Atlantide
14.09.2013 - 16:40
 
 
ANALISI
 
Siria: l’accordo Kerry-Lavrov non esclude ancora l’opzione militare
14 set 2013 16:40 - (Agenzia Nova) - L’accordo raggiunto a Ginevra tra il segretario di Stato Usa, John Kerry, ed il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha fermato l’attacco internazionale promesso dagli Stati Uniti contro il regime di Damasco, per punirne il presunto ricorso alle armi chimiche e dissuaderlo dal considerarlo un’opzione ancora percorribile in futuro. Aldilà della naturale sensazione di sollievo, tuttavia, sarebbe imprudente ritenere archiviata l’opzione militare. La situazione resta infatti precaria, sia perché la verifica del rispetto della Convenzione sulle armi chimiche da parte di Damasco è di difficile attuazione tecnica, sia perché nulla è davvero cambiato sul campo rispetto al 21 agosto scorso.

C’è in effetti molto teatro in quanto sta accadendo in questi giorni e nessuna mossa vista finora può considerarsi risolutiva. L’impressione è piuttosto quella che tutte le parti coinvolte stiano cercando di manipolare abilmente l’opinione pubblica internazionale per portare acqua al proprio mulino, riducendo o accrescendo i costi politici dell’eventuale intervento militare contro la Siria, a seconda delle convenienze.

Da un lato, c’è il fronte degli attori politici favorevoli all’attacco: uno schieramento composito e trasversale, che sostiene la tesi secondo la quale “la comunità internazionale non può rimanere inerte rispetto a quanto accaduto”. Dall’altro vi sono invece coloro i quali resistono alla prospettiva dei bombardamenti e si muovono per screditare il tentativo, anche con iniziative di elevato impatto mediatico, come l’editoriale pubblicato da Vladimir Putin sul “New York Times” o il digiuno proposto da Papa Francesco. Al momento, sembrerebbe che siano questi ultimi, gli ostili all’uso della forza, a prevalere. Ma i successi riportati dal presidente russo, che ne ha di fatto assunto la guida, possono essere in ogni momento neutralizzati da colpi di scena. Il blocco dei falchi è infatti potente, essendo composto, in prima battuta, da sauditi, emirati satelliti del Golfo ed israeliani, che vedono nel rovesciamento di Assad con le armi statunitensi soprattutto un modo per scongiurare il riavvicinamento tra Iran e Stati Uniti, cui parrebbero invece puntare il presidente Barack Obama ed il suo omologo persiano, Hassan Rohani.

E’ per questo motivo che la Casa Bianca appare in questa fase così esitante a scatenare l’attacco, comunque circoscritto, e di contro lesta a cogliere ogni opportunità di dialogo, utile a rinviare le decisioni e, se del caso, socializzarle con il più ampio numero possibile di attori politici, a partire dai membri del Congresso di Washington.

Il quadro non è ancora completo. Se Obama sotto sotto è colomba, è invece decisamente falco il capo della sua diplomazia, John Kerry, forse perché intravede nell’attacco alla Siria un’opportunità di consolidare l’asse israelo-saudita, che ha già indotto la Lega Araba a definire negoziabile il principio del ritorno alle frontiere esistenti prima della Guerra dei sei giorni. E’ un’ambizione del tutto comprensibile, quella del segretario di Stato, perché qualora riuscisse a porre la sua firma sull’accordo di pace tra lo stato ebraico e i palestinesi, passerebbe alla storia e potrebbe facilmente riproporre la propria candidatura alle presidenziali del 2016, dodici anni dopo la sconfitta patita ad opera di George Walker Bush. Anche Richard Nixon, dopotutto, venne sconfitto da John Kennedy nel 1960 per essere eletto otto anni più tardi.

Per ragioni legate agli sviluppi della politica interna iraniana potrebbero paradossalmente esser favorevoli ad un conflitto tra la Siria e gli Stati Uniti, e quindi falchi pure loro, anche i pasdaran, le guardie della rivoluzione iraniana, che hanno un oggettivo interesse a sventare il tentativo riformista di Rohani e conservare i grandi privilegi di cui dispongono. Incredibilmente, peraltro, ma per ragioni opposte, cioè per indebolire l’ayatollah Ali Khamenei e la sua “corte”, sarebbero falchi impliciti anche alcune personalità fortemente riformiste, come l’ex presidente Ali Hashemi Rafsanjani, che è uscito allo scoperto nei giorni scorsi per condannare l’uso delle armi chimiche da parte del regime di Damasco e chiedere che Teheran molli Assad alla sua sorte.

Quanto alla Russia, si trova nel mezzo. Protegge il presidente siriano, infatti, ma ha chiaramente una strategia anche per il caso in cui si dovesse rinunciare a difenderlo, come prova il fatto che Mosca abbia già ritirato dal suolo siriano i propri consiglieri militari, invece di farne altrettanti scudi umani, mentre è tornata ad offrire reattori nucleari e missili S-300 a Teheran. Neanche alla Federazione Russa, infatti, conviene una riconciliazione irano-americana.

Questa flessibilità è comprensibile. Stati Uniti e Federazione Russa, infatti, hanno una visione globale dei propri interessi, a differenza degli altri attori coinvolti, e si muovono per quanto possibile sulla base del principio di precauzione. Tale prospettiva detta di solito atteggiamenti improntati al realismo e travalica il ristretto ambito regionale mediorientale, cui sono invece legati israeliani, sauditi, turchi e, in minor misura, gli stessi iraniani (che si sentono decisivi agli equilibri di potenza globali). Per Mosca e Washington, in effetti, è il gioco ben più del futuro della Siria.


L’internazionalizzazione della guerra civile resta possibile

E’ dubbio che a questo punto chi ha interesse a rovesciare Assad si faccia fermare dai giochi di parole con i quali John Kerry si è incartato da solo, proponendo a mo’ di battuta la consegna dell’arsenale chimico siriano come unica alternativa all’attacco. Potranno profilarsi più o meno improvvisamente ostacoli di varia natura, od esserne fabbricati ad arte. Si chiederà forse ad Assad di consegnare e distruggere il proprio deterrente in tempi rapidissimi ed impossibili da onorare – gli stessi russi sono indietro di anni nello smantellamento del proprio arsenale – magari imponendogli un grosso contingente di protezione per gli ispettori che dovessero sorvegliarne l’esecuzione, un po’ come si voleva fare con Slobodan Milosevic nel 1999.

E’ altresì possibile che si tenti di generare dubbi sulla buona fede di Assad, che dopotutto sta firmando la Convenzione sulle armi chimiche perché a ciò lo spinge Mosca, oltreché per riconquistare quella legittimità internazionale che gli Amici della Siria, Italia compresa, gli hanno negato dal momento in cui hanno riconosciuto come unico loro interlocutore ufficiale la Coalizione nazionale siriana. Non è da escludere che possa essere scatenata una più efficace campagna mediatica contro i lealisti, che si troveranno già in difficoltà quando le Nazioni Unite pubblicheranno i risultati delle indagini condotte dai propri team a Ghouta, se verranno confermate le indiscrezioni secondo le quali la responsabilità dell’attacco saranno attribuite al regime. E’ in questo senso interessante che si stiano già moltiplicando le voci che concernono presunte nuove atrocità compiute dai sostenitori del regime di Damasco.

E’ realistico ipotizzare che vengano denunciati anche nuovi attacchi chimici, condotti da uomini dell’esercito regolare, magari opportunamente corrotti, oppure dalle forze stesse dell’insurrezione, ovviamente sotto la copertura di false insegne di convenienza. Sul punto, tanto Assad quanto il presidente Putin hanno verosimilmente una certa dose di ragione. Gli strumenti per far deragliare il processo sono quindi molti, tanti, forse troppi perché si possa essere eccessivamente ottimisti. Lo stesso presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, ha fatto trapelare il proprio pessimismo nel corso dei suoi più recenti interventi in Parlamento. I preparativi per la guerra, pertanto, proseguono, seppure sotto traccia.


Le possibili implicazioni per l’Italia

A seconda della piega che prenderanno gli avvenimenti, potrebbero materializzarsi molti scenari per ora esclusi. Difficilmente, ad esempio, l’Italia sfuggirebbe alla richiesta di fornire propri uomini ad una missione militare di protezione e scorta per coloro che venissero eventualmente incaricati di monitorare il disarmo chimico siriano. Ed anche in caso di conflitto, esperiti tutti i passaggi che vediamo in questi giorni, si rivelerebbe più complicato negare la collaborazione del nostro paese ad un eventuale attacco.

Quanto accaduto a San Pietroburgo è già di per sé rivelatore delle pressioni cui il governo italiano potrebbe essere sottoposto dai suoi maggiori alleati in caso di emergenza. Anche se si è fatto sapere a Putin che l’Italia non avrebbe mai partecipato con proprie forze ad un attacco contro Assad, sul piano politico si è infatti oltrepassata al G20 una soglia importante, giacché l’Italia ha firmato un documento in cui si riconosce che la paralisi dell’Onu non può giustificare l’inazione. Ora resta solo un’ultima barriera, quella costituzionale, tra il nostro paese ed una scelta interventista più netta.

Qui, per ovvie ragioni, si rivelerà cruciale il ruolo del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che è garante della conformità alla nostra legge fondamentale delle scelte fatte dal governo e dal parlamento, anche in materia di politica estera e sicurezza nazionale. Eventuali convocazioni straordinarie del Consiglio supremo di difesa segnaleranno a tempo debito la possibilità di nuove correzioni di rotta. Come torneranno a soffiare i venti di guerra, converrà quindi osservare le mosse del Quirinale. (g.d.)
 
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