Mezzaluna
26.09.2013 - 13:24
 
 
ANALISI
 
Iraq: elezioni Kurdistan, possibile un governo tra Pdk e Puk con islamici e minoranze
26 set 2013 13:24 - (Agenzia Nova) - In attesa dei risultati ufficiali delle elezioni politiche che si sono svolte sabato scorso nel Kurdistan iracheno, previsti per il 26 settembre, la formazione del governatore Massoud Barzani, il Partito democratico del Kurdistan (Pdk), uscita vincitrice dalle urne ma senza la maggioranza assoluta, pensa di poter governare formando una coalizione che comprenda i vecchi alleati dell'Unione patriottica del Kurdistan (Puk) dell'ex presidente Jalal Talabani, ma che sia allargata all'Unione islamica, finora all'opposizione, e agli 11 seggi destinati alle minoranze. Secondo quanto ha spiegato Fadel Mirani, segretario dell'Ufficio politico del Partito democratico del Kurdistan, guidato da Barzani, al quotidiano arabo "Asharq al Awsat", "si sta già delineando il futuro governo prima ancora della diffusione dei risultati ufficiali".

Mirani ha aggiunto: "Riteniamo sia doveroso che nel nuovo governo ci siano i nostri alleati strategici, quelli dell'Unione patriottica, nonostante la sconfitta subita alle elezioni. Se vogliono far parte dell'esecutivo non faremo a meno di loro". Pur dicendosi preoccupato per il fatto che il partito di Talabani possa scegliere di non entrare nel governo, Mirani ha aggiunto che "saranno rispettati gli accordi strategici sottoscritti con loro e il fatto di presentarci con due partiti separati a queste elezioni non vuol dire che ci siano stati dei cambiamenti negli accordi". Secondo quanto appreso da “Nova” ad Erbil, il partito di Barzani dovrebbe ottenere 42 dei 111 seggi del parlamento. Il partito dell'Unione islamica avrebbe ottenuto invece circa 6 seggi che dovrebbero essere utili per formare il nuovo governo, mentre tutti escludono una partecipazione del nuovo Movimento per il Cambiamento, che avrebbe ottenuto 22 seggi, all'esecutivo.

Fonti del partito di Barzani fanno sapere che "ci sono delle condizioni da rispettare per il loro ingresso nel governo e su questo bisogna ancora discutere e trattare". Chi entra nel governo, hanno aggiunto le fonti, "deve rispettarne il programma, e non può pensare di stare nell'esecutivo e all'opposizione contemporaneamente". Una fonte curda citata da “Asharq al Awsat" sostiene però che "vengono esercitate pressioni sul Movimento per il cambiamento per un suo ingresso nell'esecutivo e in particolare perché accetti le condizioni imposte dal partito di Talabani”.

Intanto l'Unione patriottica del Kurdistan, partito del presidente iracheno Talabani, ha ammesso di aver perso le elezioni che si sono tenute sabato scorso nella regione autonoma. Per i vertici del partito si tratta di una vera e propria debacle elettorale, nonostante la loro lista venga data in testa nella circoscrizione di Suleymanyah. La vera sconfitta è rappresentata dal fatto che in tutte le altre province il partito è stato superato dai suo diretti rivali, quelli del Movimento per il cambiamento. Questo crea forti preoccupazioni nell'ufficio politico del partito di Talabani per il quale "questi risultati sono un messaggio chiaro. Ci dobbiamo assumere tutte le responsabilità del caso davanti ai nostri militanti cercando con serietà le cause di questa sconfitta e aprendo un dibattito interno".

Secondo l'ex deputato dell'Unione patriottica del Kurdistan Sarur Abdel Rahman, "è tutta colpa dell'ufficio politico, sono loro i responsabili della sconfitta", mentre per lo scrittore Farhad Alaudin, "è colpa dello scontro interno al partito e delle divisioni in correnti legate a interessi personali". Per la base del partito l'inizio la perdita di consensi è iniziata con la diffusione di notizie false riguardanti lo stato di salute del leader Talabani. "Negli ultimi otto mesi - spiega un militante - non hanno fatto altro che mentire circa il suo stato di salute parlando di un possibile ritorno di Talabani e di un miglioramento della sua salute. Quando però non sono stati capaci di mostrare un video che provasse questo, allora è scoppiata la rabbia emersa poi nei risultati elettorali".

Intanto restano sul tavolo i problemi che il nuovo governo curdo dovrà affrontare, tra i quali rientra anche quello della gestione dei profughi provenienti dalla vicina Siria e in particolare dalle zone curde di quel paese. Sono arrivati a quota 230 mila i profughi siriani che hanno trovato riparo nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. Secondo quanto ha annunciato il governo autonomo di Erbil, si prevede che il numero di profughi aumenterà ulteriormente nei prossimi giorni e per questo ha chiesto aiuto alla Comunità internazionale per gestire la situazione. Secondo quanto ha riportato l'emittente televisiva "al Sumaria news", il governatore Massoud Barzani ha diffuso una nota ufficiale nella quale ha fornito questo dato garantendo da parte del suo esecutivo tutti gli aiuti necessari ai rifugiati siriani e assicurando un coordinamento con l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati. Sono stati allestiti due grandi campi profughi a Erbil e Suleymanyah mentre da metà agosto si registra un forte afflusso di profughi che entra in territorio curdo-iracheno tramite il valico di confine 50 chilometri ad ovest di Dihuk.

Resta in piedi anche il problema della contesa in corso con il governo centrale di Baghdad sui proventi della vendita del petrolio estratto in territorio curdo. Il governo iracheno ha chiesto a quello della regione autonoma del Kurdistan iracheno di connettere alla propria rete il nuovo oleodotto della regione curda. Secondo quanto riferisce l'emittente televisiva "al Arabiya", il governo di Baghdad ha chiesto a quello di Erbil di poter connettere il suo nuovo oleodotto a quello già esistente Kirkuk-Ceyhan. La regione autonoma del Kurdistan sta infatti realizzando un nuovo oleodotto che dai giacimenti di Taq Taq e Tawke arriverà in Turchia per portare 300 mila barili di petrolio al giorno. Il completamento dei lavori è previsto nelle prossime settimane. Il vice ministro per gli Affari energetici di Baghdad, Hussein al Shahristani, ha confermato che la richiesta è stata avanzata dalle autorità irachene a quelle curde, nonostante le polemiche dei mesi scorsi tra Baghdad e Erbil sulla possibilità dei curdi di esportare autonomamente petrolio all'estero.

La disputa ha fatto sì infatti che il passaggio del petrolio curdo fosse interdetto sugli oleodotti del governo federale iracheno. Al Shahristani, da parte sua, ha aggiunto di non aver ricevuto ancora alcuna risposta da Erbil. “L’oro nero – sottolinea il quotidiano turco “Zaman” – è alla base della disputa tra il governo centrale di Baghdad e quello della regione autonoma del Kurdistan che si contendono il controllo su giacimenti, territori ed entrate petrolifere”. La disputa tra Baghdad ed Erbil riguarda in particolare la suddivisione delle rendite derivanti dall’esportazione di gas e petrolio e i pagamenti da effettuare nei confronti delle compagnie straniere operanti in Iraq”. Un decreto legge approvato dal parlamento di Baghdad stabilisce che il Kurdistan riceva il 17,8 per cento delle entrate petrolifere del paese, ma il governo distribuisce ad Erbil il 10,8 per cento, tenendo conto dei contributi che il Kurdistan è tenuto a versare per la politica estera e di difesa del paese.

I curdi del nord dell’Iraq vorrebbero avere invece una fetta maggiore delle entrate petrolifere, date le riserve di idrocarburi scoperte negli ultimi dieci anni nella regione (fino a 45 miliardi di barili). “Tutti gli introiti derivanti dalle esportazioni di petrolio vanno su un conto del governo iracheno a New York e il ministero delle Finanze li amministra. L’Iraq dà al Kurdistan il 10,8 per cento delle entrate petrolifere, come stabilito in parlamento”, ha detto recentemente in un’intervista a “Nova” l’ambasciatore iracheno a Roma, Saywan Barzani. “Non è importante chi produce il petrolio e chi lo esporta. E’ importante che le risorse vadano a Baghdad e che poi il parlamento le distribuisca a tutti gli iracheni”, ha aggiunto Barzani.

Il presidente del parlamento iracheno, il sunnita Osama al Nujaifi, avrebbe però avviato un’iniziativa per risolvere la contesa tra il governo di Baghdad e quello della regione autonoma del Kurdistan iracheno sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi della provincia di Ninive. Secondo quanto riportano i media iracheni, alcune personalità di Baghdad sostengono che al Nujaifi si sia recato in Turchia per convincere le autorità di Ankara ad appoggiare il suo piano che prevede il pagamento alla regione autonoma del Kurdistan e a quella irachena di Ninive dei proventi delle vendite del petrolio estratto nella zona contesa da Erbil e Baghdad. La famiglia al Nujaifi possiede diverse proprietà terriere ed è azionista in alcune compagnie petrolifere che operano in territorio curdo.
 
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