Atlantide
05.09.2013 - 11:16
 
 
ANALISI
 
Siria: le implicazioni dell'intervento e la posizione dell'Italia
5 set 2013 11:16 - (Agenzia Nova) - Il conflitto civile che insanguina la Siria da oltre due anni sta probabilmente giungendo ad una svolta, a causa delle conseguenze politiche innescate dall’uso di armi chimiche nel corso di uno scontro svoltosi il 21 agosto scorso alla periferia orientale di Damasco. Non esistono ricostruzioni convergenti sulla dinamica dei fatti che permettano di stabilire al di là di ogni ragionevole dubbio ciò che è effettivamente accaduto. Fonti vicine all’insurrezione hanno immesso sulla rete internet immagini di grande impatto emotivo, che tuttavia non hanno fatto particolare chiarezza né sull’agente utilizzato (sarin o altro) né sull’identità del responsabile. Né ha contribuito ad una migliore comprensione degli avvenimenti la circostanza che da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti siano state avallate negli ultimi giorni stime del numero delle vittime notevolmente divergenti, che variano dalle circa 280 di Parigi alle oltre 1.400 di Washington.

E’ però un fatto che il regime di Bashar al Assad non sia riuscito a dimostrare la propria estraneità all’accaduto né tanto meno a produrre le prove necessarie a smascherare un eventuale complotto. La sua gestione della crisi è stata invece disastrosa: in particolare, quando non ha permesso agli ispettori delle Nazioni Unite, che pure già si trovavano nella capitale per investigare su altri controversi episodi pregressi, di accedere ai luoghi teatro del presunto attacco chimico, se non dopo un congruo numero di giorni.

Tale condotta ovviamente non depone a favore di Damasco, che avrebbe potuto infliggere ai propri avversari un danno propagandistico probabilmente decisivo. Ha invece contribuito a rafforzare la sensazione di un gesto sconsiderato da parte del regime e dei suoi militari. Secondo la narrativa attualmente prevalente, la Quarta divisione dell’esercito siriano, pressoché integralmente composta da alawiti e sotto il comando del fratello del presidente, avrebbe fatto ricorso agli aggressivi chimici sulla base di considerazioni puramente tattiche, per infliggere una lezione ai ribelli, forse ritenendo la comunità internazionale troppo distratta dai fatti egiziani per impostare una qualsiasi reazione degna di nota. Di questa versione esiste anche una variante relativamente più morbida, secondo la quale potrebbero esservi stati degli errori nel dosaggio delle componenti chimiche utilizzate, che avrebbero determinato un numero di morti molto superiore a quello che si contava di infliggere. Neanche in questo caso, tuttavia, verrebbe meno la responsabilità “oggettiva” del regime.

Questo è il dato di fondo ormai consolidato: la verità “politica”, se vogliamo, che sta determinando il corso degli avvenimenti e dovrebbe portare nei prossimi giorni all’avvio di una campagna aero-missilistica “punitiva” e “deterrente” nei confronti di Damasco. A questo punto della crisi, in effetti, non ne sembra più possibile il capovolgimento, anche se ogni tanto, timidamente, affiorano nella stampa internazionale punti di vista e testimonianze che vanno in una direzione differente, ponendo sotto accusa l’intelligence saudita ed il principe Bandar che la dirige.

Cosa è in gioco

In effetti, a muovere gli Usa nella direzione di un intervento militare è il fatto che il presidente Barack Obama abbia definito durante il 2012 l’utilizzo delle armi chimiche in Siria una “linea rossa” non oltrepassabile. E’ per questo motivo che gli Stati Uniti non possono ora restare inerti di fronte alle immagini dei bambini gassati senza soffrire un danno straordinario alla propria credibilità internazionale. Ma è anche questa circostanza ciò che induce a dubitare delle ricostruzioni prevalenti dei fatti. La tempistica dello scoppio di questa crisi è infatti molto sospetta, coincidendo, da un lato, con il successo della controffensiva scatenata dalla corte di Riad ai danni della Fratellanza musulmana e, dall’altro, con l’ascesa al potere in Iran di un presidente riformista che pare intenzionato a dialogare con l’Occidente e potrebbe essere il partner che Barack Obama cerca dall’inizio della sua presidenza per tentare la riconciliazione con Teheran.

Un intervento militare guidato dagli Stati Uniti che sfociasse nella caduta degli Assad, in effetti, permetterebbe all’Arabia Saudita di insediare a Damasco un governo sotto la propria influenza, ora che gli Ikhwan hanno perso anche il controllo della Coalizione nazionale siriana, e soprattutto metterebbe in gravissima difficoltà Hassan Rouhani proprio all’inizio del suo mandato, per la gioia dei pasdaran e di tutto il fronte conservatore interno alla Repubblica islamica, appena sconfitto alle elezioni. Gli obiettivi di Riad sono condivisi da Israele, che dopo aver lungo esitato sta da qualche tempo accentuando la propria pressione contro Damasco con una serie di operazioni clandestine condotte nel Libano orientale sulle retrovie dell’Hezbollah. Lo Stato ebraico ha inoltre svolto un ruolo tanto importante quanto interessato nell’alimentare l’intelligence statunitense con informazioni concernenti quanto è avvenuto in Siria lo scorso 21 agosto.

Proprio perché è in ballo il destino del riavvicinamento tra Iran e Stati Uniti, non è da escludere che persino la Russia consideri con favore un’operazione americana in Siria, anche se viene pubblicamente affermato il contrario: in fondo, dal punto di vista del Cremlino, forse è meglio perdere Damasco anziché Teheran. Specialmente se il principe Bandar compensasse questa ritirata con commesse militari che dischiuderebbero alla Russia anche la prospettiva di un ritorno in Egitto. In effetti, va notato come Mosca non stia facendo molto per fermare la corsa ai bombardamenti. Navi russe si concentrano nell’area, è vero, ma i consiglieri ed i tecnici della Federazione presenti sul suolo siriano sono stati velocemente rimpatriati, agevolando politicamente il compito di qualsiasi aggressore. Le partite in corso sono molte e trasversali. Questa situazione è ovviamente nota al presidente Obama ed i suoi consiglieri. E non è un caso che l’Amministrazione abbia finora ostentato una grande prudenza e cercato una via di uscita dalla crisi che fosse in grado di preservare la credibilità americana senza compromettere le possibilità di sviluppo del futuro dialogo con l’Iran.

La soluzione in grado di soddisfare le contrapposte esigenze era stata trovata nell’effettuazione di un lancio circoscritto di missili cruise, circa cento si dice, contro bersagli militari collegati all’arsenale di Assad. Non i depositi di armi chimiche, naturalmente, per non provocare indesiderati effetti collaterali sulla popolazione civile siriana, ma sulle strutture di comando e controllo delle unità che presidiano la capitale. Ad Obama era giunto anche una specie di via libera dal presidente Rouhani, uscito allo scoperto con un tweet in cui comunicava l’appoggio iraniano all’utilizzo della forza della comunità internazionale per fermare l’uso delle armi chimiche in tutto il mondo. Tale messaggio è stato inspiegabilmente del tutto ignorato dai media, mentre è stato oggetto di attento studio in molte cancellerie. L’approccio minimalista prescelto dagli Usa ha deluso i sauditi ed è stato fortemente criticato anche dagli israeliani, i cui rilievi hanno trovato pronto ascolto in ampi settori del Congresso, che ora chiedono alla Casa Bianca una campagna più importante.

Il presidente Usa desidera chiaramente evitare che la forza militare degli Stati Uniti sia utilizzata contro gli interessi reali di Washington, seppure il segretario di Stato John Kerry paia essere su una lunghezza d’onda leggermente differente, forse perché nel successo di un attacco alla Siria intravede un rafforzamento delle speranze nutrite sull’esito del processo di pace israelo-palestinese, cui vorrebbe legare il suo nome. Da questi dubbi e considerazioni deriva, probabilmente, anche il rinvio intervenuto nello scorso fine settimana che dovrebbe permettere ad Obama di sondare i partner del G20 e, forse, anche consentire agli ispettori dell’Onu di far sapere qualcosa di più su ciò che hanno scoperto nella zona di Ghouta, ad est del centro di Damasco, interessata dall’uso di armi proibite.

Se non basterà a fermare il conto alla rovescia che conduce ai bombardamenti, il presidente potrà comunque valersi del placet del Congresso per fronteggiare evenienze impreviste, connesse a qualche mossa offensiva di Assad o dei suoi alleati, o per cambiare natura all’operazione originariamente immaginata. Che magari potrebbe anche colpire, oltre agli asset del regime, alcuni elementi dell’insurrezione, quelli che Washington considera legati al jihadismo quaedista. In effetti, se è un incubo l’arsenale nelle mani dei regolari di Damasco, sarebbe non meno inquietante, anche per Israele, l’ipotesi che a conquistarlo e gestirlo fossero poi forze disposte a tutto pur di restaurare il califfato o comunque realizzare stati islamici puri nel mondo arabo.

Gli interessi dell’Italia

Ovviamente, la corsa alla guerra disturba, e non poco, anche l’Italia, che sul riavvicinamento tra Occidente ed Iran sta scommettendo non poco, come rivela il fatto che il viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, abbia visitato Teheran appena tre giorni dopo l’insediamento di Hassan Rouhani. Roma è contro l’intervento soprattutto per questa ragione, giacché teme che la possibile defenestrazione di Assad possa provocare l’arresto del programma riformista del nuovo presidente iraniano. Ha un peso nell’atteggiamento italiano anche la posizione assunta dal Vaticano, che spinge per una soluzione negoziata della guerra civile siriana e si lascia alle spalle la dottrina del diritto-dovere di ingerenza umanitaria per non compromettere ulteriormente la già difficile posizione delle comunità cristiane in Medio Oriente. Papa Francesco è in effetti sceso in campo con iniziative assai forti.

L’Italia non guarda con favore neanche all’evidente tentativo di Arabia Saudita ed Israele di destabilizzare il Libano per rovesciarne il governo controllato da Hezbollah, poiché potrebbero derivarne grandi pericoli per i 1.100 soldati del nostro paese schierati laggiù dal 2006. A questo proposito, merita di essere osservato, tra l’altro, come nelle scorse settimane, forse proprio in vista degli sviluppi della crisi in atto, la Turchia abbia rimpatriato tutti i militari conferiti all’Unifil. Per noi, è ormai troppo tardi. Ma che vi siano timori circa gli effetti collaterali dei possibili raid occidentali futuri lo prova il fatto che il 2 settembre scorso la Marina militare italiana abbia inviato verso le coste libanesi due navi, il cacciatorpediniere Andrea Doria e la fregata Maestrale, dotati di significative capacità antiaeree. Di qui la prudenza del nostro paese, che appare del tutto giustificata. (g.d.)
 
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