrebbe essere necessario investirne molti di più. Secondo altre stime, infatti, l’Ucraina avrebbe bisogno di trasferimenti di entità non inferiore ai 100 miliardi di euro, da destinare non solo al risanamento del deficitario bilancio statale, ma altresì alla modernizzazione delle infrastrutture produttive.

Se si trovasse in Occidente qualcuno disposto a concederlo, è chiaro che la contropartita sarebbe a questo punto un’associazione dell’Ucraina all’Unione europea, con la prospettiva della successiva integrazione comunitaria di Kiev e, probabilmente, anche del suo accesso alla Nato. Tutti si affrettano ad escludere che opzioni di questo genere siano sul tappeto, ma la loro emersione a tempo debito è nella forza stessa delle cose. La rivoluzione ucraina, infatti, concerne proprio il posizionamento internazionale del paese. Che il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ed il presidente Usa, Barack Obama, rassicurino Putin a parole vuol dir poco. Tutti concordano sul mantenimento dell’unità dell’Ucraina, ma nessuno esplicita in quale campo. Punto che è invece decisivo in questa vicenda. (g.d.)
 
Ucraina: i rischi per l’Europa
25 feb 2014 12:14 - (Agenzia Nova) - L’integrazione di Kiev nell’Ue e nell’Alleanza Atlantica modificherebbe irreversibilmente gli equilibri eurasiatici, spostando verso Est il confine dell’Occidente geopolitico ed indebolendo significativamente la posizione di tutti i governi amici di Mosca, in particolare in Bielorussia. E’ perciò prevedibile che il Cremlino farà tutto ciò che è in suo potere per evitare che questa prospettiva si concretizzi. E’ possibile che vengano deliberate ed attuate ritorsioni commerciali mirate, magari opportunamente finalizzate ad incoraggiare il separatismo che sta affiorando in alcune aree. Sono da mettere in preventivo anche manipolazioni temporanee delle forniture di gas e petrolio, che dispiegherebbero effetti rilevanti sull’economia dell’Europa occidentale. Qualora fossero già entrati in funzione i gasdotti Nord Stream e South Stream, sarebbe stata praticabile anche l’imposizione di un vero e proprio embargo del gas, che avrebbe messo l’Ucraina in ginocchio.

Il futuro dipende anche dalle scelte che faranno le forze politiche locali, tanto a Kiev quanto nelle zone più sensibili all’influenza russa. La reazione della Crimea, che gode di uno speciale statuto di autonomia, ha una popolazione maggioritariamente russofona ed ospita a Sebastopoli la Flotta russa del Mar Nero, sarà l’indicatore di tendenza più significativo. Se Odessa decidesse di divorziare da Kiev, infatti, potrebbe incoraggiare forme di sedizione più o meno estese anche in altre aree orientali dell’Ucraina, determinando infine scontri di varia intensità nelle zone centrali del paese, dove ucraini e russofoni sono mischiati in proporzioni variabili. I primi segni non sono incoraggianti. Si dice infatti che a Kerch ed altre località della Crimea molti vessilli ucraini siano stati ammainati per far posto a stendardi locali o bandiere della Federazione Russa.

Non è purtroppo escluso che al termine di questa spirale si determinino anche i presupposti di un intervento militare diretto di Mosca, malgrado le caratteristiche del teatro ucraino siano differenti da quelle della Georgia di sei anni fa, dove pure le truppe russe entrarono all’improvviso nell’agosto del 2008 per garantire l’autonomia di due province che si erano separate da Tbilisi molti anni prima. Qualora le autorità centrali ucraine assumessero un comportamento aggressivo nei confronti delle aree abitate dai russofoni, sarebbe comunque difficile per Mosca far finta di niente. In caso di urto, la Federazione non potrebbe infatti abbandonare alla loro sorte i connazionali residenti in Ucraina e l’eventuale scontro militare esporrebbe diversi paesi europei a situazioni davvero difficili.

L’Italia ha fortunatamente provveduto per tempo a diversificare le proprie fonti, grazie alle accorte strategie varate dall’Eni proprio per attenuare i rischi di natura geopolitica gravanti sulla nostra sicurezza energetica. Tuttavia, una crisi legata all’instabilità ucraina potrebbe comportare egualmente serie conseguenze, anche per la concomitanza delle gravi tensioni che si registrano in Libia ed altre aree sensibili ai fini degli approvvigionamenti nazionali. Inoltre, il nostro paese dovrebbe mettere in conto la compromissione dei suoi progetti di sviluppo dell’interscambio economico e commerciale con la Russia, recentemente rilanciati. E’ anche per questi motivi che la nostra diplomazia aveva insistito in Europa affinché si adottasse nei confronti di Kiev un atteggiamento prudente, senza purtroppo trovare ascolto. (g.d.)