Atlantide
05.06.2013 - 11:26
Analisi
 
Turchia: difficile equilibrio fra modernizzazione e Islam
Roma, 5 giu 2013 11:26 - (Agenzia Nova) - L’impressionante ondata di disordini che ha sconvolto negli ultimi giorni le maggiori città della Turchia ha sorpreso non pochi osservatori. Eppure, i sintomi di disagio si stavano accumulando da settimane ed uno sfogo dovevano pur trovarlo. Alla radice delle proteste sembra esserci, al di là dei motivi contingenti che hanno scatenato le dimostrazioni, soprattutto un elemento di fondo: la rottura del delicato equilibrio tra la modernizzazione e le tendenze alla re-islamizzazione, che il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) era sembrato in grado di assicurare indefinitamente, grazie ai successi riportati in campo economico e ad una politica estera di prestigio.

Nessuno ignorava che accanto alla Turchia disposta a scommettere sulla riscoperta delle proprie origini e della sua “profondità strategica” sopravvivesse anche un vasto ceto secolarizzato e poco incline a rinunciare alle conquiste civili del kemalismo. Ma la leadership del premier Recep Tayyip Erdogan e le sue realizzazioni parevano in grado in qualche modo di accontentare tutti. Il richiamo all’Islam aveva trovato espressione soprattutto sul piano diplomatico, dando soddisfazione anche al forte sentimento nazionale dei turchi. Il meccanismo, però, si è chiaramente inceppato.

E’ difficile, al momento, stabilire precisamente quale ingranaggio abbia smesso di funzionare, ma il rallentamento dello sviluppo ha molto probabilmente avuto un ruolo importante nella gestazione della crisi. La crescita è scesa dall’8 al 2 per cento: un dato di sicuro invidiabile alle nostre latitudini, ma non altrettanto in Turchia, dove l’attuale governo ha promesso di fare del paese una delle potenze guida del pianeta entro il 2023, generando grandi aspettative di riscatto immediato. Sulla frenata del reddito turco hanno a loro volta inciso difficoltà straordinarie, in larga misura al di fuori del controllo di Ankara, ma non per questo ininfluenti sulle dinamiche del consenso interno. In primo luogo, è evidente come la Turchia abbia scontato gli effetti della recessione europea, che ha ridotto la domanda aggregata di uno dei fondamentali mercati di destinazione dei prodotti turchi. Li stanno del resto subendo persino tedeschi e cinesi. Ma non va sottovalutato neanche l’apporto dato al raffreddamento relativo dell’economia della Turchia dalle conseguenze della pronunciata instabilità mediorientale e mediterranea degli ultimi anni, che è sfociata nello scoppio di due aspri conflitti civili, in Libia e in Siria, quest’ultimo ancora in corso.

Ankara ha cercato di ovviare a questa situazione espandendo la propria presenza commerciale ed imprenditoriale in Africa: una scelta strategica che peraltro risponde anche ad una logica geopolitica di accrescimento dell’influenza nazionale. Significativamente, le celebrazioni internazionali dell’Africa Day, tradizionalmente fissate per il 25 maggio, quest’anno nella capitale turca sono iniziate quattro giorni prima. Ed è non meno emblematico che lo stesso premier Erdogan non abbia voluto cancellare una complessa missione politico-economica nel Maghreb, malgrado i gravi problemi insorti sul piano interno.

Le “primavere arabe” hanno poi costretto la diplomazia turca a scelte difficili, non prive di ricadute indesiderate. Rivolte e rivoluzioni hanno in effetti dischiuso ampi spazi a chi in Turchia pensava di fare dell’Akp una sorta di partito-guida della Fratellanza Musulmana in ascesa, ma il proposito di andare ad occupare tali spazi ha generato un’ostilità tanto diffusa quanto imprevista. L’accoglienza riservata dagli egiziani al premier Erdogan in visita al Cairo è stata ad esempio a dir poco tiepida. E in non pochi paesi arabi i turchi hanno iniziato ad esser accusati di covare ambizioni neo-ottomane. Su questa posizione si è attestato con un certo successo anche il presidente siriano Bashar al-Assad, le cui sorti sono state all’origine di uno dei più clamorosi voltafaccia operati da Erdogan da quando ha assunto le redini del governo di Ankara. Dopo aver professato per anni amicizia nei suoi confronti, infatti, il premier turco si è posto alla testa del raggruppamento degli stati più risoluti nel sostenere la causa dell’insurrezione, con l’obiettivo di insediare a Damasco un esecutivo emanazione della Fratellanza Musulmana, in grado di capovolgere a vantaggio della Turchia e contro l’Iran gli equilibri di potenza regionali.

Tale atteggiamento ha però reso visibili le ambizioni di Ankara, determinando una complessa sequela di reazioni, riposizionamenti e contromisure che ha finito con il coinvolgere potenze del calibro di Iran ed Israele, Arabia Saudita e Russia, oltre all’Europa occidentale e gli Stati Uniti. Ne è derivata una catena di eventi che è ben lungi dal potersi considerare prossima alla conclusione. Il gioco, in breve, si è fatto più difficile di quanto anticipato, suscitando frustrazioni ed un malcontento che ha raggiunto l’apice con l’imposizione della rappacificazione con Israele da parte del presidente statunitense Barack Obama. Tale sviluppo ha infatti comportato la negazione della matrice identitaria della politica estera di Erdogan e deve aver contribuito non poco a persuaderlo della necessità di compensarlo promuovendo l’accelerazione del processo di re-islamizzazione della società turca.
 
Turchia: la re-islamizzazione accelerata come antidoto ai fallimenti della politica estera
Roma, 5 giu 2013 11:26 - (Agenzia Nova) - Dopo lo scacco subìto in Libia, il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha cercato di rifarsi scommettendo sull’affermazione generalizzata dell’Islam politico, sperando di giovarsi anche del supporto dell’amministrazione del presidente Usa Barack Obama, che riteneva muoversi sulla stessa lunghezza d’onda. Ma il suo tentativo di assumere la tutela del giovane regime egiziano guidato da Mohammed Morsi si è scontrata con forti risentimenti al Cairo ed è sostanzialmente abortito. Perfino Hamas, causa immediata della rottura dell’alleanza tra Israele e Turchia nel 2010 dopo l’attacco dei commando di Tsahal alla Freedom Flotilla in rotta per Gaza, ha preferito il sostegno del Cairo a quello offerto di Ankara, con l’effetto ultimo di escludere completamente Erdogan dai negoziati che hanno posto termine al breve conflitto combattuto nella Striscia nello scorso autunno.

Il cerchio si è quindi chiuso in Siria, scacchiere sul quale il premier turco è riuscito in un colpo solo ad inimicarsi contemporaneamente Arabia Saudita, Iran ed Israele, perdendo così gran parte dei margini di manovra di cui aveva precedentemente disposto. La politica degli “zero problemi con i vicini”, perseguita tenacemente dal ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, si è così trasformata nel suo contrario: “zero vicini senza problemi”. Tanto che, attualmente, forse il solo Qatar può considerarsi vicino ad Ankara.

Verosimilmente, Erdogan immaginava di poter costruire intorno al rovesciamento del regime di Damasco un nuovo Medio Oriente a misura delle esigenze e degli interessi di Ankara. Ma l’amministrazione Obama non lo ha assecondato, sia per non rafforzare eccessivamente la Turchia – di suo Washington persegue la politica del “balance of power” e non favorisce mai di proposito l’avvento di egemonie regionali suscettibili di creare delle potenze rivali – sia per il timore di dar nuova linfa ad un jihadismo improvvisamente risorto a Bengasi dalle sue ceneri.

Il collasso definitivo del progetto è arrivato proprio con l’ingiunzione del presidente Obama, che da Tel Aviv ha imposto ad Ankara di accettare la riconciliazione offerta dallo stato ebraico per i fatti della Mavi Marmara. Ai più – ma non a tutti – le scuse presentate da Tel Aviv erano parse sul momento una grave sconfitta di Benjamin Netanyahu: è adesso sempre più chiaro come fosse vero il contrario. Si è trattato infatti di un grande successo israeliano, ancorché opportunamente celato da una spessa coltre propagandistica, perché il ripristino dell’asse israelo-turco ha finito con l’assestare un colpo micidiale all’ambizione di Ankara di assumere la tutela internazionale della causa palestinese ed un ruolo guida in tutto il Medio Oriente. Non potendo più condurre una politica estera nel segno della promozione dell’Islam sunnita, per assicurare una prospettiva al suo governo, ad Erdogan non è rimasta altra carta da giocare che l’accentuazione del profilo identitario della sua politica interna. Ed i nodi sono venuti fatalmente al pettine, facendo affiorare un vasto movimento di opposizione ed aprendo delle crepe anche ai vertici dell’Akp, dove ora all’intransigenza del premier fa da contraltare la disponibilità al dialogo dimostrata dal suo maggiore rivale, il presidente Abdullah Gul, ritenuto maggiormente legato alle visioni più tolleranti propagate dalla confraternita di Fetullah Gulhem.
 
Turchia: verso un più acuto dualismo tra Abdullah Gul e Recep Tayyip Erdogan
Roma, 5 giu 2013 11:26 - (Agenzia Nova) - La probabile spiegazione del colpo d’acceleratore impresso dal premier turco Recep Tayyip Erdogan alla re-islamizzazione del paese sta nell’esigenza di compensare sul piano interno gli insoddisfacenti risultati ottenuti sul piano diplomatico, con una serie di misure “identitarie” che hanno concorso a determinare il clima entro il quale ha preso forma la rivolta di questi giorni. Prima, il giro di vite alle effusioni pubbliche dei giovani – che hanno scatenato la protesta del “bacio di massa” nella metropolitana della capitale – quindi l’attacco alla vendita degli alcoolici, voluto per “rieducare” i turchi a costumi moralmente più sani, ed infine l’infelice idea di ristrutturare piazza Taksim ad Istanbul, costruendovi un complesso commerciale e religioso reminiscente di un vecchio centro militare ottomano, distrutto a suo tempo da Mustafà Kemal perché all’origine di un estremo tentativo di restaurare il Sultanato: scelta che è stata materialmente all’origine dei moti di piazza.

Erdogan ha reagito alle prime vere contestazioni della sua lunga esperienza ai vertici della politica turca facendo ricorso alla forza. E la polizia non è andata per il sottile – impiegando sfollagente, potenti cannoni ad acqua e, soprattutto, agenti irritanti pericolosi che sono costati la vista a più di un manifestante – anche perché poteva contare sulla passività di un esercito ormai sottomesso, al contrario di quanto era accaduto nel 2011 in Egitto e Tunisia. Proprio per l’atteggiamento neutrale delle Forze Armate, è probabile che la strategia prescelta da Erdogan prevalga, almeno nell’immediato, e che la crisi in qualche modo rientri. Le istituzioni turche sono solide e reggeranno. Ma il prezzo che il premier e l’Akp dovranno pagare sarà con tutta probabilità pesantissimo. Le censure internazionali sono state tante e soprattutto di rilievo, comprendendo quelle degli Stati Uniti e del Foreign Office britannico, che hanno sollecitato Erdogan a mantenere i nervi saldi, ricordandogli tra l’altro come il rispetto del dissenso sia un pilastro della democrazia. Più significativo ancora è il fatto che tali accuse abbiano trovato un’eco anche all’interno della dirigenza dell’Akp, dove le hanno raccolte e rilanciate proprio il presidente Gul ed il vicepremier Bulent Arinc.

Inoltre, e questo è in prospettiva il danno più grave per Ankara, è venuta meno l’attrattiva di un modello: l’illusione della declinazione moderata dell’Islam politico proposta dalla Turchia, la “Islam Light” che tanta presa aveva esercitato all’interno del mondo musulmano sunnita, ancor prima delle “primavere arabe”, seducendo gli Usaed una parte significativa dei governi europei. Il mito di una Dc musulmana sul Bosforo, comunque vadano a finire i disordini, è ormai in frantumi, come ha riconosciuto un inviato esperto e navigato del calibro di Alberto Negri.

L’Akp può forse ancora tentare di arginare questa deriva letale ,ed è probabile che lo faccia: non a caso, il presidente Gul, in realtà da tempo rivale di Erdogan, sta cercando di accreditare un profilo di sé più conciliante, ad esempio affermando che il messaggio delle piazze è stato recepito, mentre il premier si ostinava a dimostrare tutta la sua intransigenza, affermando dal Maghreb di non comprendere il senso delle dichiarazioni rese dal suo capo dello stato. Non è quindi da escludere che il dualismo tra le massime cariche della repubblica turca possa acuirsi e provocare con il tempo un’inversione dei ruoli tra di loro: un “arrocco” alla russa, ma a differenza di questo non programmato e di certo molto umiliante per Erdogan.