Atlantide
08.11.2013 - 18:13
ANALISI
 
Perché l'Italia conta, di Stefano Stefanini
8 nov 2013 18:13 - (Agenzia Nova) - L’Italia conta nel mondo più di quanto gli italiani non pensino, temano o persino immaginino. Troppi italiani si chiudono nel provincialismo eccessivo che caratterizza la nostra percezione nazionale, e s’interessano poco del mondo. Il ruolo internazionale dell’Italia è l’ultima delle loro preoccupazioni, ma gli sfugge la radice stessa delle loro ansie e delle loro apprensioni. Volgono lo sguardo all’interno, mentre la loro sicurezza, il benessere, la competitività e l’autostima dipendono da sfide che vengono lanciate dall’estero.

Giorno dopo giorno dobbiamo affrontare difficili prove: sulle spiagge di Lampedusa, nei corridoi finanziari di Francoforte e Londra, nelle montagne e nelle vallate dell’Afghanistan, nei giacimenti di petrolio e gas del Mozambico, nella competizione industriale col Brasile e la Cina, nel Mediterraneo dopo le “primavere arabe”… Se l’Italia non va verso il mondo, il mondo continuerà comunque ad arrivare in Italia.

Volersi isolare da un mondo che procede così in fretta è, nella migliore delle ipotesi, una pia illusione. Di certo è una pessima scelta: o ci mettiamo in gioco, o resteremo indietro, e i nostri problemi interni non potranno che peggiorare. Cullarci nella stagnazione restando alla periferia della scena europea e internazionale, è un lusso che semplicemente non possiamo permetterci.

L’Italia ha urgente bisogno di tornare ad impegnarsi attivamente sulla scena internazionale. Le sfide sono più grandi di noi. Si pensi al terrorismo, all’immigrazione, al commercio ed agli investimenti, alla sicurezza energetica, ai mutamenti climatici… Non possiamo farcela da soli, nessuno potrebbe.

Vista la sua posizione geografica, la sua economia e la sua storia, non è indifferente se l’Italia è politicamente stabile o meno, se mette in equilibrio i suoi conti, se la sua economia stagna o cresce, se fornisce sicurezza per gli altri o se ne ha bisogno per se stessa. Le nostre azioni hanno riflessi a livello internazionale e il resto del mondo ne tiene conto. L’Italia può trarre beneficio da questa situazione, sempre che agisca compatibilmente alle sue capacità ed alle sue responsabilità internazionali. Gli italiani, e non solo loro, devono scegliere se essere coinvolti, e contare, o non esserlo, e fare da spettatori.

Mentre scrivevo queste righe, il presidente del consiglio Enrico Letta si trovava in visita alla Casa Bianca, a poche ore dalla scadenza del termine per l’approvazione del deficit di bilancio statunitense. Si è trattato del terzo incontro bilaterale col presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel corso dell’ancor breve permanenza di Letta a Palazzo Chigi. Di recente si erano già stretti la mano incrociandosi a New York. In precedenza, il 15 febbraio scorso, al presidente Giorgio Napolitano era stata riservata un’accoglienza d’onore alla Blair House, a Washington, proprio di fronte al numero 1600 di Pennsylvania Avenue. Per quale motivo il presidente Obama, che in genere non è facilmente disponibile per impegni internazionali, mantiene un dialogo così diretto, continuo e intenso con i leader italiani?

Certo, i buoni rapporti aiutano. Ma la vera risposta si trova nella lettera che l’aprile scorso Obama ha inviato a Napolitano per congratularsi della sua (non voluta) rielezione. Al di là del calore e delle espressioni di stima nei confronti di uno statista che ammira, il presidente degli Stati Uniti non ha fatto mistero del suo sollievo per il risolversi dello stallo istituzionale nel nuovo parlamento, “perché la stabilità e l’affidabilità dell’Italia sono troppo importanti dal punto di vista internazionale”. La stessa percezione, che cioè la buona salute dell’Italia sia rilevante ben aldilà dei confini della politica italiana, si è avuta in molte capitali anche lontane, come Pechino, Canberra, Ankara, Ottawa, Hanoi e Belgrado. Per non dire di tutte le capitali dell’Unione europea.

Negli ultimi due anni l’Italia ha attraversato un’altalena di preoccupazioni ed elogi internazionali, di fiducia e insicurezza. Nel 2011 la crisi dei debiti sovrani nell’Eurozona ha pesato sulla disponibilità dell’Italia a sopportare i sacrifici necessari per ristabilire la disciplina fiscale e l’affidabilità creditizia. L’Italia non poteva essere “salvata”: doveva salvarsi da sola. E l’ha fatto, trasformandosi in pochi mesi da uno dei principali rischi per l’euro in un fattore di salvezza per la moneta unica. Rimbalzando dalle esperienze umilianti dei G-20 di Cannes e Bruxelles, l’Italia è diventata nuovamente un attore importante nel dibattito europeo sul rigore fiscale, l’integrazione finanziaria e l’unione bancaria. Più recentemente, il governo Letta è stato cruciale nello spostare l’attenzione dell’Ue verso la crescita e l’occupazione.

Non è mancato il riconoscimento nei confronti del ruolo dell’Italia (e degli italiani). Nell’ottobre del 2012, durante la ventesima Conferenza italo-britannica di Pontignano, Charles Grant, esponente del Centre for European Reform, un importante istituto di ricerca britannico, ha detto esplicitamente: “Oggi in Europa non c’è alcuna leadership, se non quella dei due Mario”, Monti e Draghi.

Per gli stranieri, l’Italia è stata a lungo un’assente ingiustificata, ma ora è tornata: tornata in Europa, tornata nei fori internazionali, tornata ad essere non parte del problema, ma parte della soluzione. Ed è tornata a svolgere anche un ruolo efficace nella difesa dei suoi interessi nazionali.

Quanto ai riconoscimenti, è eloquente la Scheda Informativa diffusa il 17 ottobre dall’Ufficio stampa della Casa Bianca, che dettaglia l’impressionante ampiezza della cooperazione Usa-Italia, spaziando dagli interventi per garantire la sicurezza in Libia e Afghanistan all’Anno della cultura italiana negli Stati Uniti. Una politica estera come questa, di fatti e risultati, è esattamente ciò di cui l’Italia ha bisogno. Oggi, il vacillante ordine internazionale non può essere dato per garantito: esso dipende infatti dal “valore aggiunto” messo in campo da ciascun paese, a livello bilaterale e multilaterale, e dal suo effettivo contributo alla pace e alla sicurezza internazionali, al progresso dei diritti umani, alla crescita economica, alla lotta contro la fame e la povertà, alle sfide internazionali come l’ambiente, il terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa, il riscaldamento globale.

Spesso, in passato, la politica estera italiana è stata guidata dal timore di essere esclusi dagli incontri ristretti e dai forum internazionali. Anche se sedersi ai tavoli che contano può offrire un’illusione di sicurezza circa il mantenimento del proprio status, quel che oggi importa è cosa si porta a quel tavolo: vale il contributo, non la presenza. Partecipare senza idee e senza disponibilità ad impegnarsi rende improbabile un nuovo invito. In tempi di crisi non c’è alternativa all’azione, sia essa economica o politica, diplomatica o militare.

Ma l'impegno all’estero richiede solidità politica e istituzionale in casa. Il 2 ottobre scorso un altro sospiro di sollievo internazionale ha salutato l’ampio voto di fiducia nei confronti del governo Letta da parte del parlamento italiano. Questa reazione non ha nulla a vedere con la partigianeria, e dipende anzi dall'ansia europea ed internazionale per la stabilità, la continuità e l’affidabilità dell'Italia. A questo si devono i riferimenti del presidente del Consiglio al ruolo dell’Italia in Europa ed alla presidenza di turno dell’Ue nella seconda metà del 2014.

Le sfide abbondano sul tradizionale campo di gioco dell’Italia, ovvero l’Europa e l’Atlantico: il lavoro da completare nell’Eurozona; il ritorno dell’Ue sul sentiero della crescita sostenibile e dell'occupazione; le "carrette del mare" cariche di migranti che giungono dal Nord Africa, per i quali la Sicilia o Malta sono solo porte d'ingresso nel loro drammatico viaggio verso una meta europea; il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip); i negoziati per l’accesso all’Ue di paesi candidati, come Islanda, Turchia, Serbia e Montenegro, mentre Tirana, Skopje, Pristina e Sarajevo restano in attesa; il rafforzamento del ruolo dell’Ue sulla scena mondiale; la definizione di un percorso per la Nato nel dopo-Afghanistan; la ricerca di un equilibrio fra gli impegni dell’Europa e degli Stati Uniti nella difesa collettiva e nella stabilità internazionale.

Non si tratta soltanto di Europa, o Nato, o Stati Uniti. L’Italia ha su tutti i fronti delle buone carte da giocare. Si pensi ai Balcani, dove dagli anni Novanta l’Italia persegue, a livello bilaterale e multilaterale, una strategia complessiva d'inclusione che sta portando frutti in tutta la regione. Si pensi ai nostri poliedrici rapporti con la Russia, o al successo diplomatico del Gasdotto Trans-Adriatico (Tap). In un Mediterraneo in fermento, l’Italia può contare su buoni amici e buone entrature in tutte le capitali, fino ai paesi del Golfo. Abbiamo un ruolo – ed una responsabilità – particolare in Libia e in Somalia. Ci viene chiesto d'innalzare il nostro profilo e ci si presentano opportunità economiche in aree diverse come il Caucaso, l’Asia sud-orientale o l’Africa sub-sahariana.

Sta soltanto a noi non deludere le attese.

Pubblichiamo questo articolo su gentile concessione di "Longitude", mensile di politica internazionale diretto da Pia Luisa Bianco. Il testo originale, in inglese, è apparso nel numero di novembre della rivista. Stefano Stefanini, vicepresidente di Oto Melara, una società del gruppo Fimeccanica, è stato Rappresentante permanente d'Italia presso la Nato e Consigliere diplomatico del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.