Corno d'Africa
02.07.2013 - 13:22
Analisi
 
Somalia: le tensioni nell’Oltre Giuba e le lezioni non apprese
Roma, 2 lug 2013 13:22 - (Agenzia Nova) - Complice l’ottimismo profuso a piene mani da inglesi, americani e turchi, molti hanno salutato il 2013 come l’anno della svolta per la Somalia. Quello in cui un nuovo governo centrale, sufficientemente legittimato all’interno del paese dai meccanismi di cooptazione dei clan e a livello internazionale dal riconoscimento degli Stati Uniti, avrebbe potuto progressivamente procedere alla liberazione delle aree ancora sotto controllo degli shabaab, alla ricostruzione di una minima funzione statale e metter mano pacificamente alla soluzione del rompicapo clanico-federalista. Qualche legittimo dubbio sulle possibilità di pacificazione del paese sorgeva non tanto a causa delle capacità di resistenza, di sopravvivenza nel lungo periodo e di riorganizzazione da parte del movimento degli Shabaab nel nuovo contesto somalo, quanto piuttosto dell’incapacità del governo centrale di estendere la sfera d’influenza del proprio potere oltre Mogadiscio, senza finire nella trappola delle lotte tra i clan.

Esplode il conflitto tra i clan

Come indicato dai più pessimisti, la trappola delle divisioni tra i clan non sarebbe tardata a scattare, riportando il paese indietro di vent’anni, al tempo dei conflitti tra signori della guerra di differenti affiliazioni in lotta per il controllo del territorio e delle sue risorse. Un conflitto che si prevedeva sarebbe stato attivato dal processo d’identificazione e costruzione delle nuove autorità autonome locali, che la Costituzione ha previsto e abbozzato ma non definito. E così è stato. La proclamazione dello stato dell’Oltre Giuba (Jubaland) e del suo presidente, Ahmed Madobe, ha fatto deflagrare una nuova conflittualità tra i clan, secondo antichi e consolidati meccanismi. E così, la città più ricca e strategica della Somalia, da poco sottratta al controllo degli Shabaab, è diventata nelle scorse settimane teatro di scontri tra milizie rivali, alcune sostenute da Mogadiscio ed altre da Nairobi, ricalcando un conflitto prevalentemente interno al clan somalo dei Darod e che vede contrapporsi militarmente, almeno dagli inizi degli anni Novanta, i due sotto-clan degli Ogaden e dei Marehan. Secondo le accuse del governo centrale, le forze militari keniote non si sono mantenute neutrali e hanno preso parte agli scontri contro i rivali del neo-nominato presidente Madobe, aiutandolo a mantenere il controllo di Chisimaio. Ciò ha provocato le dure proteste del governo centrale che ha chiesto l’uscita delle forze keniote dalla missione militare dell’Unione Africana.

La creazione dell’Oltre Giuba e l’ascesa di Madobe

L’attore chiave di questa nuova esplosione di conflittualità è Ahmed Madobe, già signore della guerra, islamista, fiancheggiatore degli Shabaab e governatore nel 2006 di Chisimaio, per conto delle Corti islamiche. Madobe, un Darod degli Ogaden, per il momento è il vero vincitore della nuova situazione creatasi dopo la cacciata degli Shabaab dal sud della Somalia. Con le sue milizie della Brigata Ras Kamboni ha combattuto per oltre un anno, con il sostegno del Kenia, contro gli Shabaab, divenendo uno degli elementi chiave per la caduta della seconda città somala. Oggi è l’uomo forte dell’Oltre Giuba e senza di lui è difficile vedere come si possa creare nel breve periodo un assetto stabile nella parte costiera della regione. Agli inizi del 2013 Adobe è stato “eletto” presidente del nascente Oltre Giuba dagli anziani rappresentanti di molti clan della regione. Elezione che è stata contestata dal governo centrale di Mogadiscio, ma che ha più o meno seguito – forse con qualche ulteriore deroga – gli stessi atipici standard della democrazia clanica somala, basati sulla cooptazione e la mediazione degli anziani capi clan, con cui è stato creato il nuovo governo centrale somalo.

La reazione di Mogadiscio e il conflitto tra clan

Il governo di Mogadiscio, nelle sue ambizioni centraliste, rifiuta la nomina dal basso (e dall’esterno) delle autorità regionali e pretende di poter nominare i vertici politici e della sicurezza della regione. Non potendo estendere direttamente il proprio potere nell’area, ha adottato una strategia di promozione della conflittualità tra clan locali, sostenendo le rivendicazioni di un altro ex signore della guerra, nonché ex ministro della Difesa del Governo transitorio federale, Bare Hirale, anch’egli un Darod ma del sotto-clan rivale dei Marehan. Hirale fu governatore dell’area di Chisimaio (Alleanza della Valle del Giuba) fino al 2006, quando fu sconfitto dalle Corti islamiche e perse il controllo della regione. La sua base etno-politica è nel Gedo, una delle tre provincie dell’Oltre Giuba che fu creata dal Marehan Siad Barre, come area a predominanza Marehan. Hirale ha dunque a sua volta proclamato di essere il presidente del Jubaland, secondo l’ennesima nomina clanica per cooptazione. Il conflitto dei due presidenti dello stato che ancora non c’è (l’Oltre Giuba) può difficilmente essere inquadrato secondo criteri di legittimità e di correttezza dei processi di “elezione”. La verità è che dietro Madobe ci sono i suoi clan e dietro i suoi clan il Kenia, mentre dietro Hirale ci sono i suoi clan e dietro di essi Mogadiscio. La questione s’inquadra dunque nella lunga contesa tra Ogadeni e Mareani sul controllo di Chisimaio e nella questione della sovranità, ossia di chi è in grado d’insediare de facto un’autorità sui territori sottratti agli Shabaab che, ricordiamo, sono rimasti ai margini del processo costituente che ha portato alla nascita del nuovo governo somalo ed al varo della nuova costituzione. In questa sfida il Kenia persegue il suo ardito disegno – ideato nel 2009 e che è alla base della stessa operazione d’intervento militare in Somalia – della creazione di uno stato cuscinetto in un’area che per Nairobi ha un significato simile, mutatis mutandis, a quello che il Pashtunistan può avere per il Pakistan. Uno stato cioè che vede una popolazione somala ogadena sia a nord che a sud dell’attuale confine tra Kenia e Somalia. Se Nairobi è intervenuta in Somalia per spodestare gli Shabaab dall’Oltre Giuba e proteggersi dalle infiltrazioni islamiste, ora teme il vuoto che vi si possa creare e che l’estremismo islamico possa essere sostituito dall’irredentismo pan-somalo. In aggiunta a ciò, importanti sono gli interessi economici, legati non solo alla salvaguardia dell’industria turistica del Kenia ma anche a quelli energetici, come la protezione del terminale di Lamu, previsto dal progetto di oleodotto dal Sud Sudan, e la questione dell’indefinito confine marittimo che influenza la delimitazione delle aree di possibile sfruttamento dei deposti off-shore di gas e petrolio. Senza contare la questione del mezzo milione di rifugiati somali che potrebbero rientrare in Somalia, non appena la situazione oltre confine si stabilizzasse. Ma il sostegno keniota ad una regione dell’Oltre Giuba a guida Darod/Ogaden può contare anche sul supporto di un alleato interno alla Somalia, quello del Puntland del presidente Abdirahman Mohamed Farole che vede nella creazione di un nuovo “Puntland nel Sud” una delle migliori garanzie che il proprio modello di forte federalismo possa prevalere in Somalia contro le strategie centraliste, ruvide ed un po’ velleitarie del nuovo esecutivo.

Più complessa è la questione del coinvolgimento dell’Etiopia nel progetto dell’Oltre Giuba. Se è vero che nella sua carriera Madobe, apparentemente nato nell’Ogaden etiope, è stato anche un signore della guerra filo-etiope, la sua milizia è prevalentemente composta di ogadeni del Kenia e delle aree somale di confine con il Kenia e se dovesse mantenere il suo potere nell’area di Chisimaio finirebbe per gravitare prevalentemente nell’orbita di Nairobi. Per il momento appare esservi una convergenza tattica tra Etiopia e Kenia sulla questione dell’Oltre Giuba ma nel lungo periodo gli interessi di Nairobi e di Addis Abeba nella regione potrebbero non coincidere. Quello etiope è evitare che la creazione di una regione autonoma somala a maggioranza ogadena possa finire per interferire nella sua lotta contro il Fronte di liberazione dell’Ogaden (Onlf). Per conciliare gli interessi etiopi sul progetto keniota dell’Oltre Giuba, Nairobi aveva abbandonato la sua precedente opzione di creazione, nelle stesse terre, di uno stato denominato Azania, che nella visione keniota – e del suo ex ministro della Difesa Mohamed Yusuf Haji – doveva essere guidato da Mohamad Abdi Gandi, anch’egli ogadeno etiope ed ex ministro della Difesa del Governo transitorio federale fino al 2010, ma non gradito ad Addis Abeba. La questione dell’Oltre Giuba diviene, pertanto, anche un banco di prova dei rapporti bilaterali tra Etiopia e Kenia, le due potenze regionali politicamente in discreti rapporti, ma potenzialmente competitori economici e strategici.

Mogadiscio, ovviamente, non può accettare che anche il sud del paese sfugga al proprio controllo, in quanto alla capitale verrebbe a mancare il proprio territorio, con il Somaliland indipendente ed il Puntland fortemente autonomo. In molti a Mogadiscio ritengono che solo se la capitale manterrà un controllo politico – e dunque militare – sull’Oltre Giuba potrebbe allora riuscire a riattrarre il Somaliland e far gravitare il Puntland in un progetto di stato unitario. Il governo centrale, leso nella sue ambizioni sovraniste – che tuttavia anche a Mogadiscio si reggono sulla protezione di eserciti africani non somali inquadrati in Amisom e su un massiccio dispiegamento di società di sicurezza private – si è quindi mosso con l’obiettivo di sabotare il progetto federale nel sud, affermando il proprio diritto di nomina dei governatori e dei comandanti delle legittime forze di sicurezza. Nell’attuare questa strategia Mogadiscio punta a legare a sé i clan minoritari e quelli avversari della componente Darod/Ogaden, trasformando Chisimaio – città tendenzialmente cosmopolita meno omogenea dal punto di vista dei clan – in un’area di resistenza alla presenza keniota e dei suoi alleati somali, cercando di ripetere la trappola in cui cadde l’Etiopia quando la occupò nel 2007 – 2008.

Le prospettive

I recenti scontri a Chisimaio e il deteriorarsi progressivo della situazione etno-politica negli ultimi tre mesi dimostrano sufficientemente che un vero attore capace di pilotare il processo di ricostruzione dello stato in Somalia non c’è. Il conflitto etnico per l’Oltre Giuba e quello sulla sovranità centro-periferia erano elementi ampiamente prevedibili e da molti sottolineati. Eppure sembra che la costituzione della nuova Somalia post-Shabaab sia un salto nel vuoto, in cui i troppi attori interni ed i pochi internazionali capaci d’influire realmente sul terreno perseguono agende molto parziali e minimaliste. E’ più facile che il prodotto finale di tale approccio sia il caos, oppure il ritorno ad una situazione di micro-guerre civili senza vincitori, da cui possono emergere nuovi mostri ideologici, piuttosto che la creazione di un sistema statuale minimamente organizzato. Le legittime ambizioni di sovranità del governo somalo – a cui il forte riconoscimento internazionale ha dato un eccessivo senso di sicurezza sulle proprie capacità – dovrebbero tenere presente anche la situazione sul terreno, la propria estrema debolezza e soprattutto, in virtù della sua portata nazionale, non eccitare le divisioni tra i clan. Da un conflitto tra i clan, infatti, potrebbero riprendere forza gli Shabaab, o nuovi movimenti simili ad essi basati sullo jihadismo inter-clanico. Un forte intervento di mediazione internazionale, auspicabilmente a livello congiunto Igad-Ue, sarebbe ora necessario e potrebbe contribuire a far rientrare la pericolosa situazione che si è creata a Chisimaio e nell’Oltre Giuba. Una situazione che rischia di mandare in frantumi i progressi politici e militari compiuti negli ultimi due anni e confermare l’opinione degli scettici che, dopo vent’anni di guerra civile, per la Somalia è ormai troppo tardi per rimettere insieme i pezzi di uno stato che non c’è più. Contro tale pessimismo è necessario che gli amici della Somalia, e tra di essi l’Unione europea, giochino un ruolo maggiore, non soltanto per il perseguimento dei propri interessi, ma anche per aiutare i somali ad apprendere le lezioni della propria complessa storia. (p.q.)