Corno d'Africa
04.06.2013 - 11:03
Analisi
 
Egitto-Etiopia: la diga sul Nilo Azzurro e i dubbi del presidente Morsi
Roma, 4 giu 2013 11:03 - (Agenzia Nova) - Il governo etiopico ha avviato i lavori di deviazione del corso del Nilo Azzurro nei pressi del confine con il Sudan, nella regione di Benishangul – Gumaz, a circa 500 chilometri a nord ovest della capitale Addis Abeba. La temporanea alterazione del corso del fiume è necessaria per la realizzazione della più grande diga d’Africa, la Great Ethiopian Renaissance Dam, con i suoi 1.800 metri di lunghezza, 170 di larghezza ed un volume complessivo di 10 milioni di metri cubi, per una potenza installata di 6.000 megawatt ed una produzione di energia elettrica di oltre 15 mila gigawatt annui. La nuova diga etiopica, che arriverà a contenere 63 miliardi di metri cubi d’acqua, ha naturalmente un importante valore energetico per l’Etiopia e per il vicino Sud Sudan, e può diventare un importante fattore di sviluppo regionale. O quanto meno, fare di Addis Abeba un importante hub di produzione energetica, puntando sulla particolare orografia del paese, che ne fa la “torre d’acqua” dell’Africa.

Ma le questioni del controllo della portata d’acqua del fiume Nilo hanno da sempre un elevato valore politico-strategico, e tendono ad essere sfruttate spesso in senso retorico-nazionalista. La stessa secessione del Sud Sudan ha in qualche modo portato a rendere anacronistici gli accordi dell’epoca coloniale e post-coloniale che prevedevano una complessa serie di garanzie idriche ai paesi lungo il corso del Nilo, ed in particolare all’Egitto. Il Cairo è, assieme al Sudan, il paese maggiormente coinvolto dagli effetti delle politiche idriche del governo etiopico. Il Sudan è però sembrato maggiormente propenso dell’Egitto a raggiungere un accordo con Addis Abeba sulla Renaissance Dam, fino ad affermare, per bocca del ministro degli Esteri di Khartum “la mancanza di un impatto negativo per il Sudan” dall’opera idraulica.

Più complessa è stata la reazione in Egitto, dove il presidente Mohammed Morsi è stato accusato sia dai salafiti e dall’opposizione islamista che da quella nasseriana di aver adottato una linea troppo morbida nei confronti dell’Etiopia, i cui progetti sulle acque del fiume Nilo metterebbero a repentaglio la sicurezza idrica e quella nazionale del paese. Non sono mancati appelli al tradimento degli interessi nazionali egiziani e la richiesta di attuare misure ritorsive economiche o militari contro l’Etiopia, specialmente da parte della sinistra nasseriana, che è arrivata anche ad invocare il boicottaggio del transito per il canale di Suez di navi dei paesi che collaborano con l’Etiopia nella costruzione della diga, ovverossia Italia e Cina.

Nonostante le posizioni diverse all’interno del governo e le accuse di sottovalutazione delle conseguenze ambientali e strategiche per l’Egitto da parte di vari settori della società egiziana e dell’opposizione, con proteste sotto l’ambasciata di Addis Abeba al Cairo, il presidente Morsi ha preferito non sollevare un contenzioso sul regime delle acque, né sul piano bilaterale né su quello delle organizzazioni regionali, finendo per dichiarare che la costruzione della nuova diga “non influirà negativamente sulla quota di acqua del Nilo riservata all’Egitto” dagli accordi internazionali. Dando così il via libera internazionale al progetto. Il Cairo dovrebbe essere riuscito ad ottenere alcune garanzie politiche soprattutto su alcuni aspetti tecnici del progetto, come il riempimento del nuovo bacino, ed in particolare rassicurazioni sulla lentezza della formazione della nuova riserva idrica. Se essa fosse fatta velocemente ed in pochi anni, finirebbe infatti per produrre gravi effetti sui paesi a valle, riducendo drasticamente la quantità di acqua disponibile.

Complice la debolezza egiziana e il momento di particolare favore su cui l’Etiopia può contare con il forte sostegno inglese e statunitense, le prevedibili resistenze dei paesi del corso del Nilo sono state tutt’altro che vigorose. La gestione politica della costruzione della Great Ethiopian Reneissance Dam, conferma il momento favorevole della crescita politco-strategica dell’Etiopia ed il suo crescente ruolo nell’Africa sub-sahariana, con ripercussioni dirette su quella mediterranea. I discordanti e scarni studi tecnici sull’impatto idrico ambientale del progetto non consentono di fare adeguate previsioni sui possibili danni rilevanti che Sudan ed Egitto potranno subire dall’opera. Da un punto di vista strategico, l’Etiopia si sta creando una possibilità di influire, anche arbitrariamente e per motivi politici, sul regime delle acque del Nilo, mettendosi in condizione di influire sulla politica egiziana. L’Egitto si troverà difatti nei prossimi decenni a dover far fronte ad un problema di sostenibilità idrica della propria crescita di popolazione, con alcune stime che la danno attorno ai 150 milioni di abitanti per il 2050.

Secondo l’Istituto per la pianificazione nazionale egiziano, per sostenere tale crescita, l’Egitto avrà bisogno di un aumento di circa il 50 per cento della quota di acque del Nilo su cui il Cairo può attualmente contare nel presente regime. Il fattore idrico rende dunque sempre più interdipendenti i due paesi. Il rapporto tra Egitto ed Etiopia appare perciò destinato a diventare sempre più stretto e rilevante, aprendo la via a scenari sia di possibile cooperazione politico strategica che di accesa conflittualità.