Corno d'Africa
27.12.2013 - 13:46
Analisi
 
Corno d’Africa, Sinai, Europa: quando i migranti valgono più delle petroliere
27 dic 2013 13:46 - (Agenzia Nova) - I rapporti esistenti tra la regione del Corno d’Africa ed il Mediterraneo orientale sono divenuti negli ultimi anni sempre più costanti ed intensi, riducendo gli spazi “cuscinetto” intermedi che storicamente hanno mantenuto lontani e distanti i due insiemi geopolitici.

La crisi dei regimi e delle statualità nell’Africa settentrionale ha ulteriormente aperto o rafforzato molti dei flussi di interazione, originando anche numerosi fenomeni di criminalità transnazionale lungo la direttrice sud-nord. Tra di essi, la tratta internazionale di esseri umani ha assunto negli ultimi anni una rilevanza crescente, mossa non solo dall’enorme differenziale esistente tra le condizioni di vita e sociali nei paesi del Corno d’Africa e quelli europei, ma anche in funzione della destabilizzazione di un’ampia fascia di stati nord-africani e dell’area del Sahel.

Dal 2009 al 2012 i pirati somali sono riusciti a dimostrare al mondo un’impressionante capacità di estorcere ricchezza dal flusso di traffico commerciale marittimo che attraversava le acque del Golfo di Aden e dell’Oceano indiano diretto dall’Asia all’Europa. Si stima che nel periodo 2009 - 2012 la pirateria somala sia riuscita ad estorcere non meno di 450 milioni di dollari di riscatto agli armatori di tutto il mondo, mettendo in piedi un complesso sistema finanziario ed economico criminale capace di mettere in serio pericolo le principali rotte di sicurezza dell’economia globale.

Da due anni a questa parte il business della pirateria nel Golfo di Aden ha subito una notevole riduzione, in virtù dell’ampio apparato repressivo messo in atto dalla comunità internazionale, e soprattutto grazie agli investimenti realizzati dagli armatori privati per dotare le navi più vulnerabili di meccanismi passivi di protezione e di scorte armate.

Se il crollo della pirateria somala nell’ultimo biennio ha eliminato uno dei principali fattori criminogeni localizzato nell’area del Corno d’Africa, negli stessi anni si è registrato una sempre maggiore strutturazione delle organizzazioni criminali impegnate nel traffico di essere umani dal Corno d’Africa al Mar Mediterraneo. L’intrecciarsi dei due fenomeni ed in particolare la riduzione dell’uno e l’espansione dell’altro hanno addirittura fatto pensare che potrebbe esserci una correlazione organizzativa dei due fenomeni, in particolare a livello di finanziatori delle attività criminali, che sposterebbero i propri capitali da un’attività all’altra, a seconda del ritorno atteso sul proprio capitale.

In particolare la criminalizzazione dei flussi migratori dal Corno d’Africa e dall’Africa sub sahariana si sono saldati con la deteriorata situazione della sicurezza in Egitto, ed in particolare nella regione del Sinai. Qui, in un ambiente tradizionalmente favorevole alle reti di traffico e di contrabbando internazionale, scarsamente soggetto alle leggi egiziane ed al controllo dello stato, si è venuta a creare una zona franca per i trafficanti di esseri umani, molto simile a quella che il territorio somalo ha rappresentato per i pirati fino al 2011.

Dopo la caduta del regime di Mubarak è tornata in tutta la sua gravità la questione del Sinai: un misto d’insorgenze jihadiste dovuto a formazioni filo-palestinesi, ed autonomiste da parte delle tribù beduine autoctone. L’indebolimento delle forze di sicurezza egiziane dopo la rivoluzione ed il progressivo impoverimento di una regione già sottosviluppata, in cui proliferano numerose bande armate (si stimano almeno 15 diversi gruppi terroristici ed altrettante tribù beduine nomadi militarizzate) ha portato a far concentrare nel Sinai la tratta finale di una delle rotte dei traffici di esseri umani dal Corno d’Africa al Mediterraneo Orientale.

Qui hanno sede le centrali criminali che organizzano o intercettano le carovane di migranti dirette al Mediterraneo, e che comprano o sequestrano gli immigrati che provengono dal sud del Sahara. E’ nel Sinai egiziano che la tratta di esseri umani (in prevalenza eritrei, somali, etiopi) acquista la sua dimensione criminale più avanzata. Qui hanno sede strutture di reclusione e di tortura in cui i migranti vengono sequestrati e restano anche alcuni anni in mano ai trafficanti prima che le famiglie riescano a mettere insieme i soldi per pagare il riscatto. Riscatti che sono ormai crescenti di anno in anno, al punto da aver creato un’economia criminale che – secondo alcune stime – sarebbe addirittura superiore a quella della pirateria somala.

Sembra ormai essersi creato in Sinai un vero e proprio mercato degli eritrei e dei somali in fuga dai loro paesi, attraverso il Sudan e l’Egitto. Molti di loro, dopo aver pagato alle organizzazioni di partenza il costo del viaggio, finiscono per essere venduti e rivenduti più volte, entrando in un meccanismo di detenzione e tortura da cui si esce solo con il pagamento di ulteriori riscatti. Riscatti che oramai ammontano a decine di migliaia di dollari per persona.

Si stima che solo tra il 2009 ed il 2013 siano state sequestrate nella regione del Sinai tra le 25 mila e le 30 mila persone, al termine del loro viaggio di migrazione verso l’Europa o Israele. Solo dai sequestri di migranti nel Sinai egiziano si stima che i trafficanti guadagnino oltre 100 milioni di dollari l’anno. Valori ulteriormente cresciuti dopo la caduta dei regimi di Muhammar Gheddafi in Libia, e di Hosni Mubarak in Egitto.

Negli ultimi due anni il valore dei riscatti estorti dalle organizzazione criminali egiziane ai danni dei migranti dall’area del Corno d’Africa ha superato quello di molte delle principali attività criminali trans-nazionali tradizionalmente presenti nell’Africa Orientale, dal traffico d’avorio, alla pirateria, avvicinandosi molto al valore del mercato del principale traffico illegale regionale, quello dell’importazione di eroina dall’Asia.

Per capire il valore globale del traffico di esseri umani dall’Africa Orientale occorre considerare che la rotta del Sinai rappresenta solo una delle tante vie di fuga delle popolazioni somale, eritree etiopi e di altri paesi della regione. Ad essa si aggiunge la rotta verso i paesi della penisola arabica e del Golfo Persico, via Yemen attraverso il Canale di Aden. Centomila persone l’anno sono contrabbandate dai porti del Puntland o di Gibuti verso i campi profughi dello Yemen.

Il contrabbando di esseri umani da questa rotta – il cui attraversamento è meno costoso ma da cui transita un numero maggiore di persone rispetto a quella attraverso il Sahara – procura ad un numero relativamente ristretto di contrabbandieri guadagni per oltre 15 milioni di dollari annui. Difficilmente negli anni a venire la pressione demografica di milioni di persone, in fuga dai paesi dell’Africa Orientale verso il nord, si attenuerà.

Nei paesi di partenza, in questi anni, pressoché nessuna della cause all’origine dei flussi è stata modificata o attenuata. A sud del Corno d’Africa lasciano poco spazio ai dubbi la stretta nelle politiche migratorie in Sud Africa e nei paesi limitrofi, così come i tentativi di svuotare i grandi campi profughi costruiti negli scorsi decenni, divenuti ormai bombe sociali sempre più ingestibili, come è il caso di Dadaab in Kenya.

Il controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo potrà avvenire solo con azioni di responsabilizzazione degli stati a monte del fenomeno (siano essi stati di partenza o di transito) e soprattutto attraverso decise politiche d’intervento contro le organizzazioni criminali che hanno riattivato la tratta degli esseri umani nel ventunesimo secolo. (p.q.)