Atlantide
13.02.2014 - 12:09
ANALISI
 
Ucraina: competizione a tre, a Russia e Stati Uniti si aggiunge la Germania
13 feb 2014 12:09 - (Agenzia Nova) - Né il caso scoppiato in seguito alla pubblicazione del contenuto dell’intercettazione subita dall’assistente segretario di Stato Victoria Nuland, né i movimenti diplomatici compiuti dal ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, hanno modificato i tratti essenziali dell’interpretazione data alla dinamica della crisi politica in atto in Ucraina. Al contrario, sembrano invece confermarla. Intanto, perché le affermazioni rese privatamente dalla Nuland nella conversazione intercettata, così come riportate, evidenziano un attrito importante tra Washington e le autorità comunitarie che è perfettamente compatibile con lo scenario della contrapposizione rispetto a Berlino. Secondariamente, perché alla divulgazione del dialogo intrattenuto dalla vice di John Kerry si sono associate alcune dichiarazioni ufficiali di una certa rilevanza.

In particolare, merita di essere sottolineato come la Nuland non si sia limitata a respingere ogni insinuazione relativa al presunto ruolo svolto dall’ambasciata Usa a Kiev nell’addestrare parte di coloro che stanno alimentando le proteste, fatto in sé piuttosto ovvio, ma abbia insistito nel condizionare al varo di riforme incisive la concessione di qualsiasi aiuto di Washington all’Ucraina. Il dipartimento di Stato ha in questo modo fatto sua la posizione già espressa lo scorso autunno dal Fondo monetario internazionale, che aveva avuto l’effetto di mettere l’Unione europea con le spalle al muro, spalancando le porte al ritorno sulla scena della Russia, poi effettivamente riaffacciatasi a Kiev con trasferimenti pari a circa 18-20 miliardi di dollari.

Quindi, non ci sarebbero grandi novità, anche se naturalmente esiste un’agenda per la promozione generica della libertà e della democrazia che comunque impone all’amministrazione statunitense di dimostrare solidarietà a chi si batte in funzione della loro instaurazione e difesa. Nella sostanza, Washington non sarebbe interessata a promuovere un cambiamento dell’attuale posizione geopolitica dell’Ucraina, verosimilmente perché in questa fase convulsa ha bisogno della cooperazione di Mosca, che di un tale riallineamento sarebbe la vittima, soprattutto in Medio Oriente.

Ma gli Usa non possono neanche rimanere inerti, non solo in omaggio alla loro retorica tradizionale, ma altresì per non perdere posizioni presso gli ex satelliti europei del Cremlino, ormai soggetti ad una triplice pressione: statunitense, russa e tedesca. Di qui, l’irritazione manifestata in modo colorito dalla Nuland nei confronti dei “sobillatori” europei, che oltretutto sarebbero anche divisi, indecisi ed indisponibili ad allargare i cordoni della borsa quanto occorrerebbe.

Questo, per quanto riguarda gli Stati Uniti. Dal lato tedesco, invece, va notato come, visitando a Roma la Farnesina, il ministro Steinmeier abbia a sua volta ribadito alcuni concetti cruciali, corroborando l’impressione di un netto ribaltamento dell’impostazione della tradizionale “Ostpolitik” federale. Com’è noto, in Ucraina, Berlino sostiene ufficialmente l’Utar, il partito guidato dall’ex pugile Vitali Klitschko, che è all’opposizione, e favorisce la causa dell’associazione di Kiev all’Ue. Tale linea è stata confermata dal capo della diplomazia tedesca durante la sua recente visita in Italia, nel corso della quale ha affermato che l’opzione delle sanzioni contro l’Ucraina deve rimanere in piedi per il caso in cui risulti che la leadership politica di Kiev continua a bloccare il dialogo con i dimostranti.

Dal canto suo, a proposito dell’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea, il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino ha invece espresso, utilizzando parole assai rivelatrici, la necessità che si esca dalla logica della contrapposizione frontale con la Russia. Emblematicamente, inoltre, mentre il cancelliere Angela Merkel ha disertato l’inaugurazione dei giochi olimpici invernali, il presidente del consiglio Enrico Letta si è fatto vedere a Sochi. In pratica, mentre Berlino pare aver imboccato la strada del confronto con la Russia, che neanche gli Stati Uniti giudicano attualmente più di tanto opportuna, Roma persegue ancora la via della moderazione, e non solo per interessi commerciali ed energetici, che pure fanno la loro parte, ma anche sulla base di più ampie considerazioni politiche.

Le autorità dell’Ue, comunque, al momento sembrano assecondare l’intransigenza della posizione adottata dalla Germania e dai paesi membri della Eastern Partnership, un raggruppamento promosso alcuni anni fa da polacchi, svedesi e baltici per spostare progressivamente verso l’Unione europea e la Nato le repubbliche ex-sovietiche rimaste ancora nel limbo. Se l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, la baronessa Catherine Ashton, caratterialmente piuttosto paludata, ha criticato il governo ucraino per non aver assunto le misure necessarie al superamento dell’empasse determinatasi a Maidan, Stefan Fuele, ceco, commissario all’Allargamento, ha esplicitamente evocato la prospettiva della concessione della membership europea a Kiev nel corso di un suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, nel quale si sarebbe espresso in questi termini: “Se vogliamo seriamente sostenere la trasformazione dell’Ucraina, dobbiamo prospettare strumenti altrettanto seri, in particolare utilizzare lo strumento dell’allargamento”. Che cosa questo possa implicare, specialmente in termini di trasferimenti di risorse verso la probabile “nuova marca” non è dato sapere. Ma vi è chi ritiene che la bolletta finale possa ascendere anche a più di 100 miliardi di euro. Non poco, in tempi di diffuse ristrettezze di bilancio. (g.d.)
 
Iran: la riconciliazione con l’Occidente sempre più probabile, Francia e Marocco si adeguano
13 feb 2014 12:09 - (Agenzia Nova) - Prosegue il confronto tra i sostenitori e gli avversari del processo di riconciliazione tra Iran e Stati Uniti, che si sviluppa tra alti e bassi sia sul piano internazionale che all’interno dei sistemi politici dei due paesi direttamente interessati. Le contraddizioni ovviamente non mancano e sono del tutto comprensibili, se si tiene conto della pesante eredità del passato. Alcuni più di altri hanno colpito l’immaginazione. In occasione del varo della nuova costituzione tunisina, ad esempio, un intervento molto aggressivo nei confronti degli Stati Uniti pronunciato da Ali Larjani ha indotto alcuni giorni or sono gli statunitensi presenti in sala ad allontanarsi. Si è trattato senza dubbio di uno sgradevole incidente, la cui importanza è stata tuttavia esagerata. Dopotutto, l’attuale presidente del parlamento “consultivo” iraniano era ai vertici del team che negoziava sul nucleare nella passata stagione politica, ed ha certamente dato voce a coloro che a Teheran maggiormente temono lo snaturamento della Repubblica islamica.

E’ stato forse un gesto più concreto l’invio di alcune navi della Marina militare iraniana a ridosso delle acque territoriali statunitensi. Anche in questo caso, però, sarebbe meglio non attribuire all’episodio una valenza superiore a quella effettiva. La Difesa iraniana ha verosimilmente cercato di conquistare una maggiore visibilità con una missione addestrativa complessa, candidandosi così a ricevere una fetta più larga delle spese militari persiane, senza peraltro in alcun modo minacciare gli interessi di sicurezza degli Usa. Quindi, ci sono stati gli annunci concernenti alcuni test missilistici potenzialmente collegabili al lato militare del programma nucleare di Teheran. Infine, hanno preso a girare voci assai insidiose, concernenti le strategie che l’Iran del presidente Hassan Rohani avrebbe adottato per promuovere la realizzazione delle proprie ambizioni in campo atomico, utilizzando ad esempio mini-centrifughe. Si è parlato anche di detonatori sospetti, sui quali tuttavia Teheran ha garantito chiarimenti in tempi rapidi. In occasione del 35mo anniversario della vittoria della Rivoluzione islamica, infine, almeno in patria il regime ha reiterato molti degli slogan di sempre, compresi quelli contro gli Usa, che fanno peraltro parte di un repertorio nazionalista ormai tradizionale.

Fatti che lascerebbero pensare a battute di arresto si sono registrati anche in Occidente. Ad esempio, vanno teoricamente in questa direzione le professioni di rinnovata concordia pronunciate dal presidente Usa Barack Obama e quello francese Francois Hollande in occasione della recente visita ufficiale fatta da quest’ultimo alla Casa Bianca, durante la quale sarebbe stata raggiunta un’intesa sul principio di vincolare la rimozione delle sanzioni all’Iran al rispetto da parte di quest’ultimo degli accordi interinali raggiunti. In realtà, non si tratta di nulla di nuovo. Parrebbe quasi un passo indietro del presidente Usa. In realtà, invece, è avvenuto quasi certamente il contrario. Potrebbe essere infatti l’inquilino dell’Eliseo ad aver smussato la propria posizione, prendendo atto dell’insostenibilità della contrapposizione originaria.

Nella sostanza, quindi, il processo di riconciliazione non starebbe affatto rallentando e non sarebbe in pericolo, pur incontrando resistenze di un certo rilievo. Si va invece avanti, come lasciano intuire altre circostanze. Innanzitutto, proprio dalla Francia che negli ultimi mesi si era sensibilmente avvicinata in chiave anti-iraniana all’Arabia Saudita, avversando fino all’ultimo l’accordo interinale raggiunto nell’ambito del 5+1, è partita giorni fa alla volta di Teheran una folta delegazione di imprenditori transalpini. Siccome oltralpe il settore privato tende a concordare assai frequentemente i propri passi con lo stato, questa circostanza non può essere derubricata come espressione di una libera iniziativa da parte di un gruppo di persone particolarmente intraprendenti. Si è trattato invece di una testimonianza inequivocabile del fatto che, pur opponendosi in qualche modo al riavvicinamento tra Iran ed Occidente, anche Parigi cerca ormai di adattarvisi, cercando di ritagliarsi una buona posizione per quando Teheran sarà pienamente reinserita nella comunità internazionale.

Dal lato iraniano, poi, se sono veri gli slogan aggressivi ascoltati nei discorsi di molte autorità, è non meno vero che il Presidente Hassan Rohani abbia approfittato della ricorrenza nazionale legata all’11 febbraio per definire inconcepibile uno scenario di conflitto causato dal programma nucleare di Teheran, per il quale esisterebbe invece la piena disponibilità della Repubblica islamica a siglare un accordo omnicomprensivo.

Inoltre, all’estero il tenore delle celebrazioni è stato molto diverso rispetto a quello visto in terra iraniana: a Roma, ad esempio, l’ambasciata iraniana ha infatti scelto una sede ampia e di grande prestigio come Villa Miani per riaffacciarsi al mondo proprio in uno del paesi storicamente più vicini all’Iran, accogliendo qualche politico, molti imprenditori e parecchi militari. E se è vero che non hanno raccolto l’invito le rappresentanze diplomatiche di Francia, Gran Bretagna e Germania, è non meno vero che si è notata anche l’assenza dei russi e dei cinesi.

Infine, ed è forse questo il dettaglio più interessante, fa riflettere la recente decisione del Marocco di riaprire le relazioni diplomatiche con l’Iran: un passo molto significativo, se si tiene conto dei rapporti recentemente sviluppati da Rabat con il Consiglio di cooperazione del Golfo, un raggruppamento notoriamente dominato dall’Arabia Saudita, che appare logico soltanto se lo si interpreta come un tentativo di anticipare quello che si ritiene un risultato molto probabile, il successo cioè di Barack Obama ed Hassan Rohani nel portare i rispettivi paesi ad un’intesa. Ciò, naturalmente, non vuol affatto dire che il processo di riconciliazione storica sia destinato a sfociare presto e senza difficoltà in un risultato irreversibile. Significa invece che esiste una nitida linea di marcia talmente evidente da condizionare già le scelte geopolitiche di un numero crescente di paesi. (g.d.)