Atlantide
27.01.2014 - 12:22
 
 
ANALISI
 
Siria: Ginevra 2, un esercizio diplomatico dalle ambizioni fortemente ridimensionate
27 gen 2014 12:22 - (Agenzia Nova) - La seconda conferenza internazionale di Ginevra, in realtà apertasi a Montreaux il 22 gennaio, è iniziata sotto pessimi auspici, sottoposta com’era ai ricatti incrociati delle parti in causa. Del resto, nessuno covava veramente grandi aspettative riguardo ai suoi possibili risultati. Ma ogni residua illusione è venuta meno quando, con il ritiro del tardivo invito rivolto agli iraniani, è divenuta di pubblico dominio l’esistenza di una pregiudiziale concernente la posizione del presidente Bashar al Assad, ribadita malgrado il rais siriano avesse riconquistato buona parte della propria legittimità internazionale sottoscrivendo l’accordo sul disarmo chimico del suo paese, alla cui esecuzione sta collaborando anche l’Italia.

Ginevra 2 è così stata ridotta ad un esercizio, sia pure importante, di diplomazia pubblica, volto più a guadagnare tempo che a produrre un’ipotesi concreta di soluzione politica alla guerra civile siriana. Non poteva essere altrimenti, dal momento che Assad è ormai diventato una pedina importante nel contenimento della preoccupante espansione del jihadismo registratasi negli ultimi mesi in Siria, come prova il fatto che a Damasco non solo quella russa ma anche le intelligence di molte potenze occidentali stiano cercando la collaborazione dei servizi di sicurezza siriani per contenere il revival del qaedismo. Ci si può chiedere perché tenere la conferenza, e se sia stato opportuno procedervi egualmente, essendo questi i presupposti. Probabilmente, i costi politici dell’annullamento della conferenza debbono esser parsi notevolmente superiori a quelli di un suo esito deludente, dopotutto sempre riconducibile a qualche incidente tecnico-diplomatico di percorso, magari determinato da interlocutori sacrificabili.

Tutto porta a ritenere proprio la dinamica delle complesse trattative in corso con Teheran la variabile decisiva di quanto successo. E’ quindi essenziale dedicarvi una riflessione. Sulle ragioni che hanno portato il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, alla scelta di rinunciare all’apporto della delegazione di Teheran sono state avanzate varie teorie. Secondo alcuni analisti, ad esempio, la revoca dell’invito sarebbe stata effettivamente determinata dal rifiuto di Teheran di accettare pregiudizialmente gli esiti della cosiddetta Ginevra 1, che postulavano l’estromissione di Bashar al Assad dall’esecutivo transitorio che avrebbe dovuto essere incaricato di preparare le future elezioni siriane. E’ certamente possibile, ma se davvero la riunione di Montreaux fosse stata convenuta su queste basi, ci sarebbe la conferma che il suo fallimento è stato scientemente pianificato.

Altre fonti, invece, preferiscono dar credito all’ipotesi di pressioni dietro le quinte attuate sul Palazzo di Vetro da sauditi e francesi; pressioni che possono effettivamente esserci state, ma alle quali sarebbe ingenuo attribuire un peso eccessivo. Né Riad né Parigi, infatti, possiedono la forza diplomatica necessaria a bilanciare un’azione concertata di statunitensi e russi. Una terza pista conduce infine direttamente a Washington e, più indirettamente, a Teheran. Coloro che l’abbracciano ritengono che la chiave del ridimensionamento di Ginevra 2 si trovi nei delicati equilibri interni agli Stati Uniti ed all’Iran, di cui davvero poco si è parlato in questi giorni. Ad un attento vaglio, pare proprio questa la tesi più verosimile.

Può essere interessante prendere le mosse dall’analisi del comportamento tenuto dal dipartimento di Stato Usa. E’ stato infatti principalmente John Forbes Kerry ad esporsi nell’esigere l’esclusione iraniana dal tavolo negoziale allestito in Svizzera e poi nel ribadire a Montreaux l’impossibilità di immaginare un futuro siriano con Assad al potere, ricordando altresì come l’opzione militare nei suoi confronti non fosse mai stata definitivamente accantonata da Washington, malgrado sul Rais si conti tuttora per ultimare il disarmo chimico del regime siriano, ancora a metà del guado. E allora? In effetti, Kerry potrebbe esser stato costretto dalle circostanze a dar voce a quella parte del sistema politico statunitense che ancora resiste alla prospettiva della riconciliazione con Teheran, lasciando tuttavia impregiudicata la posizione del presidente e premio Nobel per la pace, Barack Obama, che è rimasto con le mani totalmente libere e potrà a tempo debito rilanciare la trattativa con la Repubblica Islamica, tutt’altro che arrestata da questi sviluppi.

Del resto, ha qualche problema interno anche il presidente iraniano riformista Hassan Rohani: lo lascia intendere la stessa insistenza con la quale ribadisce continuamente il carattere limitato delle concessioni fatte sul dossier nucleare per ottenere l’allentamento delle sanzioni. Ecco perché quanto si è visto sulle rive del lago di Ginevra potrebbe davvero esser derivato da una concomitante esigenza statunitense ed iraniana di rallentare il processo del loro riavvicinamento, senza tuttavia interromperlo, in modo tale da evitare che vi si possa contrapporre da un lato e dall’altro un cartello troppo potente di forze. Si sarebbe quindi assistito ad un grosso gioco delle parti, funzionale tra l’altro anche al consolidamento delle posizioni sul terreno di Assad ed al contestuale indebolimento di quelle saudite, cui dovrebbero contribuire nelle prossime settimane la prosecuzione dei combattimenti in corso tra le varie articolazioni della guerriglia, per un verso, e per un altro la firma dell’accordo che Iran e Russia starebbero per raggiungere in campo petrolifero.

In sostanza, Ginevra 2 potrebbe essere stata sabotata di comune accordo, per non vincolare la diplomazia internazionale ad un’intesa ancora prematura in questa fase interlocutoria, in cui il processo di riconciliazione tra Occidente ed Iran è ancora nelle sue fasi iniziali e non risultano immaginabili né l’imposizione dell’uscita di scena del Rais, né l’accettazione della sua permanenza al potere a medio-lungo termine. Nulla sarebbe quindi veramente compromesso: né le speranze di sopravvivenza del regime di damasco, tutto sommato anzi rafforzate dal principio di un dialogo con una parte dell’insurrezione, né le possibilità di successo del negoziato sul nucleare iraniano, che sul piano globale conta molto di più.

Tuttavia, si tratta pur sempre di un gioco rischioso. Non dovrebbero infatti essere sottovalutati gli effetti negativi delle modalità con le quali si è sviluppata la “pantomima” cui si è assistito. La ritrattazione formale di un invito fatto tardivamente può rappresentare un’umiliazione importante e specialmente grave per la mentalità prevalente in Medio Oriente, dove “salvare la faccia” è decisivo alla reputazione di una leadership politica. Pertanto, non è da escludere che Rohani possa essere stato in una certa misura indebolito da quanto successo. Ci sarà tempo per valutarlo. Se questa lettura è o meno corretta dovrebbe però divenire chiaro presto: il prossimo 3 febbraio, infatti, si svolgerà a Roma una nuova riunione internazionale dedicata alla Siria, questa volta dalle dichiarate finalità umanitarie. Essendo l’Italia padrona di casa, la Farnesina avrà ampia libertà di manovra nella selezione degli inviti e potrà rilanciare la sua tradizionale vocazione di “apripista”, riaprendo le porte agli iraniani.

E’ prevedibile che la nostra diplomazia intenda sfruttare l’occasione per promuovere l’apertura di qualche corridoio umanitario, verosimilmente privilegiando quelli destinati a raggiungere le aree dove regime ed opposizione abbiano già concordato e rispettato un cessate-il-fuoco. Tuttavia, la strada non è certamente fra le più facili, essendo forte anche la tentazione degli Amici della Siria e soprattutto di sauditi e francesi di cogliere l’opportunità per cercare invece di rafforzare le zone franche ancora saldamente sotto il controllo degli insorti, trasformandole in altrettante teste di ponte da cui scatenare un’offensiva risolutiva contro il regime. (g.d.)
 
Iran: l’intervento di Rohani a Davos indica che i fili del dialogo non sono spezzati
27 gen 2014 12:22 - (Agenzia Nova) - Che tra Washington e Teheran vi sia un accordo di fatto sul destino della Siria è un’ipotesi che sembra essere accreditata dall’exploit di cui si è reso protagonista a Davos il presidente iraniano Hassan Rohani. Con un intervento d’alto profilo al World Economic Forum, infatti, il leader riformista è riuscito ad oscurare l’esclusione del suo paese dalla conferenza di Montreaux, impressionando i media internazionali con una serie di dichiarazioni ad effetto. Toccando tasti molto sensibili, ad esempio, Rohani ha affermato di ritenere possibile la riapertura dell’ambasciata Usa a Teheran, chiusa dal 1979, e si è spinto a prefigurare per la Repubblica Islamica un destino da economia emergente, addirittura capace di imporsi a medio termine fra le dieci più importanti del mondo: un’ambizione che echeggia gli obiettivi della Rivoluzione Bianca a suo tempo promossa dall’allora Scià di Persia, Reza Palhevi.

Fatto non meno significativo, il presidente iraniano ha incontrato in Svizzera anche molte personalità dell’imprenditoria internazionale – inclusi gli amministratori delegati di grandi società energetiche del calibro di Shell, Bp ed Eni – allo scopo di preparare il rilancio dell’industria estrattiva iraniana e, forse, anche di saggiare le percezioni prevalenti in Occidente circa la tenuta delle sanzioni ancora in vigore contro la Repubblica Islamica. Rohani si è soffermato anche sul futuro del controverso programma nucleare iraniano, sostenendo esattamente come il suo ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, che Teheran non si è affatto impegnata a smantellare alcunché, ma soltanto a cessare le attività di arricchimento dell’uranio. Obbligazione che sarebbe stata onorata.

Negli Stati Uniti, tuttavia, si moltiplicano le voci, anche ufficiali, secondo le quali il contenuto dell’intesa sul nucleare raggiunta nell’ambito dei negoziati del 5+1 prevedrebbe esplicitamente un ridimensionamento delle capacità acquisite dagli iraniani. La divergente interpretazione dei testi non è certo un fatto inedito nella storia della relazioni internazionali e probabilmente serve in questo caso a rassicurare coloro che negli Stati Uniti ed Iran resistono alla prospettiva negoziale. A scanso di equivoci, comunque, Rohani ha ribadito il diritto del suo paese a produrre energia elettronucleare, negando invece che la Repubblica Islamica miri a dotarsi della bomba atomica.

Naturalmente, tale affermazione non convince però gli israeliani, non solo perché Gerusalemme ragiona in termini di “capacità” anziché “intenzioni”, ma soprattutto perché è la medesima strategia da loro adottata negli anni Sessanta, quando lo stato ebraico si dotò delle sue prime bombe atomiche, contro la volontà degli Usa. Non sorprendentemente, pertanto, anche il premier Benjamin Netanyahu e il presidente Shimon Peres hanno cercato di sfruttare a loro volta Davos per esercitare nuove pressioni e soprattutto sottolineare sia la presunta doppiezza dei negoziatori iraniani che la supposta mancanza di onestà del loro governo. Gli israeliani continuano ad insistere affinché il regime sanzionatorio non venga allentato, non solo in forum come quello di Davos, ma altresì con iniziative bilaterali ufficiose, tra le quali vanno evidenziate le visite discrete fatte recentemente da alcuni loro emissari ai paesi più favorevoli alla riconciliazione con l’Iran, come l’Italia. Il nostro paese ha peraltro avuto finora buon gioco nel rivendicare la propria aderenza alle decisioni adottate dalla comunità internazionale. (g.d.)
 
TUTTE LE NOTIZIE SU..