Atlantide
28.06.2013 - 12:24
Analisi
 
Afghanistan: Obama apre a negoziati diretti con i talebani, disorientando Kabul
Roma, 28 giu 2013 12:24 - (Agenzia Nova) - Il riorientamento della politica estera statunitense prosegue. E progredisce ancora una volta nel segno dello “smart power”, che postula un maggior ricorso ai metodi indiretti nel perseguimento degli interessi nazionali Usa, inclusa la pratica di ritiri selettivi dalle aree giudicate non più vitali. Tale sembra essere attualmente anche l’Asia centro-meridionale, che per Washington s’identifica soprattutto con il teatro afgano, dal quale la Casa Bianca desidera ritrarsi al minimo costo politico possibile. Vittima del nuovo probabile ripiegamento sarebbero proprio l’amministrazione diretta a Kabul da Hamid Karzai e, per certi versi, la stessa Alleanza atlantica, i cui progetti d’assistenza a lungo termine in favore dell’Afghanistan parrebbero già privi di fondamento a poche settimane dalla loro prima formalizzazione.

Dopo numerosi abboccamenti, che hanno avuto luogo in sedi assai improbabili a cavallo tra Germania, Francia e Norvegia negli ultimi mesi, lo scorso 19 giugno il presidente Usa Barack Obama ha in effetti reso nota la propria autorizzazione ad avviare trattative dirette con i talebani a Doha, servendosi allo scopo dell’ufficio politico aperto in Qatar dal movimento armato diretto dal Mullah Omar. La decisione, in realtà da tempo nell’aria, ha colto di sorpresa il capo dello stato afgano, che per ritorsione ha congelato a sua volta il negoziato bilaterale che avrebbe dovuto portare alla firma dell’accordo sulla sicurezza con gli Stati Uniti, nel corso del quale dovevano essere stabiliti anche i tetti delle forze militari Usa autorizzate a rimanere in Afghanistan dopo il 31 dicembre 2014. Hamid Karzai stava in effetti lavorando ad un suo autonomo progetto di trattativa, che avrebbe dovuto coinvolgere esclusivamente personalità afgane e ruotare attorno all’Alto consiglio per la pace guidato dal figlio dello scomparso presidente Barnahuddin Rabbani, ucciso più di un anno fa in un attentato suicida.

Per marcare il punto e precipitare una crisi diplomatica afgano-americana, Kabul ha utilizzato come pretesto la scelta talebana di connotare l’ufficio politico di Doha come una rappresentanza ufficiale in esilio dell’Emirato islamico d’Afghanistan. Non è stata una scelta infelice. La formale inaugurazione della sede era infatti parsa a molti identica a quella normalmente riservata ad un’ambasciata, e ha indotto il Qatar ad intervenire, su input statunitense. Il problema, tuttavia, in questo caso non era di forma bensì di sostanza, lamentando Karzai l’allontamento delle istituzioni nazionali afgane dalla gestione del processo di riconciliazione. Vale la pena di ricordare a questo proposito come i talebani abbiano sempre rifiutato qualsiasi riconoscimento alle attuali autorità di Kabul e come pertanto l’avvio di negoziati in assenza di rappresentanti del governo afgano sia stata considerata un’indebita e preoccupante concessione al partito armato.

Hamid Karzai non ha tutti i torti: è infatti palese che un’eventuale riconciliazione concordata dai talebani con Washington delegittimerebbe completamente l’intero assetto politico-istituzionale dell’Afghanistan nato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Esiste, inoltre, il rischio che gli Stati Uniti tentino in qualche modo di apparentare i talebani alla Fratellanza Musulmana, che ha il suo principale sponsor proprio nell’Emirato del Qatar, in modo tale da far rientrare il loro ritorno a Kabul nel contesto del generale processo di rinnovamento politico generato dalle cosiddette “primavere arabe”. I timori di Kabul non possono esser dismessi come forme di paranoia. Hanno infatti basi concrete, perché è significativa la probabilità che questo sia l’escamotage ideato dalla Casa Bianca per evitare che il disimpegno paia una sconfitta.
 
Afghanistan: chi perde con il ritiro occidentale dal paese
Roma, 28 giu 2013 12:24 - (Agenzia Nova) - La forte reazione delle istituzioni afgane alla decisione di Washington di autorizzare trattative dirette con i talebani, che ha visto in prima linea non soltanto la presidenza di Kabul ma anche il parlamento, ha per il momento comportato il temporaneo rinvio degli incontri, che dovevano iniziare già la settimana scorsa, tra il 20 ed il 22 giugno, date di arrivo a Doha, rispettivamente, delle avanguardie della delegazione statunitense e dell’inviato speciale nominato da Barack Obama per Afghanistan e Pakistan, James Dobbins.

Tuttavia, anche se per il momento non si è mosso ancora nulla ed hanno dovuto rinunciare all’esposizione dei loro simboli sull’ufficio appena aperto in Qatar, i talebani non hanno tardato a mettere le loro carte sul tavolo, annunciando la propria disponibilità ad entrare in un governo di coalizione soltanto dopo che le forze internazionali avranno lasciato l’Afghanistan. E’ la loro richiesta di sempre. Pare possibile dedurne la conferma che gli uomini del Mullah Omar puntino tuttora ad una riconquista completa e totale del potere, che sarebbe più difficile qualora nel paese continuassero ad operare truppe della Nato, e degli Stati Uniti in particolare.

I negoziatori della Shura di Quetta sono in chiara posizione di forza. Hanno intuito le intenzioni dell’amministrazione americana, che sta abbandonando l’Afghanistan al proprio destino, riservandosi solo di monitorare il teatro di quanto basta per stroncare qualsiasi tentativo qaedista di rilanciare la sfida agli Stati Uniti. Che abbiano ragione lo prova anche il fatto che a stretto giro di posta Obama sia riuscito ad ottenere Hamid Karzai il riconoscimento che è comunque necessario avviare un negoziato a Doha. Il presidente afgano ha quindi veramente di che preoccuparsi. Ed è emblematico che proprio mentre l’America apre ufficialmente alla prospettiva negoziale, il comandante sul campo dell’Isaf, generale Joseph Dunford, affermi che tutti i risultati conseguiti finora sono a rischio. Ha in effetti verosimilmente ragione. E non vi sono dubbi che le forze armate statunitensi non gradiscano affatto l’approccio dello “smart power” cui paiono improntarsi le scelte più importanti dell’amministrazione Obama.

In parte, ciò si verifica di sicuro per un difetto di comprensione. I ritiri sono infatti scambiati dai militari per debolezza, nel migliore dei casi una specie di ripiegamento neo-isolazionista degli Usa su se stessi, quando non ne suscitano l’aperta opposizione perché riducono il potere del Pentagono, cresciuto a dismisura sotto George Walker Bush, all’ombra della “guerra globale al terrorismo”. Non è un caso che la più recente pubblicistica d’oltreoceano abbia iniziato a dipingere i generali americani come i veri “insurgent” emersi in questi anni di lungo confronto con il terrorismo a matrice islamica.

In realtà, tuttavia, un ripiegamento completo occidentale dall’Afghanistan costituirebbe un problema soprattutto per le potenze regionali dell’area, e quelle emergenti più in generale, come Cina, India, Iran, Pakistan e Russia, che dovrebbero farsi carico della gestione del buco nero afgano e fronteggiare l’espansione del narcotraffico che potrebbe impossessarsene. Rafforzerebbe perciò in termini relativi gli Stati Uniti. Sarebbe inoltre certamente un danno anche per l’Europa, che perderebbe ulteriori posizioni nell’Asia centro-meridionale, forse con la sola eccezione della Germania, che non a caso ha fatto sapere di esser disponibile a rimanere nella regione settentrionale afgana anche dopo il 2014.

Ovviamente ne risentirebbe fortemente la Nato, che sulla missione afgana ed il suo successo aveva puntato non poco per tornare rilevante al calcolo geopolitico Usa. Si spiega proprio alla luce di questa considerazione anche il tentativo di prorogare l’impegno in Afganistan sotto nuove spoglie, fatto poche settimane fa durante la più recente riunione del Consiglio Nord Atlantico in formato ministri della Difesa, nella quale è stato approvato il concetto operativo della missione che dovrebbe succedere all’Isaf, Resolute Support.

Resolute Support potrebbe in effetti non veder mai la luce, a questo punto, perché esistono pochi dubbi circa il fatto che le opinioni pubbliche europee non tollererebbero di mantenere truppe in un paese che fosse nuovamente governato, anche in regime di coalizione, da un movimento come quello dei talebani, quantunque opportunamente sottoposto ad un’operazione cosmetica di maquillage.

E’ molto probabile, peraltro, che ai negoziati con gli Usa si associ ad un certo punto anche una trattativa interna, seppure diversa da quella immaginata a Kabul da Karzai e dai suoi alleati locali. La attiverebbero, infatti, proprio i talebani alle spalle del presidente afgano, per evitare che il loro ritorno al potere si associ ad una ripresa della guerra civile da loro combattuta negli anni Novanta contro l’Alleanza del Nord. Ai “signori della guerra”, in particolare a quelli uzbeki come Rashid Dostum, e persino a quelli tagiki, potrebbero essere offerte generose forme di autonomia, alla quali non potrebbe aspirare alcun alleato pashtun di Karzai. Si avrebbe allora quell’Afghanistan federale di cui molti parlano da qualche anno, con i talebani padroni di metà del paese, sostanzialmente la parte meridionale ed orientale, ed i loro avversari di sempre lasciati da parte e tranquilli al Nord, forse con la sola eccezione degli Hazara, invisi a tutti perché sciiti.