Atlantide
02.08.2013 - 12:29
ANALISI
 
Usa: i movimenti della diplomazia commerciale e le insidie del negoziato per l’accordo transatlantico di libero scambio
Roma, 2 ago 2013 12:29 - (Agenzia Nova) - Sono iniziati lo scorso 8 luglio i negoziati che potrebbero portare entro due anni alla creazione della transatlantic trade and investment partnership (partnership transatlantica sul commercio e gli investimenti) o Ttip, malgrado da più parti se ne chiedesse il rinvio a causa delle rilevazioni del Datagate sullo spionaggio condotto dalla National security agency statunitense ai danni dell’Unione europea. Attraverso la Ttip si darebbe vita ad una zona euro-statunitense di libero scambio priva di frontiere interne, alla quale seguirebbero sensibili incrementi di reddito su entrambe le sponde dell’Atlantico. Circolano al riguardo cifre mirabolanti: 119 miliardi di euro in più di Pil aggiuntivo in Europa e 95 negli Stati Uniti, secondo alcune valutazioni; incrementi dei redditi pro-capite del 13 per cento all’anno per i cittadini statunitensi e del 5 per cento per gli europei, secondo altre; e comunque due milioni secchi di posti di lavoro in più a breve termine.


Sarebbe bene però evidenziare tutte le implicazioni di questo grande progetto strategico, con il quale la seconda amministrazione Barack Obama intende verosimilmente rilanciare la leadership di Washington sull’Occidente, legando in maniera definitiva le sorti dell’Europa a quelle degli Stati Uniti, ma limitando altresì la residua autonomia dell’Unione Europea, che rischia addirittura di essere dissolta al suo interno.

Le potenziali conseguenze dell’iniziativa promossa da Washington sono in effetti molteplici e meritano di essere attentamente considerate, in virtù delle ripercussioni che potrebbero avere anche sul nostro paese. Sul piano geoeconomico, innanzitutto, va ricordato come il mercato unico europeo sia il risultato di uno sforzo regolatorio durato decenni: un’impresa per certi versi senza precedenti, che è stata dettata dalla volontà di assicurare condizioni paritarie di partenza a tutti cittadini dell’Ue interessati ad esercitare l’attività imprenditoriale. La logica vorrebbe che lo stesso principio venisse ora esteso anche agli Stati Uniti. E’ invece estremamente improbabile che i negoziatori europei riescano a sottoporre gli statunitensi alle pesanti normative in vigore nel Vecchio Continente: il loro Congresso, geloso custode della sovranità statunitense, non lo accetterebbe mai.

Si profila invece all’orizzonte la creazione di una grande area di libero scambio caratterizzata dalla compresenza di assetti legislativi differenti. Per lo meno, è questo probabilmente l’obiettivo perseguito dai plenipotenziari statunitensi che stanno trattando con la Commissione europea. Se l’avranno vinta, e la Ttip nascesse quindi senza omogeneità di regolamentazione, gli operatori economici europei verranno costretti a competere tanto a casa loro quanto sul suolo americano con concorrenti che beneficiano ancora degli effetti della lunga deregulation iniziata negli anni Ottanta. Si tratterebbe fatalmente di una lotta ad armi impari, per gli imprenditori dell’Unione ed ovviamente quelli italiani, simile per molti versi a quella che avrebbe contraddistinto le relazioni commerciali euro-cinesi dopo l’ingresso della Repubblica popolare nell’Organizzazione mondiale del commercio.

E’ inoltre probabile che in assenza di efficaci salvaguardie molti comparti produttivi europei vengano spazzati via dalla differenza di scala esistente tra le aziende europee e quelle Usa. Non sarebbe solo il caso degli audiovisivi, che tanto stanno a cuore ai francesi, ma di molti settori industriali e soprattutto dell’agricoltura comunitaria, giacché nel nostro continente complesse vicende storiche hanno portato ad una frammentazione della proprietà agraria ignota ai grandi coltivatori statunitensi.

Sono altresì prevedibili importanti conseguenze politiche. La Ttip non è infatti un progetto neutrale. La nuova area di libero scambio abbatterebbe ad esempio delle frontiere, ma ne creerebbe di nuove o di più alte. In primo luogo, perché i confini europei diventerebbero, dal punto di vista commerciale, anche statunitensi. Ciò costringerebbe fatalmente l’Unione europea ad adottare il regime Usa fondato sulla concessione della clausola della nazione più favorita - che è un atto eminentemente politico - con l’effetto di esser suo malgrado obbligata anche ad applicare le sanzioni che Washington desiderasse eventualmente imporre ai propri avversari di turno. In parte è ciò che accade già oggi, ma gli automatismi potrebbero trovare un’accentuazione ulteriore nel contesto della partnership commerciale e degli investimenti transatlantici. Il contrario appare invece difficilmente immaginabile, attese le divisioni politiche interne all’Europa ed il carattere nazionale unitario degli Usa.

Poi c’è l’elemento geopolitico fondamentale: se l’area transatlantica di libero scambio prendesse forma proprio mentre entra in crisi il progetto d’integrazione politica dell’Europa, diventerebbe concreto il rischio di una riduzione dell’Ue ad una mera zona di libero scambio, che potrebbe essere poi facilmente assorbita dalla più vasta Ttip. Gli europei diventerebbero così di fatto “sudditi” degli Stati Uniti, senza tuttavia essere ammessi a scegliere il capo della Casa Bianca, forse ancora con una loro moneta propria, ma gestita in modo tale da non poter fare alcuna ombra al dollaro.

E’ interessante notare come alla Ttip corrisponda un progetto analogo nell’area transpacifica, la Tpp (partnership transpacifica), che sta prendendo corpo a partire da un’iniziativa alla quale gli Stati Uniti originariamente non partecipavano. Il senso della congiunzione dei due progetti è evidente: gli Usa si protendono verso le sponde occidentali del Pacifico e dell’Europa, stringendo in una morsa l’Eurasia sino-russa. (g.d.)
 
Usa: si prevede un’imminente stretta monetaria, Europa e Germania di fronte ad un dilemma
Roma, 2 ago 2013 12:29 - (Agenzia Nova) - Proprio mentre veniva formalizzato il disegno statunitense di integrazione commerciale e finanziaria transatlantica, si sono moltiplicate le indiscrezioni che vorrebbero la Federal reserve sul punto di porre fine al programma di quantitative easing con il quale la Banca centrale Usa sta da tempo convertendo in base monetaria 85 miliardi di dollari al mese di titoli del Tesoro. Per quanto gli organi direttivi della Fed abbiano deciso il 31 luglio scorso di mantenere inalterate le linee guida della loro politica monetaria, il rafforzamento della ripresa negli Stati Uniti ed i timori crescenti di un surriscaldamento della sua economia rendono ormai molto probabile l’avvio di una stretta in autunno.

La svolta, tuttavia, avrebbe anche rilevanti finalità politiche. Gli effetti dell’interruzione o anche solo di un ridimensionamento delle ingenti iniezioni di liquidità effettuate dalla Fed negli ultimi anni sarebbero infatti notevoli, sia sotto il profilo economico che da un punto di vista politico. L’impatto sull’economia internazionale sarebbe senza dubbio deflazionistico. La riduzione dell’offerta complessiva di dollari che ne deriverebbe, provocherebbe infatti un rialzo dei tassi d’interesse statunitensi, generando un potente afflusso di biglietti verdi dal resto del mondo verso gli Stati Uniti.

Parte cospicua del risparmio mondiale attualmente nelle mani di europei e cittadini dei paesi emergenti prenderebbe così la via degli Usa, come immaginava lo scorso autunno Mitt Romney, restaurando il prestigio di un dollaro - a quel punto rivalutato - al centro del sistema finanziario internazionale e riducendo contestualmente l’ammontare delle risorse con le quali i rivali potenziali di Washington potrebbero altrimenti sostenere ambiziosi programmi di investimento tanto in campo civile quanto in quello militare.

La Cina, la Russia ed un certo numero di paesi emergenti, come Indonesia e Turchia, potrebbero presto trovarsi in gravi difficoltà ed andare incontro ad un periodo di più pronunciata instabilità interna, di cui per la verità si intravedono già le avvisaglie. Anche l’Europa sarebbe chiamata in questo contesto ad assumere delle decisioni importanti. Il rialzo dei tassi d’interesse Usa, infatti, metterebbe la Banca centrale europea e tutta l’eurozona di fronte ad un dilemma di grande portata, perché si dovrebbe optare tra la scelta di non assecondare il movimento americano, svalutando l’euro, e quella invece di imitarlo, elevando il saggio di sconto praticato dalla Bce, attualmente sceso al livello minimo storico dello 0,5 per cento.

Nel primo caso, l’Istituto di emissione di Francoforte dovrebbe venir meno al mandato statutario di difendere il valore esterno della divisa unica europea, sfidando l’ortodossia difesa dalla Bundesbank tedesca. E’ senz’altro interesse degli Stati periferici dell’Eurozona che sia questa opzione a prevalere. Nel secondo scenario, invece, la Banca centrale europea adotterebbe un obiettivo di cambio con il dollaro, ma si assumerebbe la responsabilità di avvicinare alla bancarotta i paesi maggiormente indebitati, inclusa l’Italia, il cui debito pubblico ha recentemente toccato il 130 per cento del PIL malgrado sette anni consecutivi di politiche fiscali fortemente restrittive.

Con un intervento pubblico piuttosto inusuale, il 4 luglio scorso il Consiglio della Bce ha reso nota la propria intenzione di confermare per il momento la pratica di una politica monetaria accondiscendente. Ma non è detto che questa posizione possa essere mantenuta a lungo, specialmente qualora si verificasse una massiccia fuga di capitali dall’eurozona per effetto del divaricarsi degli interessi praticati sulle due sponde dell’Atlantico. È quindi molto prevedibile che tanto sulla Partnership commerciale transatlantica quanto sulla politica monetaria la scelta sarà molto sofferta.

In ragione del peso politico ed economico acquisito dalla Germania in Europa, sarà senz’altro la cancelleria federale di Berlino ad avere l’ultima parola, sia in merito ai futuri indirizzi della politica monetaria dell’Eurozona che in relazione al negoziato sulla Ttip. Sarebbe tuttavia opportuno che gli altri paesi membri di Eurolandia si attivassero per difendere i propri interessi, promuovendo anche nei rispettivi parlamenti dibattiti d’alto profilo su questi temi.

Non c’è invece da fare eccessivo assegnamento sulle elezioni europee della prossima primavera. Per quanto siano la sede naturale per rilanciare il confronto, in molti stati membri dell’Unione, incluso il nostro, sono infatti vissute essenzialmente come sondaggi di lusso che risentono eccessivamente delle polemiche della politica interna. (g.d.)