Atlantide
18.07.2013 - 19:47
ANALISI
 
Egitto: dietro il colpo di stato l’affondo dell’Arabia Saudita contro la Fratellanza Musulmana
Roma, 18 lug 2013 19:47 - (Agenzia Nova) - Cominciano ad esser più chiare le dinamiche che hanno portato il 3 luglio scorso alla deposizione di Mohammed Morsi, primo presidente democraticamente eletto della storia egiziana ed esponente di spicco della Fratellanza Musulmana. Alle spalle del pronunciamento dei militari del Cairo, infatti, c’è ben più che l’insoddisfazione popolare per le politiche economiche di stampo liberista varate nell’ultimo anno dal governo egiziano per agevolare la concessione dei prestiti richiesti al Fondo monetario internazionale. Queste ultime hanno sicuramente aggravato i costi sociali della crisi che aveva già travolto Hosni Mubarak, provocando un diffuso malcontento che è stato cavalcato dai militari esattamente come due anni fa, ma non sono state l’unico fattore in gioco. Neanche la volontà delle Forze armate di riprendere in mano il controllo della situazione spiega da sola quanto è accaduto, anche se vi ha avuto un ruolo decisivo.

Dietro la defenestrazione di Morsi pare invece esserci soprattutto una reazione alla “primavera araba” ispirata dalla corte di Riad, che ha generosamente finanziato negli ultimi mesi tutte le opposizioni alla Fratellanza Musulmana: dal partito salafita Noor ai giovani laici del movimento Tamarod, sulla cui composizione ed origini si è scritto finora davvero troppo poco. Con l’Arabia Saudita si sono schierati anche gli Emirati Arabi Uniti, anch’essi pronti ad offrire assistenza economica immediata al nuovo governo provvisorio insediatosi dopo il pronunciamento militare. Hanno già preso la via del Cairo ben 12 miliardi di dollari provenienti dal Golfo, nove volte quanto annualmente il Pentagono elargisce alla Difesa egiziana.

Pare che un ruolo di sponda nel putsch lo abbia avuto anche Israele, i cui servizi intrattenevano da tempo rapporti proficui con il generale golpista Abdel Fattah al Sisi, soprattutto nella gestione della sicurezza del Sinai. Il grande sconfitto è invece il Qatar, primo sponsor economico e mediatico dell’ascesa al potere della Fratellanza Musulmana nel 2011. Possono considerarsi danneggiati dagli eventi anche gli Usa, che su Morsi avevano scommesso anche per tenere sotto controllo la Striscia di Gaza, oltre che come antidoto al jihadismo transnazionale. L’Amministrazione statunitense ha in effetti cercato per quanto possibile di frenare il precipitare della crisi politica egiziana verso l’esito del colpo di stato, raccomandando in più occasioni al presidente Morsi di cedere o avviare una trattativa con i suoi avversari, ma senza risultato. Il presidente Barack Obama ha successivamente esitato a definire come un golpe l’intervento del generale al Sisi – una cosa su cui è invece impossibile avere dei dubbi, giacché si è determinato un cambiamento politico con la forza e sospendendo la Costituzione – ma solo per non essere costretto ad interrompere il flusso di aiuti diretti all’esercito egiziano, che ora come ora è il più importante elemento ancora a disposizione di washington per tentare di influire sullo sviluppo degli eventi in atto al Cairo.

Il fatto, tuttavia, resta: quanto è accaduto in Egitto rappresenta per gli Stati Uniti quanto meno un serio contrattempo. Un rovescio che segna una fase ulteriore del tormentato rapporto intrattenuto con Riad dopo i fatti dell’11 settembre 2001. Se in effetti c’è stato un vero elemento di continuità tra le politiche attuate in Medio Oriente dalle due amministrazioni repubblicane dirette da George Walker Bush e la presidenza Obama, è precisamente il loro comune carattere sostanzialmente anti-saudita.
Riad era il vero bersaglio della “Global War on Terror” ingaggiata contro al Qaeda, e persino dell’invasione dell’Iraq, alla cui conquista infatti seguì lo sgombero delle basi americane sul suolo saudita. Mentre di Obama la dinastia regnante saudita teme ed avversa in ogni modo tanto il supporto dato alla Fratellanza Musulmana, una forza popolare islamica in grado di sfidare la corrotta e decrepita teocrazia wahhabita che domina la penisola arabica, quanto la disponibilità ad un accordo con l’Iran, emersa in particolare nel giugno del 2009, poco prima delle elezioni che avrebbero confermato Mamoud Ahmadinejad alla presidenza della repubblica islamica.

Gli eventi del Cairo vanno inquadrati all’interno di questo duello. Se gli Usa ed il Qatar hanno vinto il “primo tempo” della primavera araba, ai sauditi sta andando il secondo. La politica mediorientale dell’amministrazione Obama esce quindi notevolmente indebolita dal golpe attuato dai militari egiziani contro Morsi, anche se la composizione del nuovo governo diretto da Hazem Beblawi, ed in particolare la nomina dell’ambasciatore mubarakista Nabil Fahmi, agli Esteri lasciano intravedere la volontà del generale al Sisi di non tagliare i ponti con Washington, che diventa anzi un partner essenziale per mantenere un minimo di autonomia al Cairo rispetto ai condizionamenti che tenterà di esercitarvi l’Arabia Saudita.

Ad accentuare la crisi della strategia obamiana contribuirà anche il recente avvicendamento alla testa del Qatar, paese chiave per gli Usa anche nella prospettiva del negoziato con i talebani per la conclusione del conflitto in Afghanistan. A Doha, infatti, l’ambizioso e malato emiro Hamad bin Khalifa ha ceduto lo scettro al figlio Tamim, che ha provveduto a licenziare immediatamente il premier Hamas bin Jassem. Sono così usciti di scena tutti gli artefici della politica di prestigio perseguita dal Qatar negli ultimi anni, inclusa l’ingombrante sceicca Moza, moglie favorita dell’emiro ritiratosi e madre di Tamim. Un ridimensionamento degli obiettivi qatarioti è ora ritenuto probabile, così come l’attenuazione della rivalità tra Doha e Riad.
 
Egitto: conseguenze, prospettive regionali e rischi per l’Italia
Roma, 18 lug 2013 19:47 - (Agenzia Nova) - Il successo della contro-rivoluzione promossa dai sauditi al Cairo, attuata da un generale la cui moglie veste il niqab, il velo islamico integrale, è destinato ad avere implicazioni rilevanti anche su altri scacchieri. Ha già indebolito notevolmente, ad esempio, la componente più vicina alla Fratellanza Musulmana all’interno della Coalizione nazionale siriana che conduce la rivolta contro il regime del presidente Bashar al Assad, rafforzandone invece l’ala più filosaudita e, di fatto, anche i jihadisti del Jahbat al Nusra. Proprio tale dinamica rende ora meno probabile che gli Usa, e gli occidentali più in generale, sostengano a spada tratta la causa dei nemici del regime di Damasco. Nell’immediato, inoltre, la crisi del Cairo ha offerto un’interessante opportunità ai lealisti siriani per conquistare ulteriori posizioni, sia in vista di un futuro eventuale negoziato che per tentare di riportare un successo decisivo.

Anche per questo motivo, e non solo per l’evidente rischio di emulazioni in Turchia da parte dei generali kemalisti sopravvissuti alle epurazioni ordinate dal premier Recep Tayyip Erdogan, il colpo di stato militare attuato in Egitto è stato un rovescio pure per Ankara, che ora subisce anche il maggiore attivismo regionale di Israele. Lo stato ebraico ha in effetti approfittato della confusione delle ultime settimane per effettuare una incursione che il 5 luglio scorso ha colpito un magazzino militare nei pressi di Latakia, dove i russi avevano stoccato alcuni sofisticati sistemi d’arma in procinto di esser ceduti a Damasco.

Gerusalemme e Riad hanno così rinsaldato la loro alleanza di fatto sul fronte siriano, circostanza che non mancherà di avere ripercussioni importanti sul prosieguo del conflitto e le stesse prospettive del processo di pace israelo-palestinese. Alla fine dello scorso aprile, ad esempio, diversi paesi della Lega Araba avevano espresso per la prima volta la loro disponibilità ad accettare soluzioni che non contemplassero il ritorno alle frontiere antecedenti alla Guerra dei Sei Giorni.

Per quanto riguarda l’Italia, infine, i fatti d’Egitto hanno suscitato un certo interesse per il rischio di compromissione degli investimenti fatti dal nostro paese nella terra dei Faraoni. Non è però in realtà questo il pericolo maggiore che grava su di noi in questa vicenda. Se la situazione egiziana non si stabilizzasse rapidamente e soprattutto se la Fratellanza Musulmana decidesse di darsi alla macchia per alimentare una rivolta e dar inizio ad una guerra civile, un prolungato periodo di disordini e l’avvitamento ulteriore della crisi economica egiziana diventerebbero inevitabili. Ne scaturirebbe di certo un imponente flusso migratorio, che raggiungerebbe le coste italiane seguendo vari approcci e verrebbe probabilmente appoggiato anche dal Vaticano.

L’Egitto ha 84 milioni di abitanti censiti, cui vanno aggiunti almeno altri dieci milioni di persone “fantasma”, sconosciute allo stato e mai rilevate. L’età media è bassa. Se anche l’1 per cento di questa vasta popolazione deliberasse di abbandonare la propria patria, sarebbero almeno un milione di giovani a muoversi improvvisamente. La sfida sarebbe di grande portata: poche migliaia di migranti dalla Tunisia bastarono infatti nel 2011 a mandare in tilt l’Italia e l’intero sistema Schengen.