Atlantide
18.12.2013 - 18:27
ANALISI
 
Usa: la fine dei "quantitative easing" fa temere difficoltà per l’Italia
18 dic 2013 18:27 - (Agenzia Nova) - Malgrado le smentite degli ultimi mesi, in occasione dell’ultima riunione del Comitato per la politica monetaria della Federal Reserve statunitense del 2013 si è rafforzata presso gli specialisti la convinzione che possa ormai essere in vista la fine dei cosiddetti “alleggerimenti quantitativi” (quantitative easing) con i quali il presidente dell’istituto, Ben Bernanke, ha tenuto a galla l’economia Usa, comprando titoli di stato al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese. L’operazione di graduale chiusura del rubinetto monetario si chiama tecnicamente tapering e dovrebbe cominciare nei primi mesi del 2014, forse addirittura a gennaio, anche perché la crescita reale negli Stati Uniti è tornata ad essere significativa. Sarebbe tuttavia un errore ricondurre la cessazione della stimolazione monetaria negli Usa a considerazioni esclusivamente attinenti alla politica economica interna.

Il governo della moneta ha infatti profonde implicazioni sul terreno della politica estera e ne avrà di notevoli anche in questo caso. Non solo perché all’economia mondiale verranno a mancare progressivamente 85 miliardi di dollari di liquidità mensilmente, ma perché è prevedibile che gli Stati Uniti compenseranno la minore emissione monetaria interna drenando risparmio dal resto del mondo. Si attuerebbe così paradossalmente proprio la politica economica che poco più di un anno fa raccomandava Mitt Romney, lo sfidante repubblicano battuto da Barack Obama nel novembre 2012, per restituire smalto alla reputazione della divisa statunitense.

Per comprendere esattamente il meccanismo che potrebbe essere messo in moto occorre qualche parola di spiegazione: in presenza di alti livelli di indebitamento pubblico, come accade nel caso statunitense, la fine della stimolazione monetaria è destinata a tradursi in un rialzo dei tassi d’interesse che, a sua volta, in assenza di aumenti dei tassi praticati all’estero, renderà più attraenti gli investimenti di portafoglio denominati in dollari. L’effetto previsto in questi casi è un afflusso di capitali verso gli impieghi Usa, la cui consistenza dipenderebbe soltanto dall’ampiezza dello spread tra i tassi praticati negli States e quelli invece applicati in Europa, in Giappone, in Cina ed in tutti i paesi cosiddetti emergenti.

L’edizione speciale che l’“Economist” dedica tradizionalmente ai temi dell’anno che verrà, in questo caso il 2014, ha posto pochi giorni fa in evidenza gli effetti che il tapering dovrebbe dispiegare su alcune economie emergenti, definendo in termini drammatici quelli che si produrranno in Turchia. Ankara non sarà certamente la sola capitale ad accusare il colpo, tutt’altro. Proprio per questo motivo, le scelte future della Fed somigliano molto ad una misura di guerra economica ai danni dei Brics e dell’Eurozona. Non si tratterebbe neanche di una manovra inedita. Gli Stati Uniti fecero infatti ricorso ad una strategia di questo tipo nei primi anni dell’amministrazione di Ronald Reagan, quando con una politica di alti tassi d’interesse da Germania e Giappone furono tratti i capitali che alimentarono il grande piano di riarmo con il quale l’America piegò l’Unione Sovietica, costringendola alla resa.

Anche gli organismi di governo dell’Eurozona saranno prevedibilmente chiamati presto a compiere scelte difficili. L’aprirsi di uno scarto tra i titoli denominati in dollari e quelli in euro dovrebbe infatti determinare fughe di risparmio europeo verso l’altro lato dell’Atlantico e di conseguenza una sensibile svalutazione dell’euro. Nel Club Med qualcuno esulterebbe, ma per evitare crisi di liquidità sui mercati dei titoli di stato si dovrebbe intensificare il ricorso ai bazooka predisposti in questi anni: dai piani di finanziamento a lungo termine (long term refinancing operation) alle operazioni monetarie definitive (outright monetary transactions), peraltro ancora sotto processo a Karlsruhe. Ne deriverebbe uno stravolgimento della costituzione economica materiale dell’Eurozona che ben difficilmente potrebbe essere tollerato a Berlino. Proprio per questo, è probabile che in uno scenario del genere le pressioni dirette a modificare la condotta dell’Istituto di emissione di Francoforte si intensificherebbero.

Sarà quasi sicuramente decisivo ancora una volta l’atteggiamento della Germania, azionista di maggioranza della divisa unica, che esigerà quasi certamente un rialzo dei tassi d’interesse praticati nell’Eurozona proprio per frenare il più che probabile deflusso dei capitali e l’annesso deprezzamento del biglietto blu. In quest’ottica, ben si capisce pertanto il rammarico con il quale Mario Draghi ha accolto il ritorno in patria di Joerg Asmussen, il rappresentante tedesco nel board della Bce più vicino alle visioni del banchiere italiano, richiamato a Berlino da Angela Merkel, che lo ha nominato Sottosegretario al Lavoro. Né ha contribuito a rasserenare il presidente della Bce il fatto che il candidato favorito nella corsa al posto di Asmussen sia un falco come Sabine Lautenschlaeger, fedele alla tradizionale impostazione della Bundesbank e quindi di opinioni assai più convenzionali ed ortodosse.

Tutto ciò induce a ritenere molto probabile che l’imminente rialzo degli interessi statunitensi sia seguito in tempi più o meno rapidi da quello degli interessi praticati dall’Eurozona, con gli effetti che si possono immaginare sulla tenuta dei conti pubblici dell’Italia e di una serie di altri paesi che utilizzano il biglietto blu. Si assisterà inevitabilmente allora ad un’altra contrapposizione di interessi all’interno dell’Unione Europea, che comporterà un’ulteriore riduzione del grado di coesione interna delle Comunità. In queste circostanze, è opportuno che il nostro paese difenda ovunque l’approccio adottato da Mario Draghi, resistendo anche all’eventuale proposta di avvicendarlo con un banchiere centrale più gradito alla Germania persino qualora all’Italia venga offerta in cambio qualche altra importante posizione ai vertici dell’Unione. (g.d.)
 
Medio Oriente: si delinea più chiaramente il “divide et impera” statunitense
18 dic 2013 18:27 - (Agenzia Nova) - In seguito al sostegno accordato da Washington al tentativo di trasformare il Consiglio di Cooperazione del Golfo in una specie di confederazione dominata dall’Arabia Saudita, è diventata ancora più chiara la strategia perseguita dagli Stati Uniti in Medio Oriente, del tutto improntata al concetto del “divide et impera”. Mentre apre alla prospettiva di una riconciliazione storica con l’Iran - che è utile soprattutto nella prospettiva degli interessi globali statunitensi, si pensi ad esempio all’indebolimento della posizione russa in tutta l’Eurasia che deriverebbe dall’immissione sui mercati europei del gas estratto in Iran - l’amministrazione di Barack Obama tenta in qualche modo di rassicurare tanto gli israeliani quanto i sauditi.

A Gerusalemme, la Casa Bianca sta cercando di far comprendere come la nuova strategia mediorientale degli Stati Uniti non implichi in nessun modo l’abbandono dello stato ebraico al suo destino. Di Riad, invece, gli Usa stanno promuovendo ora il rafforzamento regionale in modo tale da prevenirne lo scivolamento dell’orbita russa. Anche in questo caso, il messaggio che Washington cerca di trasmettere è che l’Arabia saudita non ha cessato improvvisamente di essere considerata un alleato, seppure il suo peso non sia più lo stesso. E’ meglio di niente. La circostanza, in effetti, ha suscitato un certo interesse nella corte saudita, malgrado la recente sortita del principe Turki al Faisal contro la presunta incoerenza della politica estera della Casa Bianca attesti la persistenza di perplessità nei confronti del disegno complessivo che gli Stati Uniti stanno concretizzando.

In realtà, non ci sono incertezze né ambiguità nella posizione di Obama, che piuttosto tradisce un cambiamento di approccio, imposto peraltro dalla crescente riluttanza del pubblico americano all’esercizio di un ruolo di natura imperiale nel sistema internazionale. Al nucleo del mutamento di paradigma c’è la volontà di ridurre gli impegni militari esterni e di sostituirli ovunque possibile con situazioni di equilibrio. Per inciso, è la stessa politica che Washington sta seguendo anche in Afghanistan e che a suo tempo fu praticata sistematicamente dall’impero britannico.

Ciò significa, evidentemente, anche relativizzare alcune opzioni e la valenza da attribuire a consolidati rapporti storici. Arabia Saudita ed Israele vedranno quindi, in una certa misura, diminuire la propria influenza nel calcolo geopolitico di Washington, ma non a causa di una scelta in favore di un loro nemico. Bensì perché gli Usa vogliono un Medio Oriente stabilizzato sulla base dell’equilibrio di potenza. Shimon Peres pare essersene accorto ed infatti sta a sua volta aprendo con molto realismo alla prospettiva di un incontro con il presidente iraniano Hassan Rohani.

Con il dialogo serrato condotto con Gerusalemme e l’appoggio dato alle mire di Riad sugli alleati del Golfo, il presidente Barack Obama è uscito in qualche modo allo scoperto. Non basteranno le critiche a mezzo stampa a fermarlo e prima o poi gli interessati ne prenderanno atto. Nel frattempo, il tapering dovrebbe definitivamente moderare le ambizioni della Turchia, che sta sperimentando già un importante rallentamento del proprio sviluppo, dopo aver visto naufragare l’architettura della propria politica mediorientale. Tranquillizzerebbe Riad anche l’eventuale oscuramento della stella di Erdogan, specie se ad approfittarne fosse l’attuale presidente Abdullah Gul, che i sauditi percepiscono come meno ostile.

Vedremo nelle prossime settimane e mesi se questa sofisticata politica del presidente Usa, solo in parte condivisa dal dipartimento di Stato, da qualche tempo del tutto marginale nelle decisioni politiche a Washington, basterà o meno a tranquillizzare Gerusalemme e la corte degli Al Saud. Nel frattempo, il caos esploso in Ucraina, paese nuovamente oggetto di contesa tra Mosca e l’Occidente, dovrebbe ricondurre a più miti consigli anche la Russia, ridimensionando la valenza delle sue recenti proiezioni in Medio Oriente e costringendola a concentrarsi nuovamente sull’uscio di casa. (g.d.)