Atlantide
14.04.2009 - 22:29
Analisi
 
SOMALIA: COSA FARE?
14 apr 2009 22:29 - (Agenzia Nova) - L’Amministrazione Obama sembra suggerire agli alleati degli Stati Uniti ed alla comunità internazionale in generale un approccio sofisticato: una miscela di misure forti e di sostegni politici al tentativo in atto a Mogadiscio di creare un nuovo esecutivo. Si tratterebbe di rinunciare al negoziato con i pirati, di evitare soprattutto il pagamento di riscatti e, quando se ne presenti l’opportunità, far ricorso alla forza per liberare quanti più ostaggi è possibile, mentre si concedono benefici e risorse al costituendo governo transitorio della Somalia, definito dal Washington Post, non si sa su quali basi, “una coalizione di islamisti moderati e capiclan non priva di promesse”. Un insieme coerente e fin troppo ambizioso di politiche, che somiglia da vicino a quello prescelto, su una scala differente, per venire a capo del conflitto in atto in Afghanistan, che del resto ricade nella sfera di competenze del medesimo comando militare americano: Us Central Command. Malauguratamente, è difficile che tutti i Paesi presenti nelle acque del Golfo di Aden siano in grado di far propria la strategia proposta da Washington. L’Italia ha già lasciato intendere di voler privilegiare la strada delle trattative, per ottenere la liberazione dei dieci marinai del rimorchiatore Buccaneer, facendo riemergere una frattura che ha già in passato indebolito su altri fronti la credibilità dello sforzo militare occidentale. D’altra parte, è differente anche la capacità delle opinioni pubbliche delle diverse nazioni a correre i rischi che l’adozione di approcci più ruvidi inevitabilmente comporta. Così stando le cose, non sarebbe inopportuno pensare ad una soluzione alternativa, che si basi sulla considerazione del fatto che sul terreno esistono almeno tre diversi ordini di problemi. Il primo è quello rappresentato dal destino degli ostaggi e delle loro navi, rispetto al quale è sempre più probabile che ciascuno si regoli secondo le proprie convinzioni e i dettami della propria cultura politico-strategica di riferimento. Ci sarà sempre chi vorrà sparare e chi invece preferirà continuare a trattare e pagare. Il secondo è costituito dalla prevenzione degli attacchi futuri, dove invece l’accordo su una condotta comune non solo sembra possibile ma è da ritenersi necessario, nell’improbabilità di un intervento militare di massicce dimensioni sulla terraferma e stante l’incertezza che circonderebbe comunque i suoi esiti finali. Ogni paese interessato dovrebbe scoraggiare l’utilizzo da parte dei propri natanti delle rotte che implicano il transito delle zone marittime maggiormente a rischio. Ancora più importante sarebbe tuttavia la creazione di un coordinamento internazionale che provvedesse a raggruppare i mercantili di passaggio in convogli da scortare. Se è infatti inimmaginabile assegnare a ciascuna nave una protezione militare, è invece possibile pensare ad una forma di difesa collettiva, esattamente come si fece tra il 1987 ed il 1988 nelle acque dello stretto di Hormuz minacciate dai pasdaran iraniani. Potrebbe assicurarla, ed anche piuttosto agevolmente, la Nato. Ma un compito del genere dovrebbe essere alla portata anche dell’Unione Europea, che attualmente ha una sua missione navale nell’area, sotto comando britannico. Le Marine degli altri paesi nell’area potrebbero poi in qualche modo associarsi, sulla base di accordi specifici più o meno “ad hoc”. Rimarrebbe aperta, ovviamente, la terza e più impegnativa questione: quella concernente la stabilizzazione e la ricostruzione della Somalia, con cui periodicamente la comunità internazionale è stata chiamata a fare i conti negli ultimi due decenni. Dopo il fallimento di Restore Hope, e la loro ritirata dal Corno d’Africa, tutto ciò che gli americani hanno saputo immaginare per il futuro di quel paese è stata una strategia a basso costo, di controllo del territorio, basata sul sostegno dato a clienti locali più o meno credibili: essenzialmente warlords, in un primo momento, e più recentemente l’esercito di Addis Abeba, intervenuto in forze oltre frontiera per prevenire infiltrazioni jihadiste sul proprio territorio, ma incoraggiato a farlo anche dalla promessa di esser presto sostenuto da rinforzi provenienti da una moltitudine di altri Stati. Aiuti poi mai materializzatisi, con l’eccezione di un modesto contingente dell’Unione Africana, con l’effetto d’indurre l’Etiopia a ritirarsi al principio di quest’anno dalla Somalia. L’esito dell’approccio prescelto da Washington è stato quindi insoddisfacente. L’appoggio accordato ai signori della guerra ha facilitato la nascita del movimento delle Corti islamiche. Quello assicurato ad Addis Abeba, ha invece indotto la trasformazione del movimento islamista in una resistenza di carattere nazionale dalla quale sono successivamente germinate anche le forze che hanno assunto il potere al principio di quest’anno, ora dipinte come potenzialmente moderate ma in realtà suscettibili in qualsiasi momento di assumere posizioni intransigenti simili a quelle propagandate dai talebani nell’Afghanistan di fine anni Novanta. E comunque di certo non naturalmente inclini a mostrare simpatia per Washington e l’Occidente. Con tutta probabilità, non sarà la crisi determinata dalla pirateria somala a generare una soluzione politicamente sostenibile per la Somalia nel suo complesso. Proprio per questo motivo, occorre escogitare un sistema capace di garantire a medio e lungo termine la libertà di navigazione nelle acque che circondano quel tormentato Paese.
 
SOMALIA: LE FLOTTE NON DISSUADONO I PIRATI
14 apr 2009 22:29 - (Agenzia Nova) - Sta diventando evidente il fatto che non basta schierare nelle acque del Golfo di Aden un potente dispositivo navale per arginare il fenomeno della pirateria somala. Lo scorso anno, per fronteggiare quella che già appariva un’emergenza con due navi sequestrate o assaltate ogni tre giorni, diversi paesi si erano risolti ad inviare proprie forze navali. Dopo l’attacco alla motonave ucraina “Faina”, che aveva a bordo un importante carico di armi pesanti dirette verso il Kenya e di lì probabilmente destinate ad essere instradate verso il Sudan meridionale, persino Mosca aveva deciso d’inviare proprie navi in quella zona, dove già incrociavano unità dell’Alleanza atlantica, tra l’altro sotto il comando di un ammiraglio italiano, nonché della Marina indiana e di quella cinese. Dallo scorso autunno, la presenza militare marittima nelle acque dell’Oceano Indiano prospicienti la Somalia non ha fatto che aumentare, senza che peraltro l’attività dei giovani pirati somali ne risentisse più di tanto. La stessa flotta della Nato ha ceduto il posto ad una dell’Unione Europea sotto comando britannico, che uniforma il proprio comportamento a regole d’ingaggio più aggressive. Apparentemente, infatti, le misure intraprese non sono bastate. Nelle ultime tre settimane i pirati hanno assaltato un mercantile al giorno, ben tre nella sola mattinata del 14 aprile. Attualmente risultano nelle loro mani non meno di 17 imbarcazioni e 250 marinai, trattenuti come ostaggi in attesa che riscatti adeguati vengano pagati dai rispettivi armatori, se non addirittura dai loro governi. Non è bastata a fermarli la decisione dimostrata lo scorso autunno dalla Marina indiana, che aveva provveduto ad affondare senza troppi complimenti la prima imbarcazione dei pirati incontrata nel corso della propria attività locale. Gli attacchi non sono cessati nemmeno dopo che francesi ed americani hanno proceduto più recentemente con altrettanti blitz alla liberazione dei loro cittadini trattenuti in prigionia, cui anzi ha fatto seguito la promessa di future rappresaglie al momento in cui i pirati metteranno le mani su connazionali del Presidente Barack Obama o di Nicolas Sarkozy. Gli eventi di questi giorni provano una volta di più che i meccanismi tradizionali della deterrenza hanno cessato di funzionare con l’efficacia che era loro propria fino a qualche anno fa. In parte, questa crisi della capacità di dissuasione è l’effetto della percezione di una diversa propensione da parte dei singoli Stati ad usare la forza fino alle estreme conseguenze. Ma non vi è dubbio che su quanto sta accadendo pesa anche la diffusa convinzione di una debolezza collettiva dei paesi teoricamente più forti del mondo, che presidiano le acque del Golfo di Aden con flotte consistenti, eppure permettono ai pirati di mantenere sotto il proprio controllo un considerevole numero di uomini e navi. La forza militare, dopotutto, conta solo nella misura in cui si crede che possa essere veramente usata, altrimenti trasforma chi la possiede in una “tigre di carta”. E’ opinione diffusa tra i nostri analisti, e purtroppo anche in Africa, che l’unica vera soluzione al problema della pirateria nel cosiddetto Puntland somalo passi attraverso un’azione di proiezione della potenza militare sulla terraferma. Ma tutti sanno quanto siano pochi coloro che sono davvero disposti a correre il rischio di rimanere un’altra volta impantanati nel difficile tentativo di dare alla Somalia un governo degno di questo nome, cioè capace di por fine all’anarchia interna e d’imporre sul suo territorio il rispetto del diritto internazionale. E questa esitazione concorre a rafforzare nei pirati l’impressione di debolezza che circonda la presenza navale delle maggiori potenze mondiali nelle acque di quella zona. Il precedente degli anni Novanta, d’altra parte, è ancora ben fisso nella memoria dei Paesi che parteciparono a Restore II, come l’Italia, la Francia, la Germania e, ovviamente, gli stessi Stati Uniti. E’ inoltre diffusa la consapevolezza che qualsiasi azione venisse condotta a terra rischierebbe di richiamare le attenzioni del network jihadista internazionale, che in Somalia dispone di vasti appoggi.