Atlantide
17.06.2013 - 19:46
Analisi
 
Iran: significato ed implicazioni di una svolta
Roma, 17 giu 2013 19:46 - (Agenzia Nova) - Dalle urne iraniane per le presidenziali è emerso un risultato a sorpresa, che per certi versi è un vero e proprio trionfo della celebrata capacità sciita di mascheramento delle intenzioni. Non solo non è uscito vincitore il candidato per il quale simpatizzava la Guida suprema della rivoluzione, l’ayatollah Ali Khamenei, ma ha prevalso Hassan Rohani: un religioso sul quale gli ex presidenti Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e Mohammed Khatami avevano chiesto negli ultimi giorni di far convergere le preferenze, trasformandolo di fatto nel leader dei moderati e riformatori iraniani.

Gli elettori hanno dato una risposta massiccia al loro appello, conferendo a Rohani la vittoria al primo turno, con il 50,68 per cento dei voti, mentre i candidati conservatori sono andati complessivamente male, compreso Mohammed-Bagher Qalibaf, che ha raccolto ben pochi consensi fuori dalla sua Teheran, fermandosi ad un deludente 16,5 per cento. Fallimentare è stata specialmente la performance di Saeed Jalili, giunto terzo, che ha pagato una campagna elettorale grigia e che non avrebbe raggiunto il ballottaggio neanche se Rohani si fosse fermato al di sotto della soglia magica del 50 per cento più uno dei voti validi.

Il risultato si presta a molteplici considerazioni di varia natura. E’ chiaro, intanto, che il fronte conservatore aveva sottovalutato l’insoddisfazione degli iraniani per gli effetti dell’isolamento internazionale in cui è precipitato il loro paese dopo l’imposizione delle sanzioni che hanno ridotto ad un terzo l’export di greggio della repubblica islamica. Da tempo, poi, nella società iraniana si andavano accumulando segni di insofferenza e voglia di cambiamento assai simili a quelli osservati nei paesi interessati dalla “primavera araba”: molti reportage avevano ad esempio narrato di una rivoluzione dei costumi sessuali in atto tra i giovani a Teheran. A fronte di tutto questo, il sistema politico iraniano ha dato prova di una insospettabile flessibilità, che si spiega ammettendone la natura fondamentalmente democratica: piaccia o non piaccia, quelle iraniane sono state infatti elezioni vere. Con un’autentica competizione che ha sovvertito i pronostici e ci restituisce un’immagine per certi versi scomoda della repubblica islamica. Se è vero, infatti, che l’architettura istituzionale dei poteri iraniana contempla la presenza di un’istanza superiore, di natura teocratica, che in caso di controversie prevale sulle magistrature elettive, invalidandone le scelte, è non meno vero che in Iran esiste una dialettica semplicemente inimmaginabile presso i propri vicini.

Retrospettivamente, proprio per questo motivo è persino possibile rivalutare la legittimità della consultazione di quattro anni fa, quando il successo riportato da Mamoud Ahmadinejad fu interamente attribuito all’effetto dei brogli, malgrado anche la “Washington Post” avesse ammesso di possedere sondaggi riservati che avevano anticipato l’esito di quel voto.

Il successo di Rohani è stato salutato da massicce manifestazioni di giubilo, che hanno interessato specialmente le maggiori città e nelle quali è stato spesso udito, accanto a quello del neo-presidente, il nome di Rafsanjani. L’entusiasmo è comprensibile, ma pare francamente sproporzionato, almeno sotto il profilo interno. Rohani è dopotutto un esponente del clero, e prese parte alla repressione dell’Onda Verde, la contestazione seguita alle elezioni di Ahmadinejad. Pur avendo fatto molte promesse di emancipazione alle donne durante la sua spumeggiante campagna elettorale, non potrà assumere alcuna iniziativa efficace che concerna l’abolizione dell’obbligo del velo, sul quale l’ultima parola spetta ai Guardiani ed alla Guida suprema.

Più importante, tuttavia, è valutare le conseguenze internazionali dei risultati del voto iraniano. I dossier d’immediato interesse, naturalmente, concernono Siria ed ambizioni nucleari della repubblica islamica. Ma la questione fondamentale riguarda le prospettive di una possibile riconciliazione tra Iran e Stati Uniti, che non hanno relazioni diplomatiche formali dall’epoca dell’assalto all’ambasciata americana di Teheran e della presa in ostaggio del personale che vi lavorava, nel 1979.

Sul punto, va notato come il detentore del potere effettivo sia però la Guida suprema, alla quale fanno capo tutti i maggiori organismi che si occupano della politica di sicurezza nazionale. E’ quindi assai improbabile che Teheran faccia marcia indietro. Rohani è stato il negoziatore nucleare del presidente Khatami, esperienza che è stata alla base di un suo volume. Probabilmente modificherà il proprio approccio, in modo tale da rendere più difficile alla comunità internazionale il respingimento dell’ambizione iraniana a produrre energia nucleare. Ma nella sostanza non vi saranno rinunce. Il programma dovrebbe quindi comunque andare avanti, interpretando del resto aspirazioni profonde che datano dai tempi dello Scià, magari con la tacita intesa che l’Iran non effettui mai un test che lo dichiarerebbe potenza nucleare militare. Nella primavera del 2009, il presidente Usa Barack Obama fece intendere di considerare uno status di ambiguità nucleare simile a quello israeliano il possibile punto di caduta di un compromesso tra Stati Uniti e repubblica islamica. Questa prospettiva si fa adesso più concreta.

Potrebbero derivarne implicazioni rilevanti anche per le possibilità di ricomporre il conflitto civile che insanguina la Siria da oltre due anni. Nel contesto di una riconciliazione con l’Iran, infatti, gli Stati Uniti potrebbero adesso essere più inclini a considerarne con maggior simpatia gli interessi a Damasco. Non si tratterebbe neanche di una vera concessione, perché obiettivo di Washington in Medio Oriente non è certamente favorire l’ascesa della Turchia al rango di potenza egemone nella regione, ma piuttosto la realizzazione di un equilibrio autosufficiente di potenza. Turchia, Arabia Saudita, Iran e Israele dovrebbero in qualche modo bilanciarsi a vicenda, stabilizzando l’area con un minimo apporto esterno americano.

Proprio per questo motivo, tra gli sconfitti delle presidenziali iraniane vi sono certamente anche il premier turco Recep Tayyip Erdogan ed il suo collega israeliano Benjamin Netanyahu. Tra i vincitori, si annoverano invece gli europei, ed anche l’Italia. Che ha un forte interesse nazionale alla riabilitazione dell’Iran.
 
Turchia: tensione altissima, Erdogan chiama a raccolta i sostenitori
Roma, 17 giu 2013 19:46 - (Agenzia Nova) - Al contrario di quanto ci si attendeva, la crisi in atto in Turchia non accenna affatto a rientrare, cosa che per il momento dà torto a chi ha cercato di sminuirne la portata. Tornato in patria da una visita che lo aveva impegnato per alcuni giorni nel Maghreb, il premier Recep Tayyip Erdogan è infatti passato alle vie di fatto, ordinando alla polizia di attaccare a Piazza Taksim per ottenerne lo sgombero. Ne sono derivati incidenti significativi, anche perché c’è chi afferma che prima di intervenire con i gas lacrimogeni ed i cannoni ad acqua contro i manifestanti, la polizia avesse provveduto ad infiltrare con propri agenti i dimostranti, per addossare loro la responsabilità delle violenze.

Alla ripulitura di Piazza Taksim hanno fatto seguito alcune ore di calma, grosso modo un giorno. Poi, nel corso del weekend, i manifestanti hanno cercato di riprendere l’iniziativa, tanto ad Istanbul quanto ad Ankara, determinando lo scoppio di nuovi scontri con le forze dell’ordine, che non hanno esitato a ricorrere ad agenti irritanti, come la cosiddetta “acqua gialla”. Il premier turco ha infine deciso di contendere le strade ai dimostranti dell’opposizione, convocando a sua volta una grande manifestazione in proprio sostegno, alla quale in effetti ha aderito una massa impressionante di persone. La circostanza conferma tutta la pericolosità di una situazione che vede confrontarsi le due anime della Turchia: quella che è disponibile ad assecondare Erdogan nel suo progetto di re-islamizzazione della società, e la parte che invece intende resistervi.

Stanno adesso entrando in campo anche i maggiori partiti d’opposizione ed i sindacati. La situazione si fa quindi complessa, anche se lo stato turco appare forte quanto basta per non essere travolto dagli eventi. Sta però crescendo la probabilità che Erdogan debba fronteggiare una sfida interna al suo partito, l’Akp, magari ad opera del presidente Abdullah Gul, che da tempo si è smarcato dal premier e sta approfittando di questo suo momento di difficoltà interna ed internazionale per accreditarsi come uomo del dialogo.

Non c’è comunque alcun dubbio che l’immagine del premier turco abbia sofferto un sensibile appannamento. Forse non tanto presso gli ambienti vicini alla Fratellanza Musulmana, che invece hanno ripreso a considerarlo con simpatia, quanto invece in Occidente ed in particolare negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna, paesi già poco inclini ad assecondare l’ascesa di Ankara al rango di potenza egemone del Medio Oriente, che potrebbero vedere in questa crisi un’opportunità per ridimensionarla. Esattamente come Israele, che sembra intenzionato ad investire importanti risorse nello sfruttamento delle attuali difficoltà di Erdogan.

E’ di queste ore la notizia che Tamir Pardo, il direttore del Mossad, il potente servizio segreto israeliano, ha visitato lo scorso 10 giugno Ankara, consegnando al proprio omologo un voluminoso dossier dedicato ai promotori delle manifestazioni che stanno avendo luogo nelle principali città turche. Pare che vi si evidenzi il ruolo svolto da agenti infiltrati da Siria ed Iran. Probabilmente, si tratta di disinformazione. Quello che conta è che Tel Aviv sta spregiudicatamente cercando di creare una specie di dipendenza del premier turco dal proprio supporto, per condizionarne in qualche modo le scelte future. Mentre il Mit, i servizi segreti turchi, controparte istituzionale del Mossad in questo dialogo bilaterale, assume sempre di più le vesti di un servizio ad uso e consumo dell’Akp e del suo leader attuale, l’asse privilegiato appena rinsaldato da Tel Aviv potrebbe assumere un significato del tutto particolare ed imprevisto.