Atlantide
18.11.2013 - 18:03
Analisi
 
Usa-Ue: Stati Uniti ed Eurozona verso la divaricazione dei tassi, nuovo duello tra Draghi e Bundesbank
18 nov 2013 18:03 - (Agenzia Nova) - Sul grande palcoscenico della politica monetaria internazionale sono in corso grossi movimenti che potrebbero avere ripercussioni notevoli anche sul nostro paese. La novità è questa: prendendo a pretesto la discesa del tasso di variazione dei prezzi nell’Eurozona allo 0,7 per cento, a fronte di un obiettivo d’inflazione pari al 2 per cento, Mario Draghi ha proposto ed ottenuto nei giorni scorsi l’approvazione di un taglio dello 0,25 per cento al saggio d’interesse di riferimento praticato dalla Banca centrale europea.

La mossa era attesa dagli addetti ai lavori, che tuttavia l’avevano pronosticato più tardi, sotto Natale. La decisione è stata adottata dal Board dell’Istituto di emissione, ma con voto non unanime. A quanto è stato dato di sapere, infatti, vi si sono opposti la Bundesbank e la Banca centrale austriaca, che avevano invece accettato qualche mese fa altre scelte espansive. Al blocco ostile al presidente della Bce, ormai soprannominato dai suoi detrattori “il banchiere del Mediterraneo”, si sono forse aggiunti anche i delegati di altri paesi “nordici”. Ma non Angela Merkel, che ha di fatto avallato l’iniziativa promossa da Draghi. La circostanza non è del tutto sorprendente, ricalcando un copione visto recentemente più volte, con il cancelliere tedesco ormai finalmente disponibile a mollare i suoi banchieri per tenere assieme l’Europa.

Le conseguenze di quest’azione dell’Eurotower potrebbero, tuttavia, essere insolitamente importanti, tanto più che alla limatura degli interessi si è associato anche l’annuncio che il programma Ltro, con il quale la Bce presta denaro a tassi agevolati agli istituti di credito europei, proseguirà almeno fino al 2015 a condizioni ancora migliori, questa volta per alimentare i prestiti alle imprese. La politica monetaria dell’Eurozona e quella praticata negli Stati Uniti, infatti, potrebbero a breve riprendere a divergere, ma in una direzione opposta a quella recente. Malgrado a dirigere la Fed statunitense sia stata chiamata un’economista considerata ovunque favorevole alla stimolazione monetaria, Janet Yellen, è infatti ormai opinione corrente che la banca centrale statunitense sia ormai prossima a ridurre il cosiddetto “Quantitative Easing”, il programma con il quale negli ultimi anni di crisi sono stati iniettati ogni mese ben 85 miliardi di dollari di moneta fresca. Non è difficile prevedere che all’atto di inizio del “Tapering”, cioè della fine della stimolazione monetaria varata da Ben Bernanke, possa aprirsi un largo gap tra i tassi d’interesse praticati sulle due sponde dell’Atlantico, generando un importante deflusso di risparmi europei verso il Nuovo Mondo. Già adesso, in effetti, si osserva una significativa divaricazione, che sta peraltro provocando un principio di svalutazione dell’euro.

Ma non siamo ancora prossimi al momento della verità. Nessuno sa, in effetti, che cosa accadrà in Germania quando diventerà chiaro che la Bce disattende il mandato statutario conferitole di difendere il valore interno ed esterno della divisa unica. Ma certamente vi sarà chi reclamerà una nuova stretta, che potrebbe rivelarsi esiziale per gli stati fortemente indebitati come il nostro. Una nuova prova di forza sulla costituzione economica europea sembra probabile, e la Repubblica federale sarà il luogo in cui verrà decisa. La tensione a Berlino è palpabile ed in aumento. Non a caso, il comitato della Cdu/Csu che sta lavorando al programma del prossimo governo tedesco sta ipotizzando di inserirvi l’impegno a sottoporre a referendum ogni futura rilevante decisione in materia di politica europea che implichi trasferimenti di sovranità, l’ingresso di nuovi paesi nell’Unione o effetti sul peso finanziario della Germania. (g.d.)
 
Francia: attriti crescenti con gli Usa e la Germania
18 nov 2013 18:03 - (Agenzia Nova) - Le velleità e le indecisioni francesi impediscono attualmente di immaginare un asse neo-latino che possa in qualche modo interferire sulla battaglia in atto dentro la Germania tra custodi dell’ortodossia e il cancelliere Angela Merkel, ormai finalmente determinata a scongiurare la frantumazione dell’Eurozona. Il presidente francese Francois Hollande si trova, in effetti, in gravi difficoltà, sia sul piano interno che su quello internazionale, probabilmente anche a causa di un suo difetto di lettura degli attuali rapporti di forza mondiali e dell’incomprensione della potenza effettiva di cui dispone il presidente statunitense Barack Obama.

Alla base di tutto, c’è verosimilmente la volontà dell’Eliseo di sfruttare il presunto, temporaneo, appannamento della politica estera Usa in Medio Oriente per tentare di recuperare margini di autonomia e di influenza regionale alla Francia. A larghe linee, il disegno parrebbe lo stesso perseguito a suo tempo da Nicolas Sarkozy, ma in un contesto del tutto differente da quello di allora, nel quale l’Eliseo non può più sperare nell’accondiscendenza della Casa Bianca. Parigi pare in effetti aver optato per l’asse israelo-saudita, ostile al presidente Usa, senza peraltro ottenere finora risultati lusinghieri. In Siria, ad esempio, Hollande è rimasto con il cerino in mano, unico leader disponibile ad andare in guerra contro Damasco, mentre Barack Obama si sfilava e coglieva al volo il primo treno disponibile per evitare una campagna aero-missilistica contro il regime di Bashar al Assad.

Quindi, è arrivato il downgrading del debito sovrano transalpino, atto di sfiducia di Standard&Poor’s nei confronti della Francia e delle sue attuali politiche. Infine, si è registrata l’infelice decisione francese di porre il veto all’accordo che si stava profilando nel gruppo “5 + 1”, con il quale si sarebbe potuto dare inizio alla reintegrazione dell’Iran nella comunità internazionale. Obama non ha gradito il gesto, che è riuscito indigesto anche al suo segretario di Stato, John Kerry, ormai pronto ad una firma storica, per quanto in precedenza fosse anche lui allineato all’asse israelo-saudita. A breve, avremo a Ginevra la prova d’appello. In queste condizioni, per quanto Hollande abbia lasciato intendere in Israele di non esser disponibile a cedere, sembra assai difficile che gli Stati Uniti possano permettere alla Francia ulteriori esercizi di autonomia diplomatica senza che Parigi paghi un prezzo assai pesante. Tanto più che Hollande non potrà contare su alcuna solidarietà dalla Germania. Il presidente francese è infatti riuscito ad inimicarsi anche i tedeschi, danneggiati non meno di Obama dal nuovo ritardo che si profila nelle trattative tra Iran ed Occidente.

La relazione franco-tedesca si sta in effetti usurando sotto molti punti di vista, non solo sul terreno politico-economico. Ne è una prova ulteriore la decisione, assunta da Parigi unilateralmente ed irritualmente (senza darne cioè preventiva notizia alla controparte), di sciogliere la brigata franco-tedesca, creata dopo il crollo del Muro di Berlino da Francois Mitterrand ed Helmut Kohl, come simbolo della comune volontà di accelerare sul versante dell’integrazione europea anche nel campo della difesa.

L’isolamento in cui si sta chiudendo Parigi potrebbe favorire l’Italia, mettendola teoricamente nelle condizioni di frenare le ambizioni francesi nel Mediterraneo centrale, anche se sussistono dubbi circa l’attuale capacità del nostro paese di assumere iniziative di più alto profilo per tutelare i propri interessi in Libia, dove in effetti anche Barack Obama si aspetta che Roma faccia qualcosa. (g.d.)
 
Libia: un’incognita anche sotto il profilo della sicurezza energetica nazionale
18 nov 2013 18:03 - (Agenzia Nova) - Per l’Italia, la Libia sta diventando un’emergenza assoluta, non solo sotto il profilo del contenimento dei flussi migratori illegali che raggiungono poi Lampedusa e le coste del Meridione, ma altresì sotto quello della sicurezza energetica nazionale. Le incognite, in questo senso, sono almeno due, e chiamano entrambe in causa la debolezza dell’attuale governo centrale di Tripoli, che non riesce più a mantenere l’ordine né ad ovest né ad est della capitale. Da un lato, infatti, il Premier Ali Zidan, a sua volta rimasto vittima alcune settimane or sono di un misterioso sequestro lampo, fronteggia l’aperta secessione della Cirenaica, di cui minaccia di bloccare le esportazioni di greggio, seppure non sia chiaro come. Dall’altro, il governo libico subisce anche l’iniziativa dei berberi, che hanno assaltato il sito produttivo di Mellitah, quasi alla frontiera tunisina, interrompendo anche il flusso del gas diretto a Gela attraverso il Greenstream.

Per quanto Eni e governo italiano stiano cercando di rassicurare mercati ed opinione pubblica circa la disponibilità delle risorse energetiche necessarie a fronteggiare l’inverno, è chiaro che la preoccupazione aumenta. Il Cane a Sei Zampe difende usualmente i propri impianti all’estero utilizzando contractor reclutati sul posto o dove capita. Ma forse questo espediente in Libia non basta più. Ecco perché diventa sempre più probabile un incremento dell’esposizione militare italiana a Tripoli e dintorni, che una volta tanto vedrebbe unità del nostro paese battersi in funzione di un interesse nazionale concreto ed immediatamente percepibile.

Intervenendo alla Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (Sioi), il viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, ha fatto capire il 15 novembre scorso che Roma non potrà disinteressarsi molto a lungo di quanto accade al di là del mare. Ma come ci si possa muovere ed in vista di quali obiettivi a breve termine è difficile prevederlo. Non è chiaro, infatti, se sia o meno ancora possibile mantenere in Libia una parvenza di stato unitario o ci si debba invece rassegnare a testimoniarne la dissoluzione in una miriade di potentati, magari facendo affari con tutti. Dopo la Cirenaica ed i berberi dell’Ovest, ora si muovono anche i misuratini e i miliziani di Zentan, con l’effetto di innescare gravi disordini dentro Tripoli, dove nel fine settimana appena trascorso sono state uccise decine di persone.

E’ quindi evidente che sarebbero necessarie truppe consistenti. Ma non si sa ancora da dove potrebbero essere tratte, con onerose missioni nazionali ancora in corso in Afghanistan e Libano che impegnano più di tremila soldati. Tra l’altro, scarseggiano anche i soldi. Per il 2014, per assicurare la prosecuzione degli interventi militari in atto all’estero sono stati accantonati per ora solo 765 milioni, poco più della metà di quanto spendiamo annualmente. Ci vorrebbe molto di più. Per dividere il peso politico-militare della stabilizzazione della Libia occorreranno pertanto alleati. Ma chi sarà disponibile ad aiutarci? Francia, Germania e Gran Bretagna sarebbero partner problematici. Concorrenti nella peggiore delle ipotesi, partner riluttanti nella migliore. In teoria, ci sarebbe un sostegno statunitense. Allo scopo di dare una base più solida al governo di Tripoli, ormai diffidente dei cirenaici dopo l’assassinio dell’ambasciatore Christopher Stevens, Washington sta in effetti sondando gli umori delle tribù e dei clan che appoggiavano Muammar Gheddafi, allo scopo di avvicinarli al potere: ma pare improbabile che Barack Obama voglia mettere suoi soldati sul suolo libico. La questione è quindi ancora ben lontana dall’essere risolta. (g.d.)