Corno d'Africa
15.11.2013 - 18:14
Analisi
 
Immigrazione: Somalia ed Eritrea, due paesi “dimenticati”
15 nov 2013 18:14 - (Agenzia Nova) - Degli oltre 35 mila sbarchi di migranti registrati in Italia nel corso dei primi dieci mesi del 2013, oltre un terzo provengono da due piccoli paesi del Corno d’Africa, Somalia ed Eritrea, due paesi a lungo trascurati dagli affari internazionali e lasciati in balìa di processi di deriva geopolitica che hanno trasformato il primo nello stato fallito più degradato del mondo ed il secondo nella peggiore dittatura africana contemporanea. L’Eritrea, in particolare, nonostante abbia appena 6 milioni di abitanti e disti oltre 7.000 chilometri dalle nostre coste mediterranee, ha avuto nel 2013 il triste primato di produrre all’incirca lo stesso numero di profughi che fuggono dalla guerra civile siriana che si combatte alle porte di casa nostra e produce decine di migliaia di morti. Con quasi novemila profughi nel corso del 2013, poche centinaia in meno di quelli in fuga dalla Siria, l’Eritrea è il secondo paese di provenienza dei migranti che approdano in Italia. Il terzo paese da dove partono migranti destinati verso l’Italia, è la Somalia, con poco più di 3.000 arrivi.

Libia ed Egitto sono i principali paesi di transito e di ripartenza. Con 2.800 chilometri di coste mediterranee, essi rappresentano le due grandi finestre geopolitiche sul Mar Mediterraneo dell’Africa Sub Sahariana orientale. Nei primi 10 mesi del 2013, ventunomila sono i migranti arrivati in Italia partiti da approdi libici, ottomila quelli partiti dall’Egitto. Per meglio contestualizzare questo fenomeno ed i suoi possibili futuri sviluppi, una prima considerazione da fare riguarda il processo di progressiva fusione delle diverse sub-regioni poste tra Mediterraneo Orientale e Golfo di Aden. Fenomeni diversi ed in alcuni casi opposti hanno trasformato negli scorsi decenni quelle che una volta erano regioni e sub-regioni piuttosto definite e politicamente separate in un unicum fluido transnazionale, in cui si travasano un’ampissima gamma di problemi irrisolti e progressivamente esacerbatisi. Problemi tutti legati, in ultima analisi, al fallimento dell’esperimento di costruzione dello Stato moderno nel continente africano, giunto al suo apice nel ventennio delle relazioni internazionali globali.

L’implosione delle primavere arabe nei paesi della sponda sud del Mediterraneo è stato l’ultimo fattore, in ordine di tempo, che ha reso sempre più liquidi e permeabili i confini sub-sahariani, di fatto mettendo in comunicazione due spazi fluidi: quello marittimo del Mediterraneo e quello desertico del Sahel. Di questa situazione hanno beneficiato i gruppi criminali locali e regionali, costruendo network trans-nazionali sempre più attivi nella tratta degli esseri umani, che di fatto hanno creato i ponti necessari tra Nord e Sud del Sahel, tra Corno d’Africa e Africa Sub Sahariana. La criminalizzazione degli spazi a bassa governance dell’Africa Sub Sahariana è un fenomeno crescente ed allarmante oramai da numerosi anni. I profitti dei traffici di armi, di droga, della pirateria, del mercato dei clandestini vengono di volta in volta reinvestiti nell’aumentare le capacità militari, corrompere il potere politico ed accrescere la portata dell’azione dei gruppi criminali, che a loro volta erodono gli spazi residui di sovranità in favore di un vacuum ove tutto è possibile.

In questo contesto, il traffico di esseri umani rappresenta una delle attività in maggiore espansione, anche in ragione delle difficoltà al contrasto di questo tipo di fenomeni a causa della dimensione umanitaria che li caratterizza. Di fatto, dopo l’implosione delle primavere arabe, l’instabilità dei paesi cerniera del Nord Africa è drammaticamente aumentata, e – nei confronti di certi fenomeni come quello del traffico di esseri umani – la frontiera reale dell’Europa si è spostata a Sud, direttamente a contatto con fenomeni che non possono essere gestiti a distanza. Significative da questo punto di vista è l’esistenza di missioni come Atalanta, Ocean Shield, Mare Nostrum, in cui è coinvolta la Marina militare italiana e che dal Mediterraneo all’Oceano indiano si trovano a gestire dal mare problemi originati nella fascia orientale dell’Africa Sub Sahariana.

La seconda considerazione riguarda due paesi di partenza dei flussi migratori particolarmente legati alla storia italiana, come Eritrea e Somalia. Due paesi limitrofi che hanno conosciuto negli ultimi vent’anni situazioni politiche interne estremamente diverse e per certi versi opposte: in Somalia, uno stato fallito senza autorità alcuna e nessuna forma di amministrazione organizzata del potere, privatisticamente frammentato tra milizie claniche e movimenti terroristi islamisti; in Eritrea il radicarsi di una pesante dittatura, priva di costituzione e parlamento e retta da vent’anni da un partito-stato di origine marxista rivoluzionario, che ha progressivamente militarizzato la società e cancellato ogni forma di dissenso, anche interna allo stesso partito unico. Ogni anno decine di migliaia di eritrei fuggono dal paese, in particolare per evitare una leva militare indeterminata, diretti verso l’Europa.

Dalla Somalia, nonostante i progressi politici ed i tentativi di ricostruzione dello Stato, continuano ad originarsi flussi di profughi, che si sommano alla ampissima diaspora. Centinaia di migliaia di somali hanno abbandonato il paese fuggendo in tutte le direzioni. Solo una parte si è diretta verso l’Europa, ove complessivamente si stima ve ne siano circa 250 mila, ma molti sono fuggiti nel vicino Yemen (ove si contano 700 mila profughi somali), in Kenya (mezzo milione solo nei campi profughi), o in Sud Africa (100 mila). In Europa è la Gran Bretagna il paese che si è dimostrato più accogliente, con oltre 100 mila somali residenti nati in Somalia, seguito da Svezia (54 mila), Norvegia ed Olanda (circa 30 mila ciascuno). Queste comunità emigrate, oltre ad affrontare i normali problemi dell’emigrazione e i disagi dell’esclusione sociale che spesso colpiscono le comunità più povere di immigrati (in Inghilterra circa l’80 per cento dei somali vive in “social housing”, ed appena il 10 per cento ha un’occupazione stabile), soffrono anche del richiamo del radicalismo islamista, che ha fatto breccia tra le comunità in Usa ed in alcuni paesi europei, in particolare Regno Unito e Norvegia. Quest’ultimo sembra essere uno dei paesi europei maggiormente colpiti dal fenomeno della radicalizzazione islamista, con numerosi casi di giovani della diaspora partiti per combattere nella guerra civile in Siria.

L’attentato di Nairobi al Westgate ha ulteriormente confermato questa tendenza, con apparentemente un alto numero di somali della diaspora presenti nel commando che ha assaltato il centro commerciale della capitale del Kenya. Dal 2012, dopo il ristabilimento di un governo somalo internazionalmente riconosciuto, sono iniziati i primi tentativi da parte di numerosi paesi di organizzare il rimpatrio di parte dei profughi o di coloro che non riescono ad ottenere lo status di rifugiato. Per il momento però sono poche decine quelli che sono stati rimpatriati volontariamente o forzatamente dai paesi europei. Decine di migliaia di somali sono invece già rientrati in Somalia dal Sud Africa (unico paese dell’Africa del Sud ove i profughi somali sono liberi di muoversi e non sono confinati nei campi profughi, ma in cui nel 2008 e nel 2013 vi sono stati anche gravi violenze razziali contro la comunità somala) e dai campi profughi in Kenya. La Somalia non è chiaramente pronta ad accoglierli e si teme che il rientro di rifugiati somali da altri paesi africani possa a breve produrre ondate sempre più massicce di profughi verso la rotta a Nord del Sahara ed il Mare Mediterraneo.

In questo contesto crescono le pressioni, anche europee, affinché l’Italia aumenti il proprio coinvolgimento e le proprie responsabilità nel Corno d’Africa ed in particolare aiuti l’Unione europea a costruire la sua visione politico strategica per la regione. Tuttavia, per motivi diversi, negli ultimi anni l’Italia ha mantenuto un basso profilo sia nei confronti dell’Eritrea che della Somalia. Alcune difficoltà ambientali oggettive dei paesi della regione hanno certamente contribuito a questa latitanza. Sommate alla nostra incapacità culturale di guardare con oggettivo e sereno distacco alla nostra storia coloniale e all’impoverimento delle risorse economiche dedicate alla politica estera, esse hanno portato ad un progressivo disimpegno italiano da due paesi piccoli ma geopoliticamente rilevanti ed il cui reinserimento nella comunità internazionale sarebbe un importante successo ed un asset strategico per la nascente politica estera e di sicurezza europea.

Sarebbe troppo lungo spiegare da dove vengono quei somali e quegli eritrei che approdano a Lampedusa, dopo aver attraversato tutta l’Africa nei convogli della morte. C’è forse da augurarsi che con il crescere del peso del Corno d’Africa nella politica estera europea ci venga prima o poi chiesto, con maggiore insistenza, un’assunzione di responsabilità ed un aumento del nostro coinvolgimento diretto nel Corno d’Africa ed in particolare nei confronti dei due più problematici stati della regione, le due ex colonie italiane dimenticate, di Eritrea e Somalia.(p.q.)