Corno d'Africa
07.02.2014 - 16:39
Analisi
 
Corno d’Africa: tra instabilità politica e crescita economica
7 feb 2014 16:39 - (Agenzia Nova) - Lo scorso 28 gennaio il viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, si è recato in visita ad Addis Abeba, dove ha preso parte alla 24ma sessione ordinaria del Consiglio esecutivo dell'Unione africana (Ua), il cui tema quest’anno è stato l’agricoltura. Nel corso della visita, la terza in Etiopia dall’inizio del suo incarico alla Farnesina, Pistelli ha avuto numerosi incontri bilaterali con autorità africane, che hanno permesso uno scambio di vedute sulla situazione in Somalia e sull’evoluzione di altri teatri di crisi regionali, a testimonianza del rinnovato interesse dell’Italia nei confronti di una regione, quella dell’Africa sub-sahariana, tornata al centro della politica estera, come testimoniano anche le recenti missioni del ministro degli Esteri, Emma Bonino, in Ghana, Senegal, Sierra Leone e Costa d’Avorio.

La visita di Pistelli è avvenuta in un momento di particolare delicatezza per il Corno d’Africa, area che vanta due tristi primati: quello di regione più povera del continente, se non del mondo; e quello del conflitto di più lunga durata, la guerra tra Etiopia ed Eritrea protrattasi per oltre trent’anni (1961-1991). Oggi nel Corno d’Africa continuano a coesistere diversi livelli di conflitto politico e militare - interni ai singoli stati, regionali e legati all’estremismo di matrice islamista - che si intrecciano e si aggravano reciprocamente. Secondo l’ “Indice del fallimento statuale” (Failed States Index, Fsi) del Fund for Peace di Washington - che esamina questo fenomeno concentrandosi su sei indicatori socio-economici (pressione demografica, rifugiati, sviluppo ineguale, rivendicazioni di gruppo, esodo di persone e fuga di cervelli, povertà e declino economico) e sei indicatori politici e militari (legittimità dello stato, servizi pubblici, diritti umani e stato di diritto, apparati di sicurezza, elite divise e polarizzate, interventi esterni) - la Somalia figura per la sesta volta consecutiva al primo posto, nonostante i recenti progressi.

La Somalia sta cercando lentamente di uscire da oltre due decenni di conflitto e lo scorso 21 gennaio il parlamento di Mogadiscio, con 186 voti a favore e 46 contrari, ha espresso la fiducia al nuovo governo, guidato dal premier Abdiweli Sheikh Ahmed, dopo che quest’ultimo, nel suo discorso programmatico, aveva sottolineato di ritenere la sicurezza ancora la questione prioritaria per la Somalia. Il governo è stato ampliato rispetto a quello precedente di Abdi Farah Shirdon (sfiduciato dal parlamento di Mogadiscio agli inizi di dicembre scorso) con l’intenzione di bilanciare gli interessi e la rappresentanza dei principali clan del paese africano. Anche sul piano della sicurezza sono stati registrati dei miglioramenti, con le forze della Missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom) che, grazie al sostegno dei loro alleati etiopi, sono riuscite a riprendere il controllo di diverse città, strappandolo alle milizie islamiche degli Shabaab e favorendo l’inizio del rimpatrio dei primi sfollati nel paese e una certa ripresa dell'economia

Una svolta in questo senso è stata rappresentata dal piano di sicurezza e di stabilizzazione nazionale approvato con decreto presidenziale l’8 agosto 2012, che definisce "il processo mediante il quale il governo federale della Somalia porterà a riorientare le politiche, le strutture e le capacità operative delle istituzioni e degli apparati di sicurezza e della giustizia in Somalia". Il governo somalo si sta ora sforzando nel portare avanti il lavoro in questo settore, in collaborazione con l'Unione europea, la Turchia, il Regno Unito e gli Stati Uniti, al fine di sviluppare un piano di priorità e di costi in grado di soddisfare le esigenze immediate dell’esercito nazionale somalo. Anche la riforma del sistema finanziario pubblico di gestione (Pfm) è una delle priorità fissate dal governo federale somalo e dal presidente Hassan Sheikh Mohamud, il quale ha più volte sottolineato l'importanza di una gestione trasparente delle finanze pubbliche, che consentirebbe al governo di Mogadiscio di innalzare gli stipendi nel settore della sicurezza e del servizio civile e di migliorare i servizi pubblici del paese.

Nel ribadire l’impegno dell’Italia a favore della Somalia e nell’imprimere nuovo slancio al processo di stabilizzazione, il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, ha chiesto che presidente e primo ministro “lavorino insieme per rafforzare le condizioni di sicurezza nel paese e favorire il dialogo”, ponendo le basi per istituire un efficace sistema federale e garantire la piena tutela dei diritti umani. Il processo di transizione delle istituzioni somale è da sempre al centro dell’attenzione dell’Italia, “una delle poche nazioni a seguire la questione somala”, come ribadito dallo stesso ministro Bonino in occasione della recente presentazione dell’Iniziativa Italia-Africa, alla Farnesina. In quell’occasione, la Bonino è inoltre tornata ad auspicare il raggiungimento di "una linea di arrivo" per quanto riguarda la riapertura dell’ambasciata italiana a Mogadiscio, sottolineando come il nuovo stato somalo debba basarsi “sull’inclusività e sulla riconciliazione tra i principali gruppi del paese” e su di “un assetto federale, con un’equilibrata ripartizione di competenze tra stato e amministrazioni locali”.

L’altro dossier scottante nel Corno d’Africa è quello che vede contrapposti Etiopia ed Eritrea, paesi uniti da una storia ed una tradizione comune, e ciò nonostante divisi da tensioni cinquantennali. Le rispettive classi dirigenti condividono un identico background culturale e provengono da percorsi formativi simili: entrambe nascono dalla contrapposizione militare con il Derg (il regime militare che governò l’Etiopia dopo la deposizione dell’imperatore Hailé Selassié) e si sono formate negli anni d’influenza del blocco comunista sui movimenti nazionalisti africani. Addis Abeba rappresenta l’attore più importante sulla scena del Corno d’Africa, sia per la sua centralità politica, sia per le sue aspirazioni di potenza regionale. Dietro l’apparente solidità si annidano tuttavia forti tensioni connesse con i difficili rapporti coi vicini. A comprometterne le storiche ambizioni concorrono poi altri fattori: l’economia, troppo fragile e seriamente limitata dalla mancanza di adeguate infrastrutture capaci di accompagnarne la crescita; il complesso quadro geopolitico regionale; i molteplici focolai di conflittualità interna che fanno dell’Etiopia di oggi una potenza a metà.

Dal 2006 al 2008 l’Etiopia è intervenuta militarmente in Somalia sostenendo il governo di transizione contro le forze islamiste e ad oggi è il principale mediatore della crisi somala. Alla morte del primo ministro Meles Zenawi, nel 2012, gli è succeduto Hailemariam Desalegn, sempre del partito egemonico del Fronte popolare rivoluzionario democratico etiopico (Eprdf). Le prossime elezioni, previste nel 2015, potrebbero alimentare nuovamente le tensioni tra il partito di governo e le opposizioni, che di fatto sono represse, e non sono da escludere attacchi analoghi a quelli rivendicati tra il 2007 e il 2012 da parte dei separatisti dell’Ogaden National Liberation Front, attivi nella regione di confine con la Somalia, abitata da una popolazione di etnia somala e religione musulmana e tornata all'Etiopia 60 anni fa. Tali contrasti potrebbero riaccendersi, soprattutto perché recenti scoperte hanno confermato la presenza di risorse minerarie e idrocarburi nella regione.

L’Etiopia, definito dal viceministro Pistelli “vero partner strategico dell’Italia nel Corno d’Africa”, è il secondo paese sub-sahariano per ampiezza della popolazione dopo la Nigeria, con più di 90 milioni di abitanti ed un elevato tasso di crescita demografica (2,6 per cento nel 2012), il cui prodotto interno lordo (Pil) è cresciuto nel 2012 dell’8,5 per cento ed è previsto crescere ancora del 7,2 per cento medio annuo nel periodo 2013-2018. Paese di grande interesse strategico per l’Italia in virtù dei legami storici, inclusa l’emigrazione di una consistente comunità di italiani a partire dagli anni quaranta, dagli anni ottanta l’Etiopia ha beneficiato di donazioni per circa 800 milioni di euro da parte del governo italiano, che ad Addis Aebab dispone di un’ambasciata molto strutturata con ottimi rapporti con il governo etiope.

Il governo di Addis Abeba è fortemente sostenuto finanziariamente dai governi occidentali, Stati Uniti e Israele in prima linea, e di recente anche dalla Cina, che sta puntando ad un ruolo egemonico nell’Africa orientale, come dimostra il progetto, lanciato nel 2012 e del valore complessivo di 3,3 miliardi di dollari, per l’ammodernamento con l’alta velocità dei 756 chilometri di ferrovia tra Addis Abeba e Gibuti, un cruciale sbocco sul mare per il commercio etiope, nonché in un progetto da 500 milioni di dollari per una metropolitana leggera nella capitale stessa. L’Etiopia, con una popolazione a maggioranza cristiana e una forte minoranza musulmana, è inoltre a rischio attacchi terroristici da parte di gruppi islamici radicali somali. Anche le tensioni con l’Eritrea potrebbero riemergere per la questione legata allo sbocco sul mare, che rafforzerebbe l’influenza egemonica di Addis Abeba. Tensioni per il controllo delle dighe del Nilo potrebbero invece creare problemi con l’Egitto.

L’Eritrea, paese che vive sotto una pesante dittatura, priva di costituzione e parlamento e retta da vent’anni da un partito-stato di origine marxista rivoluzionaria, che ha progressivamente militarizzato la società e cancellato ogni forma di dissenso, vanta un triste primato: ogni anno decine di migliaia di persone fuggono dal paese, in particolare per evitare una leva militare indeterminata, diretti verso l’Europa. Nonostante il paese conti appena sei milioni di abitanti e disti oltre settemila chilometri dalle nostre coste mediterranee, nel 2013 ha prodotto all’incirca lo stesso numero di profughi che fuggono dalla guerra civile siriana che si combatte alle porte di casa nostra e produce decine di migliaia di morti. Con quasi novemila profughi nel corso del 2013, poche centinaia in meno di quelli in fuga dalla Siria, l’Eritrea è il secondo paese di provenienza dei migranti che approdano in Italia. In questo contesto crescono le pressioni, anche europee, affinché l’Italia aumenti il proprio coinvolgimento e le proprie responsabilità nel Corno d’Africa ed in particolare aiuti l’Unione europea a costruire la sua visione politico strategica per la regione.

A Gibuti, dove il ministro Bonino è stata in visita ieri, giovedì 6 febbraio, nell’ottobre 2013 è stata inaugurata la prima base militare italiana anti-pirateria che può ospitare fino a 300 militari. Negli ultimi anni Gibuti ha visto aumentare il suo peso strategico prima per le operazioni statunitensi contro al Qaeda in Yemen e Somalia, poi per l'intensificarsi della minaccia portata al traffico mercantile dai pirati somali. Oggi a Gibuti sono presenti circa 10 mila militari stranieri per lo più francesi e statunitensi ma anche spagnoli e giapponesi e di altre nazioni impegnate con le flotte internazionali anti-pirateria. Indipendente dal 1977, con l'ex madrepatria francese Gibuti ha sempre mantenuto accordi economico-militari che forniscono al paese assistenza in materia di sicurezza e sviluppo; la Francia ha sempre avuto dall'indipendenza una presenza militare nella sua ex colonia e la mantiene tuttora.

Gibuti, membro attivo dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), di cui ospita il segretariato, è elemento di stabilità nel Corno d’Africa, collaborando attivamente nella lotta contro il terrorismo e rappresentando uno dei principali partner nel contrasto alla pirateria, soprattutto come base d’appoggio logistico. Il paese ospita infatti dal 2009 una base dell’operazione “Atalanta” della missione diplomatico-militare europea Eu Navfor Somalia, avviata l’8 dicembre 2008 e prorogata fino a fine 2014, nonché il quartier generale della missione di formazione Ue “Eucap Nestor”, avviata con l’obiettivo di assistere i paesi del Corno d'Africa e dell'Oceano Indiano occidentale nella lotta contro la pirateria. Gibuti è inoltre impegnato da anni nella ricerca di una soluzione al problema somalo, avendo facilitato le intese intra-somale del 2008 che hanno condotto all’attuale fase post-transitoria, e contribuisce con proprie truppe alla missione Amisom.

Negli ultimi anni Gibuti ha rafforzato sempre più i legami con gli Stati Uniti, i principali fornitori di aiuti, permettendo alle truppe statunitensi di utilizzare il porto, l'aeroporto e l'ex base della legione straniera francese di Camp Lemonnier. Gibuti riveste un’importanza strategica anche nel settore delle infrastrutture, con il progetto di realizzazione della nuova direttrice ferroviaria Addis Abeba-Gibuti, che dovrebbe essere pronta entro il 2018 e di cui il governo etiope finanzierà, direttamente o indirettamente, circa il 40 per cento della realizzazione, mentre il governo di Gibuti si farà carico della ricostruzione degli ultimi 100 chilometri del progetto. (Marco Malvestuto)