Atlantide
23.09.2013 - 15:36
 
 
ANALISI
 
Siria: l’Onu stabilisce una “verità politica” sugli attacchi di Ghouta, senza accusare Assad
23 set 2013 15:36 - (Agenzia Nova) - La tattica dilatoria adottata dal presidente Usa Barack Obama per evitare di sottoporre la Siria ad una campagna aero-missilistica punitiva sembra aver dato i suoi frutti. Pur delineando un quadro indiziario molto pesante nei confronti del regime di Bashar al Assad, infatti, il rapporto elaborato dagli ispettori delle Nazioni Unite sugli attacchi chimici verificatisi lo scorso 21 agosto a Ghouta non contiene accuse specifiche contro il raìs. Entro certi limiti, si potrà quindi ignorarlo, perché nel frattempo si è riusciti a convincere Damasco ad aderire alla Convenzione contro le armi chimiche del 1993. E’ stata così stabilita una “verità politica” sull’accaduto, ma in modo tale da sterilizzarne gli effetti potenzialmente più drammatici. Non vi saranno bombardamenti alleati, almeno per il momento, né, verosimilmente, alcun deferimento al Tribunale penale internazionale dell’uomo forte di Damasco.

Questo sviluppo è stato reso possibile da una fortunata combinazione di eventi, avviata dall’incauta dichiarazione con la quale, il 9 settembre scorso, il segretario di Stato Usa John Forbes Kerry aveva individuato nell’improbabile disarmo chimico siriano l’unica alternativa all’intervento militare internazionale. Ne erano discesi l’invito perentorio a sottoscrivere la Convenzione dell’Onu contro le armi chimiche, rivolto da Mosca ad Assad, al quale il raìs siriano avrebbe dato corso tre giorni dopo: e, soprattutto, l’accordo russo-statunitense raggiunto a Ginevra il 14 settembre dallo stesso Kerry e dal suo collega russo, Serghej Lavrov.

In un colpo solo, la Russia ha così scongiurato il pericolo che un suo alleato venisse attaccato dagli Stati Uniti, accrescendo enormemente il proprio prestigio politico in Medio Oriente, contestualmente restituendo ad Assad quella legittimità nella comunità internazionale, che i governi rappresentati nel raggruppamento dei cosiddetti “Amici della Siria” avevano deciso mesi fa di negargli, riconoscendo forse prematuramente quale unico interlocutore esterno di Damasco la Coalizione nazionale siriana. Ma anche Obama, dal canto suo, ne ha tratto un utile, salvaguardando le prospettive di riconciliazione con l’Iran, uno dei grandi progetti geopolitici della sua presidenza.

Si discute ora di come garantire che Damasco onori i suoi impegni, cosa di per sé non facile, anche sotto il profilo esclusivamente tecnico. Si tratta infatti di trasportare gli aggressivi chimici dalla miriade di siti in cui sono stati stoccati verso poche aree sottoposte a sorveglianza internazionale, prima di provvedere al loro trasferimento all’estero, forse verso la Federazione russa, ma magari anche in un più ampio novero di paesi, inclusa l’Italia, che a Civitavecchia dispone di un centro specializzato capace di provvedere allo smaltimento delle armi chimiche.

Si prevede inoltre di imporre al governo siriano il rispetto di un calendario rigoroso, con la prefigurazione di ritorsioni e sanzioni per il caso di eventuali inadempimenti, anche se Mosca si oppone alla menzione del ricorso alla forza in una eventuale risoluzione dell’Onu. Il rischio di nuovi “show down” non è quindi del tutto scongiurato, anche perché non mancano gli attori intenzionati a creare i presupposti per innescarne di nuovi nel futuro a medio termine. (g.d.)
 
Siria: la crisi è soltanto sospesa, il rischio di un conflitto permane
23 set 2013 15:36 - (Agenzia Nova) - Il cammino verso una soluzione della crisi in Siria è irto di ostacoli, perché nessuno ha mai tentato finora di procedere ad un’importante operazione di disarmo mentre è in pieno svolgimento una guerra civile. Gli esperti incaricati dall’organizzazione internazionale preposta all’applicazione della Convenzione sulle armi chimiche, l’Opcw, avranno verosimilmente bisogno di protezione e l’Unifil II, sotto comando italiano, è già stata allertata, sembra per fornire un distaccamento di scorta, forte di circa 200 uomini di nazionalità ancora da determinare. Se ne parlerà, pare, anche all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Inoltre, è permanentemente in agguato il pericolo che in qualche modo la pressione tesa ad ottenere un esercizio contro Damasco della cosiddetta “responsabilità di proteggere” riprenda slancio e vigore, fermando il processo posto in essere dall’accordo russo-statunitense e portando a una campagna di raid aero-missilistici contro la Siria. Un ampio schieramento trasversale e multinazionale spinge infatti tuttora in modo palese in quella direzione: sauditi, israeliani, parte del dipartimento di Stato americano e, forse, anche gli elementi più conservatori del regime iraniano. Si osserva già una significativa intensificazione delle notizie provenienti dalla Siria che concernono il proseguire delle violenze da parte lealista, ad esempio contro ospedali e bambini, non di rado definite atti sistematici. E’ interessante in questo senso notare anche come siano state commentate le risultanze dell’inchiesta condotta dalle Nazioni Unite sui fatti di Ghouta. La rappresentante permanente statunitense al Palazzo di Vetro, Samantha Power, si è ad esempio mostrata ben più energica del presidente Barack Obama nel condannare il regime di Damasco.

Per il momento pare che in Italia le residue pulsioni interventiste siano avvertite con minore intensità. La circostanza che falsa le nostre percezioni deriva verosimilmente da almeno tre fattori. Pesa, innanzitutto, quanto ha fatto sapere della propria esperienza di sequestrato nelle mani dei jihadisti siriani l’inviato della “Stampa” Domenico Quirico, che ha rivelato l’effettiva natura assunta dall’insurrezione. Sono inoltre evidenti gli effetti dell’azione condotta a Roma dalla Santa Sede, che è molto attiva nella promozione di una soluzione negoziata del conflitto civile in corso, temendo che una vittoria delle fazioni più intransigenti dell’insurrezione possa compromettere il futuro delle comunità cristiane in Siria. Papa Francesco non si è accontentato di esprimere parole forti, ma ha mobilitato l’opinione pubblica cattolica nel mondo con iniziative prive di precedenti, come l’appello al digiuno, osservato anche al di là della platea dei credenti. Infine, sta avendo un impatto anche il fatto che il governo del premier Enrico Letta abbia frenato sui raid, per non essere costretto a fronteggiare scelte laceranti per la sua maggioranza, specialmente dopo la firma apposta dal presidente del consiglio alla Dichiarazione di San Pietroburgo, con la quale si è promesso agli Usa l’appoggio politico dell’Italia anche nel caso in cui una coalizione guidata dagli Stati Uniti avesse agito contro Damasco senza la copertura di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

I pretesti per far ripartire il timer potrebbero però ancora essere tanti, ed i moventi capaci d’indurre Washington a passare alle vie di fatto, purtroppo, non mancano. Anzi, stanno venendo alla luce con sempre maggiore chiarezza sulle fonti aperte, che commentano in vario modo, a seconda del punto d’osservazione, gli eventi degli ultimi dieci giorni, corroborando una certa interpretazione degli avvenimenti. Malgrado tutto, tuttavia, le cose potrebbero ancora prendere una piega imprevista e più positiva. (g.d.)
 
Iran: nuove caute aperture verso gli Stati Uniti del presidente Rohani
23 set 2013 15:36 - (Agenzia Nova) - Approfittando della tregua conquistata dalla Russia sfruttando la scivolata londinese di John Kerry del 9 settembre scorso, quando i segretario di Stato Usa indicò nel disarmo chimico siriano l’unica alternativa all’intervento militare, forse ispirata da una specifica proposta italiana discussa al G20, il nuovo presidente iraniano Hassan Rohani è uscito dal guscio, moltiplicando i segnali di una disponibilità sua e dell’Iran al dialogo, che la Casa Bianca sta considerando con estrema attenzione, anche perché la Guida suprema della Rivoluzione islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, pare averli autorizzati. La parola d’ordine a Teheran in questi giorni è “flessibilità”.

Nel corso della crisi siriana, Rohani ha dimostrato di disporre di grandi capacità tattiche e diplomatiche, facendo leva sulle sofferenze patite negli anni Ottanta dalla Repubblica islamica a causa dei gas utilizzati da Saddam Hussein contro i militari iraniani, per volgere a proprio favore una situazione oggettivamente difficile. In particolare, la condanna iraniana dell’uso del sarin nei dintorni di Damasco ha sorpreso più di un osservatore, accrescendo sensibilmente la credibilità del nuovo presidente e vanificando per adesso il tentativo di comprometterne l’agenda. Ne potranno discendere importanti novità.

Esponenti dell’amministrazione a Teheran hanno preannunciato negli scorsi giorni svolte imminenti nelle trattative concernenti il programma nucleare iraniano, evidenziandone una volta di più la natura civile, pur ribadendo il diritto della Repubblica islamica ad arricchire l’uranio “secondo le regole internazionali”. Lo stesso Rohani ha inoltre precisato come l’Iran desideri vivere in pace con tutte le potenze del Medio Oriente, Israele compreso. Si tratta di una rottura significativa rispetto al recente passato e soprattutto allo stile aggressivo di Mahmoud Ahmadinejad, che dovrebbe contribuire ad allentare la stretta intorno alla Repubblica islamica. Forse, non sarà a questa Assemblea generale delle Nazioni Unite che Rohani ed Obama si stringeranno la mano, ma qualcosa indubbiamente si muove. A Riad recrimineranno certamente, e forse anche gli israeliani storceranno il naso, prima di apprezzare gli aspetti positivi di una novità di questa portata, che libererebbe Gerusalemme dal soffocante ed innaturale abbraccio saudita.

Da questi eventi sembra possibile anche trarre una lezione importante, da tenere presente per il futuro: non sempre i piani, anche quelli più sofisticati, si sviluppano come previsto. Questo capita perché in tutti gli scenari conflittuali e complessi occorre tenere in considerazione le reazioni degli interlocutori e degli attori coinvolti. E’ stato verosimilmente così anche questa volta. Da questa prima grossa crisi siriana, infatti, le prospettive della riconciliazione tra Iran e comunità internazionale sembrano uscite imprevedibilmente consolidate, anziché compromesse. Forse è stato fatto un passo in avanti verso quel grande accordo di riassetto regionale tanto avversato dalla corte saudita e dall’establishment israeliano, che soddisferebbe gli interessi globali degli Stati Uniti e soprattutto la loro aspirazione di uscire dal Medio Oriente lasciandovi un equilibrio autosufficiente di potenza. Uno scenario del genere potrebbe ora convenire anche all’Italia. (g.d.)
 
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