Atlantide
15.01.2014 - 11:10
 
 
ANALISI
 
Medio Oriente: Siria, Iraq e Libano nel vortice dell’instabilità regionale
15 gen 2014 11:10 - (Agenzia Nova) - Durante le ultime settimane dello scorso anno e nel corso dei primi giorni del 2014 è apparsa in tutta la sua evidenza la crescente interconnessione esistente fra le crisi che attanagliano Siria, Iraq e Libano. Per quanto si tratti di teatri distinti e caratterizzati da specificità proprie, tutti e tre questi paesi risentono in misura variabile dell’esposizione ad una serie di fattori comuni. Siria ed Iraq, ad esempio, sono turbati da una dura lotta interna per il controllo del potere e delle risorse: un processo locale, in prima battuta, che si sviluppa però sullo sfondo di una contrapposizione confessionale storica, tra i musulmani sciiti ed i loro rivali sunniti, e che trae alimento dal propagarsi dello scontro tra le maggiori potenze regionali.

A Damasco è in primo luogo in questione la sopravvivenza del regime degli Assad e della laicità dello stato baathista, ma altresì quella di un assetto interno che ha garantito il predominio della minoranza alawita e della parte più evoluta della borghesia sunnita sul grosso della popolazione, permettendo contestualmente a Teheran di disporre di una salda via di comunicazione verso il Mediterraneo. In Mesopotamia stanno invece venendo al pettine i nodi che l’aumento di truppe voluto nel 2007 dal presidente Usa George Walker Bush ed il generale David Petraeus era riuscito a congelare per qualche anno, ponendo temporaneamente fine alla contrapposizione settaria cui partecipava lo stesso governo centrale.

Quanto sta accadendo sul suolo siriano ed iracheno ha però progressivamente acquisito una sua dimensione più ampia, offrendo ad Arabia Saudita, Iran, Turchia e Qatar un ambito di confronto ed un campo conflittuale su cui perseguire i propri interessi geopolitici e soprattutto definire i confini delle rispettive sfere d’influenza, con gli esiti drammatici che sono sotto gli occhi di tutti. La situazione libanese è in parte diversa. Paese rimasto relativamente tranquillo dal 2006 sino a qualche mese fa, il Libano sembra infatti soffrire non tanto per cause interne, quanto piuttosto per le conseguenze di una violenza che proviene principalmente dall’esterno. Ne è un indizio la stessa tipologia dei bersagli presi di mira dalle più recenti azioni terroristiche che hanno insanguinato Beirut, tra l’altro dimostratesi finora insufficienti a sprofondare il Libano in un nuovo ciclo di torbidi interni. Una prospettiva del genere, tuttavia, è ancora possibile ed è bene tenere presenti i rischi che il deteriorarsi ulteriore della situazione potrebbe avere anche sulla posizione dei caschi blu dell’Unifil II, tuttora sotto il comando di un ufficiale italiano, il generale Paolo Serra, che vi rimarrà sino al prossimo luglio.

I terroristi hanno colpito sedi diplomatiche iraniane ed alti esponenti di Hezbollah, mentre dei colpi della parte opposta sono rimaste vittime importanti personalità vicine alla famiglia Hariri e quindi ritenute filo-saudite. E’ perciò ben possibile che in Libano stia iniziando un’altra “guerra per procura”, per attrazione del territorio libanese nell’urto regionale che interessa le più importanti articolazioni dell’Islam politico-militare e potenze del calibro di Arabia Saudita ed Iran, ciascuna delle quali è già intervenuta a sostenere le fazioni che si sfidano nel teatro siriano ed in quello iracheno.

I sauditi, come i turchi ed il Qatar, appoggiano da tempo alcuni dei movimenti ostili agli Assad sorti in Siria dal 2011 ad oggi. In Libano, stanno invece innescando loro, in prima persona, la contrapposizione. Un ulteriore, grave, gesto destabilizzante in questa direzione è la recente decisione con la quale Riad ha concesso tre miliardi di dollari al governo di Beirut per finanziare un ambizioso riarmo dell’esercito libanese con mezzi francesi, che pare fatto apposta per costringere Hezbollah, alleato del regime degli Assad e degli iraniani, a combatterlo. I sauditi desiderano in effetti creare al “Partito di Dio” quanto meno una diversione strategica interna, per costringerlo a ritirarsi dal conflitto siriano, cosa che dovrebbe riuscire gradita anche agli israeliani, che in effetti vedono di buon occhio qualsiasi iniziativa sia suscettibile di indebolire il movimento armato sciita libanese. (g.d.)
 
Medio Oriente: l’asse tra Francia e sauditi non è gradito a Washington, Assad e Maliki più solidi
15 gen 2014 11:10 - (Agenzia Nova) - Secondo alcuni analisti dietro la decisione saudita di elargire tre miliardi di dollari al governo libanese per l’acquisto di sistemi d’arma francesi vi sarebbe soprattutto volontà degli Al Saud di premiare Parigi, che si è opposta fin quasi alla fine all’accordo recentemente raggiunto tra le potenze del 5 + 1 e l’Iran, complicando obiettivamente la vita agli Usa e determinando – si dice – viva irritazione a Washington. L’asse tra i sauditi e francesi, che hanno già da anni una propria base militare ad Abu Dhabi, non può ovviamente piacere agli Stati Uniti, in quanto ulteriore fattore di disturbo, anche se non è detto che Israele sia interessato più di tanto a rimanervi a lungo agganciato, malgrado le convenienze tattiche del momento ed i rapporti strettissimi stretti a suo tempo da Tel Aviv con Parigi, anche nel sensibile campo della cooperazione nucleare militare. Israele gioca infatti tutte le carte con grande disinvoltura, all’occorrenza anche quella russa, ma ha chiara cognizione dei rapporti di forza effettivi in campo.

Il quadro è comunque molto fluido anche sotto altri profili, perché il tentativo federativo promosso dai qaedisti iracheni e siriani, sfociato nella nascita di un movimento che mira ad instaurare un califfato sui territori compresi tra la provincia irachena di Al Anbar e la città di Raqqah, il cosiddetto Stato Islamico d’Iraq e Siria, rappresenta un elemento di difficoltà per gli stessi Al Saud, che rischiano per la seconda volta di perdere il controllo esercitato storicamente sulle frange più radicali del jihadismo.

Non a caso, i qaedisti sono adesso affrontati in Siria non solo dalle componenti più moderate dell’insurrezione, che teoricamente rispondono ai vertici filo-sauditi della Coalizione nazionale siriana diretta da Al Jerba, ma persino da gruppi radicali come la Brigata Tawhid o l’Esercito dell’Islam, che hanno realizzato sul terreno quanto impopolari presso l’opinione pubblica interna ed internazionale siano alcuni eccessi degli epigoni di Bin Laden. E’ molto probabilmente chiaro anche a re Abdullah come un califfato alle costole dell’Arabia rappresenti una sfida insidiosa alla stabilità futura del suo regno, paragonabile per gravità a quella posta fino a pochi mesi fa dalla Fratellanza Musulmana, in una fase storica in cui si approssima una successione difficile ed aleggiano grandi dubbi sull’identità di chi succederà all’attuale monarca.

Le certezze sono in effetti ormai poche. Oltre alle sempre maggiori difficoltà dei sauditi, va registrato il palese indebolimento della posizione del premier turco Recep Tayyip Erdogan, che è ora sollecitato apertamente anche dal presidente Abdullah Gul, probabilmente con l’appoggio degli Stati Uniti che ospitano a casa loro il suo mentore Fethullah Gulen, a cambiare la politica adottata nei confronti del regime siriano e rientrare nei ranghi.

A pochi giorni dall’inizio di Ginevra 2, alla quale parteciperà anche il governo italiano, il presidente siriano Bashar al Assad pare pertanto molto più solido di un tempo: un’opzione tornata ad essere attraente anche per coloro che sono rimasti a guardare e non hanno ottenuto alcun vantaggio dal caos di questi tre anni, e persino per alcune di quelle persone insorte che hanno visto il sostegno internazionale alla loro causa sciogliersi come neve al sole e constatato la crisi delle primavere arabe in tutto il Mediterraneo allargato, con la sola eccezione della Tunisia, dalla quale sta arrivando solo adesso qualche buona notizia, come il riconoscimento costituzionale dell’eguaglianza di genere.

Un’ulteriore certezza è quella concernente l’agenda dell’Amministrazione Obama: l’obiettivo principale della Casa Bianca è e rimarrà ancora a lungo l’avanzata del dialogo con l’Iran, il resto può attendere o deve cedere. Proprio l’interesse prioritario statunitense ad avanzare sulla strada della riconciliazione con l’Iran induce a ritenere solida anche la posizione del premier iracheno Nouri al Maliki, esponente di punta della comunità sciita dell’Iraq, per quanto il carattere poco inclusivo della sua politica interna sia considerato a Washington una minaccia in prospettiva al consolidamento dello stato iracheno.

E’ stata precisamente l’alienazione dei sunniti dalla gestione del potere a Baghdad a determinare, in effetti, la re-infiltrazione qaedista ad Al Anbar e la resurrezione delle milizie locali: che forse combatteranno ancora una volta anche contro i jihadisti, ma accetteranno di sottomettersi a Maliki soltanto se riceveranno garanzie credibili. Il segretario di Stato John Kerry, che è venuto a Roma ad incontrare il nuovo segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, schiererà senza dubbio gli Usa al fianco del premier iracheno. Ed ora che è stato platealmente offeso dal ministro israeliano della Difesa, Moshe Yaalon, cui sono state attribuite espressioni di scetticismo nei confronti di Kerry e del suo piano di pace che hanno avuto vasta eco sulla stampa, lo farà con ancora minori remore, rifornendo Maliki di armi ed assicurandogli alcuni strumenti militari essenziali per venire a capo della crisi in atto nel Triangolo sunnita.

In questo quadro, è auspicabile che Washington riesca a condizionare efficacemente Baghdad, anche se non è da escludere che gli Stati Uniti si limitino a sostenere Maliki solo il tanto che basta ad evitare la caduta dell’Iraq nel caos. Una Mesopotamia nuovamente instabile comprometterebbe infatti il loro disegno di disimpegno dal Medio Oriente, che esige la realizzazione di un equilibrio di potenza regionale capace di sopravvivere senza troppi puntelli. (g.d.)
 
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