Mezzaluna
19.02.2014 - 16:54
ANALISI
 
Libia: alta tensione a Tripoli, sventato terzo golpe alla vigilia del voto per l'Assemblea costituente
19 feb 2014 16:54 - (Agenzia Nova) - Resta alta la tensione a Tripoli, dove ieri si è registrato il terzo tentativo di golpe militare in una settimana, dopo quello dei 30 militari arrestati mercoledì scorso e quello annunciato venerdì dal generale Khalifa Haftar. Solo in tarda serata, dopo una lunga trattativa con due milizie armate, il premier libico, Ali Zidan, è riuscito a riportare la situazione sotto controllo. In un clima di tensione nel quale crescono i timori di una nuova guerra civile, ieri le istituzioni libiche hanno subito nuovamente pesanti minacce. I capi di due brigate di ex rivoluzionari attive a Tripoli hanno lanciato un ultimatum ai membri del parlamento dando loro cinque ore di tempo per abbandonare l’aula. I deputati erano infatti impegnati in una seduta pubblica trasmessa in diretta dall'emittente televisiva di stato di Tripoli, mentre intorno si registravano attività militari e di sicurezza senza precedenti.

L'ultimatum scadeva alle 21 di ieri ora locale. Secondo l'inviato del quotidiano "Asharq al Awsat", chi si trovava in quelle ore davanti al parlamento, sembrava di assistere a una parata militare, con carri armati e mezzi blindati che circolavano per le strade della capitale con a bordo i combattenti di una milizia chiamata "al Qaaqa", composta essenzialmente da guardie di frontiera. Nelle ore precedenti, gli stessi combattenti avevano bloccato le attività dell’aeroporto di Tripoli. Nel contempo, anche Ibrahim Farkash, direttore dell'aeroporto Benina di Bengasi, nella zona orientale del paese, annunciava la cancellazione di tutti i voli in partenza dallo scalo. In quel caso, tuttavia, si trattava piuttosto di una protesta da parte dei dipendenti dello scalo per il mancato pagamento degli stipendi.

Le strade di Tripoli si sono riempite in breve tempo di miliziani e veicoli armati, con l'esercito messo in stato d'allerta. A confermarlo è stato anche Omar Hamidan, portavoce del parlamento, il quale ha spiegato che in quelle ore "ci si è messi in contatto con i capi delle milizie rivoluzionarie, ai quali abbiamo chiesto di proteggere il parlamento e la capitale. Abbiamo quindi deciso di tenere una sessione straordinaria con tutti i deputati presenti in città per non stare con le mani in mano mentre le milizie golpiste tentavano di prendere il potere". Alcune emittenti televisive arabe hanno inoltre riferito che il premier Zidan avrebbe chiesto l’evacuazione di tutti i ministeri a causa del rischio di un attacco, circostanza poi negata dallo stesso capo del governo.

In ogni caso, nella serata di ieri si è temuto il peggio, soprattutto alla luce dei toni usato dai leader delle due milizie, che in un comunicato congiunto avevano affermato: "Diamo al parlamento, il cui mandato è terminato il sette febbraio scorso, un ultimatum di cinque ore per consegnare il potere. Tutti coloro i quali resteranno in parlamento oltre questa scadenza saranno considerati degli usurpatori del potere contro la volontà dei libici e saranno un nostro obiettivo legittimo. Gli usurpatori saranno arrestati e portati davanti ad un tribunale per essere giudicati. Noi li accusiamo di aver cospirato contro la Libia e di aver trafugato i suoi beni economici tradendo il popolo".

La seconda parte del comunicato delle due milizie contiene invece un duro attacco ai Fratelli musulmani e ai gruppi estremisti islamici. "La causa dei problemi del paese - si legge - sono i Fratelli musulmani e i gruppi estremisti. Si tratta della malattia di questo paese. Noi saremo la medicina. Giuriamo davanti ad Allah che non vogliamo il potere, ma restiamo fedeli al sangue versato dai nostri compagni martiri. Giuriamo che proteggeremo questo paese fino a quando non sarà in grado di camminare con le sue gambe e di costruire autonomamente istituzioni e apparato militare". I miliziani considerano quindi i deputati i veri responsabili della crisi in cui versa il paese. Il presidente del parlamento, Nuri Abusahimin, ha reagito per primo respingendo le accuse e l'ultimatum dei miliziani e chiedendo l'intervento dello Stato maggiore della difesa.

La crisi è rientrata solo in tarda serata, quando il premier libico Zidan ha annunciato in una conferenza stampa di aver trovato un accordo con le due milizie libiche. Una delle due brigate, quella di "al Qaaqa", ha scritto in seguito sul suo profilo Facebook che "dopo una riunione con le altre milizie si è stato deciso di dare 72 ore di tempo alle forze politiche per trovare una soluzione che ponga fine alla crisi nel paese". La protesta, però, potrebbe riprendere da un momento all'altro se si considera che si allarga di giorno il giorno il fronte della protesta nei confronti del governo libico e del parlamento, che negli scorsi giorni ha deciso di prolungare di un anno la legislatura.

Nelle ultime ore la tribù dei Tebu, proveniente dal sud della Libia, e l’ufficio politico della regione di Brega, gruppo separatista che chiede l’indipendenza della Cirenaica da Tripoli, hanno annunciato di aderire alla protesta delle due milizie. Il portavoce delle tribù Tebu, Abdel Maijd Isa, e quello del gruppo di Brega, il colonnello Ahmed al Hasi, hanno annunciato il loro sostegno alla battaglia delle milizie contro il parlamento. La discesa in campo di queste due componenti della società libica non fa che aumentare i timori relativi allo scoppio di una nuova guerra civile a Tripoli. Il pericolo è che le potenti brigate di Zintan, che guidano la protesta anti-parlamentare, possano dare vita ad uno scontro armato con quelle di Misurata che, invece, sostengono la legittimità del parlamento.

Gli analisti libici rilevano come questa ultima evoluzione della crisi libica sia la più pericolosa degli ultimi tempi, considerato che si è arrivati ad uno scontro frontale tra le due più potenti tribù libiche protagoniste della lotta contro il regime di Muammar Gheddafi, divise da una profonda e radicata ostilità tribale. Le milizie di Zintan, in particolare, hanno avuto un ruolo da protagonista due anni fa nella liberazione di Tripoli. Altri osservatori ritengono che dietro la protesta organizzata ieri dalle due milizie libiche contro il parlamento ci sia la Coalizione delle forze liberali dell’ex premier Mahmoud Jibril.

Nonostante nei giorni scorsi abbia preso le distanze da qualsiasi tentativo di golpe in Libia, la Coalizione accusa infatti da tempo il movimento Fratelli musulmani libici, suo avversario storico, di controllare di fatto il parlamento e di averlo paralizzato per far cadere il governo di Zidan. Nel contempo, a livello internazionale, pare profilarsi un ulteriore scontro sul terreno libico tra l’Arabia Saudita, che sostiene Jibril, e Qatar e Turchia, che appoggiano invece i Fratelli musulmani libici. Si ritiene che le prossime ore possano essere decisive per i futuri sviluppi in Libia. Da ieri sera, infatti, si parla di notevoli movimenti di milizie nel paese.

Intanto, per stemperare il rischio di colpo di Stato, il consiglio degli ulema libici “Dar al Ifta” ha emanato una fatwa questa mattina in sostegno al parlamento e contro le milizie libiche che ne chiedono lo scioglimento. Secondo quanto si legge nel decreto emanato oggi dal consiglio religioso, i dotti libici si dicono “al fianco del Congresso nazionale libico e della sua legittimità” e chiedono al popolo libico di “porsi uniti a sostegno del parlamento”, nonostante questo abbia deciso di prolungare di un anno la legislatura dopo la scadenza del 7 febbraio scorso.

La gravità della situazione è sotto gli occhi anche della comunità internazionale. L’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Tarek Mitri, ha lanciato un appello affinché “si tengano al più presto le necessarie elezioni politiche nel paese”. Commentando all’emittente televisiva “al Arabiya” la nuova crisi che interessa il paese arabo, dopo le minacce rivolte ieri dalle milizie ai deputati libici, l’inviato dell'Onu ha riferito di aver incontrato ieri “i comandanti delle due milizie che hanno minacciato il parlamento" e di aver chiesto loro di "dare un’opportunità al dialogo permettendo l'indizione di nuove elezioni al più presto possibile”. Mitri ha infine ammonito i libici a evitare “l'uso della forza, che minaccia la stabilità del paese e il suo percorso politico verso la democrazia”.

Il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, ha commentato gli ultimi sviluppi della situazione in Libia affermando che il paese deve "urgentemente uscire senza l’uso della forza dallo stallo politico che incide sulla considerazione dei libici nei confronti delle loro istituzioni". Per il titolare della Farnesina "serve una forte iniziativa delle forze politiche per individuare in tempi brevi un percorso credibile di soluzione dalla crisi in modo pacifico e democratico", ha osservato la Bonino in una nota diffusa dalla Farnesina. "L’Italia - ha sottolineato poi il ministro - rimane, come molti partner internazionali, fortemente impegnata a sostenere la Libia nel processo di transizione democratica, ma i libici devono prendere in mano il loro destino astenendosi da inammissibili iniziative violente che compromettono il loro futuro. Non si devono vanificare gli enormi sacrifici della rivoluzione del 17 febbraio. "Domani - ha ricordato infine il capo della diplomazia italiana - i libici sono chiamati a votare per la loro Assemblea Costituente e devono cogliere l’occasione per ripartire lungo un percorso di ricostruzione istituzionale e economica”.

Le tensioni e i tentativi di golpe registrati a Tripoli rischiano di far passare in secondo piano la portata storica di quando accadrà domani in Libia. Il governo libico ha infatti proclamato una festa nazionale per la giornata di domani, 20 febbraio, in tutta la Libia per consentire a tutti i cittadini di recarsi alle urne per votare ed eleggere i 60 membri dell'Assemblea costituente, chiamata a redigere la nuova Costituzione libica. Le urne si sono già aperte ieri nelle ambasciate e nei consolati libici all'estero. Come già accaduto in Tunisia, la redazione della carta costituzionale potrebbe rappresentare un passaggio fondamentale per riportare il paese nei binari del percorso di transizione apertosi dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi. (h.b.)