Atlantide
28.11.2013 - 16:31
ANALISI
 
Iran: l’intesa di Ginevra può delineare nuovi equilibri politici in Medio Oriente
28 nov 2013 16:31 - (Agenzia Nova) - L’accordo provvisorio raggiunto nella notte tra sabato e domenica scorsa a Ginevra tra i rappresentanti del cosiddetto gruppo dei 5 + 1 e l’Iran ha davvero un significato che va ben al di là dei suoi stretti contenuti, malgrado il controverso programma nucleare di Teheran sia stato lungamente al centro delle cronache della politica internazionale. Si discuterà certamente a lungo delle implicazioni tecniche del compromesso cui si è pervenuti, ovviamente insoddisfacenti sia per coloro che volevano l’uscita completa dell’Iran dal settore nucleare che per i più accesi sostenitori delle ambizioni strategiche della Repubblica Islamica in questo campo. Ma il punto veramente decisivo è un altro. Ed è di natura più squisitamente politica: per la prima volta dal 1979 la diplomazia iraniana e quella statunitense si sono trovate allo stesso tavolo ed hanno concluso un’intesa, per quanto imperfetta ed interinale.

Per Barack Obama si tratta di uno straordinario successo, dal momento che la reintegrazione dell’Iran nella comunità internazionale era stata da tempo identificata come una delle condizioni necessarie della riduzione dell’esposizione politico-militare americana in Medio Oriente, obiettivo di lungo termine perseguito dall’amministrazione democratica sin dal suo insediamento nel gennaio 2009. La Casa Bianca aveva aperto più volte agli iraniani persino durante gli anni di George Walker Bush, soprattutto all’indomani degli attacchi jihadisti alle Torri Gemelle, ma nessuno si era spinto così lontano come l’attuale presidente, che già pochi mesi dopo la sua ascesa al potere aveva annunciato dal Cairo la disponibilità degli Stati Uniti a riconoscere il diritto di Teheran a produrre dell’energia nucleare, ancorché sotto controllo internazionale.

Vince per adesso anche Hassan Rohani, eletto a furor di popolo la scorsa primavera proprio per determinare l’allentamento dell’assedio economico stretto intorno al suo paese per indurlo a trattare. Il presidente riformista, che continua a muoversi con la benedizione della Guida Suprema, Ali Khamenei, non ha infatti portato a casa soltanto lo sblocco di 7-8 miliardi di dollari di asset nazionali congelati, di per sé un’importante boccata d’ossigeno, ma il reinserimento dell’Iran nel Grande Gioco della politica mediorientale, possibile preludio ad un generale rimescolamento delle alleanze regionali.

Con il tempo, se l’intesa evolverà e si trasformerà in un accordo più ampio e strutturale, Teheran verrà forse addirittura riabilitata completamente e magari anche clamorosamente riconosciuta come un importante fattore di stabilità nell’area che va dal Mediterraneo Orientale fino al Pakistan. Libera finalmente da maggiori ostacoli politici, inoltre, la Persia potrà forse ottenere quegli investimenti esteri che le sono necessari per ammodernare la propria industria estrattiva e potenziare le capacità nazionali di raffinazione del greggio, fortemente compromesse negli anni dell’isolamento. Non mancano neppure coloro che ritengono l’Iran addirittura in grado anche di dar vita ad un miracolo manifatturiero, in grado di replicare, e persino superare, quello realizzato in Turchia dal governo dell’Akp.

Proprio il reintegro di Teheran nel consesso internazionale e l’evidente tentativo di pervenire ad una storica riconciliazione con Washington preoccupano però coloro che hanno intravisto nell’accordo di Ginevra una grave minaccia ai propri interessi nazionali. E’ il caso soprattutto dell’Arabia Saudita, che dopo aver pilotato una vera e propria controrivoluzione contro il governo dei Fratelli musulmani al Cairo, già appoggiato da Obama, ha cercato in tutti i modi di sabotare il negoziato, anche sobillando Parigi, che vanta importanti interessi geopolitici ed economici nella penisola arabica, inclusa una base militare ad Abu Dhabi, in un Emirato satellite di Riad. Dopo aver efficacemente rintuzzato la minaccia delle Primavere Arabe, gli Al Saud temono verosimilmente che il flirt tra Washington e Teheran possa sfociare in un vero e proprio matrimonio, suscettibile di implicare il tramonto della “special relationship” inaugurata dal patto stretto nel 1945 sul Quincy da Franklin Delano Roosevelt con Abdul Aziz, fondatore del Regno e padre dell’attuale monarca Abdullah. Poco importa che il rapporto bilaterale tra Usa ed Arabia Saudita fosse, in realtà, in costante deterioramento dall’11 settembre 2001: Riad non vuole essere soppiantata dall’Iran nel suo ruolo di punto di riferimento regionale della politica statunitense nel Golfo. Delle preoccupazioni saudite, per evidenti ragioni, si compiace intanto il Qatar.

Per ragioni assai simili, neanche la dirigenza israeliana ha gradito più di tanto l’accordo. Anzi, il premier Benjamin Netanyahu non ha mai fatto mistero in questi anni di considerare l’approccio statunitense al programma nucleare iraniano come una seria minaccia alla sicurezza nazionale israeliana. In realtà, tuttavia, per Gerusalemme le aspirazioni di Teheran sono sempre state un falso problema: perché lo stato ebraico dispone del quarto o quinto deterrente militare mondiale (a seconda che se ne stimi la consistenza in 200 o 400 testate) ed è quindi perfettamente in grado di dissuadere anche un Iran che possedesse la bomba, tanto più che in questi anni persino l’incauto Mamoud Ahmadinejad ha dato prova di essere realista quanto basta per evitare al proprio paese l’incubo di una tornata di bombardamenti che altri stati della regione hanno invece dolorosamente sperimentato.

La vera questione dal punto di vista israeliano è invece la solidità ed esclusività del rapporto che lega Gerusalemme a Washington. Con le opportune rassicurazioni, pertanto dovrebbe essere possibile convincere Israele ad accettare il nuovo dato mediorientale, anche se il timore di rimanere isolati e di non poter più contare sull’America come in passato è forte. Tale inquietudine potrebbe anche incoraggiare delle sgradevoli mosse destabilizzanti, sul genere dell’attacco su Gaza del novembre 2012, deliberato quasi certamente soprattutto per costringere il presidente Obama a schierarsi pubblicamente con Israele contro Hamas, costola della Fratellanza musulmana allora al potere al Cairo. Ovviamente, la speranza coltivata alla Casa Bianca è che si possa in qualche modo persuadere Gerusalemme che la normalizzazione diplomatica dell’Iran rientra perfettamente nei suoi interessi, al contrario dell’innaturale intesa stretta recentemente da Netanyahu con gli Al Saud.

Gli Stati Uniti di Obama vogliono ridimensionare la loro esposizione in Medio Oriente. Era impossibile farlo in un contesto caratterizzato da un Iran antagonista, che richiedeva la costante presenza deterrente Usa. Per questo, la Casa Bianca si è mossa per favorire l’emersione nella regione di un equilibrio autosufficiente di potenza, in cui Arabia Saudita, lo stesso Iran, Israele e la Turchia possano un giorno bilanciarsi reciprocamente, con Washington garante esterna di ultima istanza, pronta ad intervenire soltanto in casi estremi, ad esempio per sventare una minaccia immediata, diretta ed esistenziale alla sicurezza di Israele. Approccio molto razionale, questo, che potrebbe a certe condizioni convenire persino alla Russia ed alla Cina, per quanto vi siano segni di una frenetica attività diplomatica di Riad volta a creare nuovi assi antagonisti con Mosca e Pechino, con cui compensare l’evidente raffreddamento intervenuto nelle relazioni con Washington.

E’ così prevedibile che il Medio Oriente rimanga saldamente connesso alle dinamiche della grande politica mondiale anche nel prossimo futuro, seppure in termini differenti rispetto a quelli visti negli ultimi anni. Per l’Italia, si profilano comunque importanti vantaggi, perché verrà recuperato alla nostra diplomazia un essenziale riferimento politico nella regione e dischiuse nuovamente grandi opportunità di interscambio economico a lungo rimaste precluse. Non è un caso che proprio un Viceministro degli Esteri italiano sia stato il primo politico occidentale a visitare Teheran dopo l’insediamento di Hassan Rohani. Affilano peraltro i propri denti anche la Francia, malgrado il tentativo del presidente Francois Hollande di far fallire le trattative, il Regno Unito e la Germania.
 
Russia-Vaticano: emergono nuove convergenze tra Mosca e la Santa Sede
28 nov 2013 16:31 - (Agenzia Nova) - Tra le ricadute più significative della crisi siriana della scorsa estate si può annoverare anche l’imprevista ripresa del dialogo tra la Chiesa cattolica, il Patriarcato di Mosca e le autorità politiche della Federazione russa. Vi erano in effetti timori in alcuni ambienti circa il fatto che un Papa proveniente dall’America latina potesse essere meno interessato del suo predecessore tedesco allo storico progetto di una riconciliazione tra le due massime espressioni organizzate del cristianesimo. Invece, le scelte compiute per prevenire il ricorso alla forza da parte della comunità internazionale contro il regime di Bashar al Assad hanno posto Russia e Vaticano su un sentiero di convergenza che il presidente Vladimir Putin ha ritenuto di dover esplorare.

Ad indurre l’uomo forte del Cremlino a chiedere un’udienza a papa Francesco è stata apparentemente la lettera con la quale il pontefice, alla vigilia del G20 di San Pietroburgo, il 4 settembre scorso, aveva riconosciuto come meritorie alcune iniziative assunte dalla Federazione russa per promuovere una più equa governance dell’economia internazionale, enfatizzandone implicitamente il ruolo sulla scena globale.

A quanto è dato di comprendere, il più promettente terreno d’intesa tra il Vaticano e Mosca è quello concernente la tutela della Cristianità sotto assedio in Medio Oriente, individuato dal Cremlino come un motivo efficace nell’aggregare consensi intorno alla difesa di ciò che resta dei regimi laici del mondo arabo per decenni suoi alleati. Basterebbe questo dato a far giustizia delle ricostruzioni che definiscono “neo-sovietica” la politica perseguita dalla Russia putiniana. Se continuità esiste con una tradizione passata, va casomai riconosciuta nell’eredità zarista, oggetto del resto di una costante rivalutazione nella Federazione.

La diplomazia russa è in effetti fortemente esposta nella protezione del pluralismo religioso in Medio Oriente, insidiato da coloro che vogliono ovunque instaurare la legge coranica. Ne è ulteriore prova la volontà di promuovere un foro interconfessionale partecipato da ortodossi, ebrei e musulmani, annunciato durante il suo intervento al Forum italo-russo del 25 novembre scorso dal ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov. Mentre è noto che la Santa Sede, molto sollecita nel promuovere il diritto-dovere d’ingerenza umanitaria nelle guerre balcaniche, dal 1991 ha sempre avversato l’uso della forza contro i regimi baathisti finiti di volta in volta nel mirino, autoritari quanto si vuole, ma determinati nel mantenere l’eguaglianza giuridica di tutte le confessioni abbracciate dai loro cittadini. La sintonia è evidente.

Merita di essere sottolineata la circostanza che il movimento politico delle autorità federali russe sia stato preceduto temporalmente da una visita incrociata che ha portato il cardinale Angelo Scola a Mosca ed il Metropolita Hilarion a Roma. Si registra così un’intensa attività anche sul terreno della diplomazia religiosa, che permette adesso anche di ipotizzare che possa essere imminente un incontro tra Francesco e Kirill, che avverrebbe magari non in Russia ma comunque in un sito scelto di comune accordo in ragione del suo carattere simbolico. L’abbraccio tra Papato e Patriarcato ortodosso di Mosca non sarebbe più il pilastro spirituale del progetto geopolitico euro-russo accarezzato da Benedetto XVI, ma dovrebbe avere un respiro più ampio e rafforzare la capacità di tenuta politica del Cristianesimo nelle aree dove è sottoposto alle maggiori pressioni.

A quanto è dato di capire, questo sviluppo inatteso non entusiasma l’Amministrazione americana. La rivendicazione di un ordine globale più giusto e multipolare, infatti, unitamente alle aperture della diplomazia pontificia nei confronti non solo di Mosca ma anche di Pechino stanno sicuramente toccando alcuni nervi scoperti oltreoceano. Sarà un caso, ma mentre Vladimir Putin si accingeva a varcare il Portone di Bronzo il sito d’informazioni statunitense “Daily Beast” lasciava filtrare l’intenzione del Dipartimento di Stato di chiudere la propria ambasciata presso la Santa Sede.