Atlantide
04.02.2014 - 16:04
Analisi
 
Ucraina: una crisi che ha radici profonde ed importanti implicazioni geopolitiche
4 feb 2014 16:04 - (Agenzia Nova) - Nel generale disinteresse del pubblico italiano, in Ucraina si combatte una battaglia destinata a pesare molto sui futuri equilibri internazionali. La partita in atto a Kiev è in effetti complessa e di difficile lettura, perché gli attori che si confrontano non sono esclusivamente interni. La rilevanza della crisi deriva dal fatto che in gioco c’è molto di più del destino personale del presidente Viktor Janukovich e delle forze che lo sostengono. E’ infatti in ballo l’allineamento geopolitico di un paese chiave dell’Europa orientale, dall’identità fragile e composita, di cui già Samuel Huntington preconizzò vent’anni fa la disgregazione. Lo scontro per la determinazione del suo destino sta inoltre evidenziando un cambiamento degli orientamenti di Germania e Stati Uniti nei confronti della Federazione Russa, che potrebbe riverberarsi anche su altri scacchieri.

L’urto ucraino ha origini profonde. Sul terreno, sono infatti ancora in prima linea i movimenti che si confrontarono all’epoca della “rivoluzione arancione”, quando il tandem costituito da Viktor Juschenko e Julija Timoshenko sconfisse proprio Janukovich, prima che con un’abile manipolazione delle forniture energetiche Vladimir Putin riuscisse a ricondurre Kiev all’ordine. E sono all’opera fattori di natura strutturale.

Non esiste infatti una sola Ucraina, ma ve ne sono molte, che guardano in direzioni differenti. Ad Occidente, ad esempio, vivono popolazioni cattoliche di rito greco o latino, e sono presenti anche numerosi fedeli del patriarcato ortodosso di Kiev. Insistono su regioni che hanno conosciuto il dominio asburgico e per questo sono partecipi dell’eredità mitteleuropea, di cui avvertono l’attrazione. Si tratta inoltre di persone che parlano la lingua nazionale ucraina e tra le quali sono molto forti i risentimenti antirussi. Ad Oriente, invece, ci sono le province abitate dai russi, religiosamente affiliati al patriarcato di Mosca e fortemente legati, spesso pure per via familiare, agli abitanti delle regioni frontaliere della Federazione Russa. Un caso a parte è poi quello della penisola di Crimea, dove il grosso dei residenti possiede il passaporto federale e c’è la base navale di Sebastopoli, rifugio della Flotta russa del Mar Nero. Nel mezzo, infine, c’è una specie di terra di nessuno che comprende la capitale, Kiev, culla originaria della cultura nazionale russa, nella quale russofoni ed ucraini convivono ed a volte si affrontano.

A voler agganciare l’Ucraina all’Unione europea sono ovviamente le popolazioni delle zone occidentali, con l’appoggio dei paesi che sotto la guida di Polonia e Svezia diedero origine nel 2010 alla Partnership orientale, con l’obiettivo dichiarato di strappare all’influenza russa il grosso delle repubbliche ex sovietiche, proprio mentre dalle nostre parti l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy promuoveva l’Unione mediterranea. Al contrario delle ambizioni di Parigi, rapidamente neutralizzate da Stati Uniti e Germania, le aspirazioni della Partnership orientale parrebbero aver avuto maggior fortuna. Lo fa pensare il fatto che al recente summit europeo di Vilnius, svoltosi alla fine del novembre scorso, gli stati membri dell’Ue avessero trovato ad attenderli una proposta concernente la firma dell’accordo di associazione dell’Ucraina all’Unione e l’avvio di trattative per stringere un patto analogo con Georgia e Moldova. L’intesa con Kiev non è andata in porto soltanto perché all’ultimo momento è stata la stessa Ucraina a fare marcia indietro.

A determinare il brusco voltafaccia ucraino sono stati diversi fattori, ma due avrebbero pesato più di altri: da un lato, la chiusura delle frontiere decretata da Mosca proprio allo scopo di danneggiare i russofoni ucraini e costringerli a premere sul loro presidente; dall’altro, il mancato sostegno finanziario occidentale al bilancio ucraino, che aveva permesso alla Russia di riproporsi con aiuti economici e sussidi importanti, pari a quasi 20 miliardi di dollari. Sembrava sussistere un tacito accordo, di cui si riteneva fossero parte anche i tedeschi, singolarmente silenti durante tutte le fasi di avvicinamento a Vilnius, che aveva fatto contenti molti attori, inclusa la diplomazia italiana, che era favorevole a parole all’associazione di Kiev all’Ue, ma nutriva forti preoccupazioni sia in rapporto ai costi dell’intera operazione che in relazione al possibile ulteriore raffreddamento delle relazioni intrattenute con la Russia.

Tuttavia, l’illusione che la partita fosse per il momento chiusa e destinata a riaprirsi soltanto in un lontano futuro è rapidamente evaporata. Al ritiro della richiesta ucraina di accedere all’accordo di associazione con l’Unione europea ha infatti fatto seguito in dicembre l’inizio di una massiccia ondata di proteste, che si è propagata dalla capitale a gran parte del paese, comportando infine anche l’occupazione di ministeri ed uffici preposti all’amministrazione della nazione.

Alle dimostrazioni hanno inizialmente partecipato le maggiori formazioni dell’opposizione parlamentare ed in particolare il Partito della Patria, legato a Julija Timoshenko, tuttora in carcere, e l’Utar, guidato invece da un ex pugile molto popolare in Ucraina, Vitalij Klitschko. Poi, ai manifestanti della prima ora si sono aggiunti i nazionalisti che rivendicano a sé l’eredità dell’esercito irregolare battutosi durante la Seconda guerra mondiale tanto contro i nazisti quanto contro l’Armata Rossa. Nelle piazze sono così apparse bande di teppisti più o meno organizzati, spesso come nei Balcani emanazione delle tifoserie calcistiche più esagitate, la cui presenza sarebbe stata anche all’origine delle gravi violenze registratesi negli ultimi giorni, con morti e feriti tanto dal lato di coloro che protestano quanto nel campo delle forze governative.

L’impressione degli ultimi giorni è che la correlazione delle forze sul terreno si stia evolvendo in favore dei dimostranti. In alcune zone, ad esempio, i poliziotti hanno fraternizzato con coloro che occupavano le piazze, indebolendo sensibilmente il governo, di cui Janukovich ha sacrificato il capo senza peraltro riuscire ad ammorbidire i suoi avversari. Poi sono scesi in campo i sostenitori esteri del movimento che si batte per il cambiamento: e qui si è registrata la grande sorpresa. Infatti, non solo sono usciti allo scoperto gli statunitensi – Barack Obama, che come il cancelliere tedesco Angela Merkel non andrà ai giochi olimpici di Sochi, ha parlato esplicitamente dei diritti degli ucraini nel suo discorso sullo Stato dell’Unione e sono entrati in azione anche il vicepresidente Joe Biden ed il segretario di Stato John Kerry – ma si sono apertamente schierati contro Janukovich anche i tedeschi, finora ritenuti il principale interlocutore di Mosca nell’Europa occidentale.

Gli osservatori più attenti avevano già notato nel recente passato un atteggiamento più critico della Merkel nei confronti del Cremlino, ma questa volta è accaduto qualcosa di sostanziale e più importante. E’ netta la sensazione che la crisi di Kiev stia evidenziando un cambio di paradigma della politica estera verso l’Europa orientale da parte di Berlino, che avrebbe per ora rinunciato all’abbraccio con Mosca per assumere una postura più decisamente antagonista.

La circostanza è di grande importanza, perché può mutare profondamente la dinamica geopolitica continentale, se non addirittura quella globale, e non nella direzione della maggiore stabilità, specialmente se si considerano le dichiarazioni rese la settimana scorsa dal presidente federale Joachim Gauck, dallo stesso cancelliere e dai suoi ministri degli Esteri e della Difesa, in merito all’opportunità che la Germania faccia sentire anche con le sue forze armate il proprio peso “decisivo” nei conflitti in corso nel mondo. (g.d.)
 
Ucraina: Germania e Usa contro Russia, in gioco sfere d’influenza e confini dell’Occidente
4 feb 2014 16:04 - (Agenzia Nova) - I tedeschi si sarebbero risolti a modificare la propria politica nei confronti della Russia forse perché timorosi della sua forza in via di ricostituzione o, più probabilmente, per assumere il ruolo di potenza di riferimento nell’Europa orientale, che peraltro loro compete naturalmente, aggiungendo il proprio peso a quello dei paesi che hanno dato vita alla Partnership orientale, a loro volta preoccupati della minor presenza Usa sul nostro continente. Non è ancora chiaro se questo sviluppo s’inserisca o meno in una cornice più ampia, ad esempio una nuova architettura delle alleanze globali della Germania, e se faccia o no parte di un disegno a lungo termine che contempli passaggi ulteriori: l’élite tedesca, dopotutto, pensa spesso su orizzonti temporali lunghi.

Una più marcata contrapposizione tra Mosca e Berlino sarebbe comunque di sicuro gradita alla Cina e probabilmente anche all’Arabia Saudita, che la Germania sta rifornendo massicciamente di armi. Per queste stesse ragioni, dovrebbe riuscire indigesta agli Stati Uniti, che tuttavia sono antirussi ed anticinesi a fasi alterne, avendo comunque un interesse di lungo periodo ad indebolire la portata della sfida lanciata parallelamente da Cina e Russia alla supremazia statunitense.

La situazione è in effetti più fluida che mai, proprio come accadeva prima delle due guerre mondiali, quando si assisteva frequentemente a rovesciamenti delle alleanze e cambiamenti di prospettiva. Nelle ultime settimane, in effetti, Washington era parsa scommettere sulla collaborazione di Mosca per stabilizzare il Medio Oriente, dove tra l’altro sta infiltrandosi proprio la Cina, sfruttando il malcontento saudita ed israeliano per il processo di riconciliazione in atto tra gli Stati Uniti e l’Iran.

Tuttavia, quanto sta succedendo in Ucraina può aver dettato considerazioni differenti, offrendo un’opportunità straordinaria per indebolire il presidente russo Vladimir Putin proprio all’indomani di una serie di successi che erano parsi rilanciare la Russia come grande potenza anche al di fuori del suo “estero vicino”. Non è neanche da escludere, all’opposto, che Washington questa volta stia andando al traino di Berlino, per evitare di consegnarle un ruolo preponderante tra gli stati che furono satelliti dell’Unione Sovietica. In entrambi i casi, dovremmo ora aspettarci un’azione sinergica tedesco-statunitense tesa a sottrarre l’Ucraina all’influenza russa, proprio mentre entrano nel vivo le trattative per la creazione dell’area transatlantica di libero scambio. Ed è un fatto che dopo aver lesinato fondi, adesso Usa ed Ue discutano apertamente di assistenza finanziaria alla rivolta ucraina.

E’ difficile però immaginare uno scenario del genere con una Russia che rimanga del tutto inerte. Non può permetterselo né come paese né come leadership. Al contrario, pare logico ipotizzare che a passi decisivi di Kiev verso l’Europa e magari verso la Nato corrispondano maggiori tensioni sull’unità nazionale ucraina, la probabile secessione della Crimea e di altre province orientali e, magari, un successivo intervento militare russo a sostegno delle loro rivendicazioni, qualora il nuovo governo centrale ucraino le contrastasse.

In questa prospettiva, le dichiarazioni delle massime autorità tedesche sul più disinvolto ricorso della Germania al suo strumento militare assumono una valenza particolarmente inquietante. Proprio per questo motivo, dal punto di vista italiano sarebbe auspicabile un’opzione degli Stati Uniti in favore della moderazione. Dallo scenario che si è tratteggiato deriverebbe altrimenti una grande instabilità, che potrebbe anche ripercuotersi sui prezzi dell’energia, con grave danno per le prospettive di uscita dalla recessione che attanaglia dal 2008 il nostro continente.

Non è tutto. In assenza di un solido contrappeso statunitense, a questo effetto potrebbe sommarsi quello prodotto dall’ulteriore crescita della forza geopolitica di una Germania, che pare essersi rimessa sulle tracce del Kaiser Guglielmo. La politica bismarckiana di equilibrio perseguita da Helmut Kohl è ormai un lontano ricordo. Inutile sottolineare come queste tendenze siano destinate ad incidere anche su di noi. Verrà infatti il momento in cui l’Italia dovrà scegliere se e fino a che punto seguire i tedeschi sulla strada da questi imboccata, o se invece ritagliarsi un ruolo diverso, confidando nello storico rapporto con Washington. (g.d.)