Atlantide
26.04.2013 - 16:02
 
 
ANALISI
 
Terrorismo: emerge una pista islamista negli attentati di Boston, ma permangono incertezze
Roma, 26 apr 2013 16:02 - (Agenzia Nova) - Le bombe scoppiate il 16 aprile scorso alla maratona di Boston non dovevano essere le uniche, ma aprire una sequela di attentati terroristici nella principale città del Massachusetts. Gli artefici dell’attacco – i fratelli ceceni Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev - sono stati individuati con sorprendente rapidità, anche grazie alla straordinaria quantità di tracce lasciate. Come già in Inghilterra otto anni fa, particolarmente importanti ai fini delle indagini si sono rivelate le immagini raccolte dai numerosi sistemi di videosorveglianza installati dai privati per proteggersi dalle attività della criminalità comune. Allo stato dell’inchiesta, comunque, molti elementi permangono oscuri. Qualche punto fermo è tuttavia stato acquisito.

Innanzitutto, è stata esclusa con ragionevole certezza la matrice interna, invero già abbastanza inverosimile sin dall’inizio, malgrado l’accreditassero alcuni analisti. La rendeva poco credibile una serie di fattori, a partire dalla bassa qualità dei materiali impiegati: i terroristi di destra statunitensi, nemici del Big Government, hanno molte ragioni di cui lagnarsi con il presidente Barack Obama, incluso il suo sostegno ad una controversa legge sulla limitazione del commercio nazionale di armi (peraltro già silurata), ma di solito sono persone facoltose o comunque tendenzialmente dotate di arsenali molto sofisticati. Avrebbero usato potenti esplosivi, come Timothy McVeigh a Oklahoma City, o fucili da cecchinaggio, come fanno spesso i folli che insanguinano le scuole e le università degli Stati Uniti. Non certo ordigni improvvisati come quelli cui ricorrono i talebani in Afghanistan, forse realizzati addirittura utilizzando fuochi d’artificio. Non convinceva troppo neanche la ricerca ostentata della copertura mediatica, inusuale nei “suprematisti” ed invece così tipica del jihadismo, che vuole “bucare il video” e colpisce simboli per ottenere visibilità.

Naturalmente, una cosa è individuare la matrice islamista dell’atto terroristico perpetrato a Boston, altro è istituire un collegamento con il network transnazionale qaedista, che ha subìto colpi terribili negli ultimi tre anni e non pare effettivamente più da tempo nelle condizioni di infliggere danni catastrofici ai suoi avversari. Per questo, sembra possibile apparentare l’attentato alla maratona e ciò che ne è seguito agli attacchi terroristici islamisti dell’estate 2005 a Londra (quelli falliti del 21 luglio più di quelli riusciti di due settimane prima). Non certo alle Torri Gemelle o a Madrid. Vi è però anche chi ipotizza due ulteriori possibilità, di cui si darà brevemente conto di seguito.

Gli israeliani di Debka, ad esempio, hanno ventilato l’ipotesi che i due fratelli ceceni fossero in realtà dei collaboratori dell’Fbi sfuggiti al controllo della polizia federale Usa, un po’ come accadde lo scorso anno in Francia, con Mohammed Merah, infiltrato dall’intelligence transalpina negli ambienti islamisti dell’Esagono e ciò malgrado resosi responsabile di odiosi attentati a Tolosa e Montauban. L’altra ipotesi è che ad orchestrare l’attacco siano stati in realtà i servizi di una potenza straniera terza, magari interessata in qualche modo ad alterare l’agenda della politica estera di Washington, ad esempio per rilanciare il paradigma della Global War on Terror o riavvicinare in qualche modo Stati Uniti e Russia.

Quest’ultima eventualità, evidentemente gravissima, pare tuttavia poco probabile. Gli israeliani non hanno più interesse a modificare un approccio che sta già mutando di suo. Sauditi ed iraniani non hanno lasciato alcun indizio che punti nella loro direzione. Quanto alla Russia, molteplici testimonianze di parte statunitense danno conto delle sollecitazioni da parte di Mosca a stabilire un controllo più forte sugli elementi della diaspora caucasica riparati all’estero, alle quali le autorità Usa hanno risposto picche negli scorsi anni. Soltanto il tempo chiarirà quali obiettivi davvero perseguisse la cellula islamista cecena entrata in azione nel Massachusetts.
 
Medio Oriente: gli Stati Uniti paiono confermare il mutamento della loro politica
Roma, 26 apr 2013 16:02 - (Agenzia Nova) - Meritano di essere segnalati i nuovi movimenti della diplomazia statunitense in Medio Oriente, perché paiono confermare la svolta impressa da Washington alla dinamica delle relazioni regionali, con effetti che potrebbero essere veramente profondi e rilevanti, a partire dallo scacchiere siriano. Dal gennaio 2011, Washington aveva in effetti accentuato le proprie distanze da Israele, assumendo iniziative di deciso sostegno alla “primavera araba” ed all’ascesa al potere dell’Islam politico in Nord Africa e parte del Medio Oriente. Si è molto speculato sulle ragioni che avevano indotto il presidente Barack Obama ad adottare questo approccio. L’ipotesi tuttavia più probabile è che l’amministrazione democratica stesse investendo in un rilancio dell’immagine degli Stati Uniti nel mondo musulmano per depotenziare il terrorismo islamista, cogliendo altresì l’occasione offerta dalle rivoluzioni nordafricane ed in particolare dalla guerra di Libia per far riemergere le tradizionali rivalità intra-europee, creando ostacoli all’avanzata del processo d’integrazione comunitaria.

Tale politica ha però subìto un deciso rallentamento a partire dallo scorso autunno: un po’ perché è venuta meno la necessità di contrastare la costituzione dell’Unione europea in un rivale economico-finanziario, dopo l’esplosione della crisi dei debiti sovrani, ed un po’ anche perché, in seguito all’assassinio dell’ambasciatore statunitense in Libia, sono venute meno molte certezze riguardo all’ascesa dell’Islam politico come antidoto al terrorismo jihadista. I nodi sono comunque venuti al pettine in Siria, a causa della crescente forza dimostrata sul campo dalle forze dell’insurrezione più vicine all’arcipelago al Qaeda, come il Fronte Al Nusra, particolarmente potente nelle regioni settentrionali siriane, e probabilmente artefice anche del misterioso rapimento dei quattro giornalisti italiani sequestrati e poi rilasciati nei giorni scorsi: vicenda di cui si è poco parlato, sia per obiettive ragioni di sicurezza che, forse, per celare comprensibili motivi di imbarazzo al nostro governo, che da tempo sostiene contro i lealisti le forze ostili agli Assad.

Di qui, la prudenza dimostrata finora da Casa Bianca e dipartimento di Stato, che stanno agendo discretamente da qualche tempo per rafforzare le componenti meno radicali dell’insurrezione, senza però forzare sulla via che conduce all’intervento internazionale, sulla quale invece ben più attive sono state Turchia, Francia e Regno Unito. Ad Istanbul, nel corso di una visita passata da noi sotto silenzio a causa della concomitante rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica, di tale moderazione ha fatto nuovamente sfoggio il segretario di Stato americano, John Forbes Kerry, lasciando intravvedere le nuove linee guida della politica mediorientale statunitense.

I pilastri intorno ai quali parrebbe ruotare sono essenzialmente due. Da un lato, si ha come l’impressione che il presidente Obama punti a ricompattare l’Occidente anche nel Mediterraneo orientale: come l’Europa sarà chiamata a riavvicinarsi agli Usa dando vita all’area transatlantica di libero scambio, così anche la Turchia dovrà perfezionare la riconciliazione con Israele, che a questo punto sarebbe destinata ad accelerare. Il disordine non sarebbe più funzionale agli interessi di una Washington che si accinge ad integrare l’intera Europa nella sua sfera di prosperità.

E’ chiaro che i prezzi da pagare per questa operazione saranno per alcuni attori specialmente alti. Per il premier turco Recep Tayyip Erdogan, ad esempio, si tratterà di una svolta certamente problematica, giacché il riavvicinamento ad Israele priverà la spinta neo-ottomana turca di gran parte del proprio appeal. Ankara farà quindi di tutto per ridimensionarne formalmente la portata, ad esempio con la conferma della visita del capo del governo turco a Gaza, osteggiata dal Dipartimento di Stato. Ma alla fine anche la Turchia dovrà verosimilmente piegarsi.

Dall’altro lato, Washington accentuerà i propri sforzi per pervenire ad una soluzione politica del conflitto in atto in Siria, eliminando una sorgente di forte imbarazzo per la Turchia, senza tuttavia compromettere alcun interesse di sicurezza israeliano. Obama si sta infatti spendendo per restaurare le relazioni bilaterali con Tel Aviv. Ciò significa che il potere del regime di Damasco dovrà essere ridotto, senza consegnare però la Siria alla Fratellanza Musulmana, cosa che porrà finalmente un argine alle ambizioni del Qatar ed agli sforzi di Riad di venirne a capo fomentando ovunque il fondamentalismo salafita e wahabita.

I movimenti che si osservano da qualche tempo intorno alla Siria sembrano fatti apposta per facilitare il compromesso. La Coalizione nazionale siriana ha accettato ad Istanbul di aprire un negoziato tutto siriano con gli Assad, mentre soldati statunitensi stanno affluendo in Giordania, paese che ha appena annunciato l’apertura dei suoi cieli ai droni armati israeliani. Quest’ultimo fatto, dalla spiccata valenza politica, rappresenterà di sicuro una formidabile arma propagandistica nelle mani di Damasco, posto che il presidente Bashar al Assad ha sempre sostenuto di essere vittima di una macchinazione internazionale volta ad eliminare dalla scena un nemico conclamato dello stato ebraico (quantunque ciò sia nei fatti alquanto discutibile). Precostituisce perciò un elemento che ne rilancia potenzialmente l’immagine, altro fattore essenziale nella logica di un accordo politico che ponga fine alla guerra civile.

Un’operazione militare multinazionale non pare in effetti all’orizzonte. Quanto francesi ed inglesi affermano riguardo al possibile uso di armi chimiche da parte degli Assad contro la popolazione civile delle zone conquistate dagli insorti non pare aver trovato ascolto a Washington. Anzi, non appena al coro si sono aggiunti gli israeliani, l’amministrazione Usa ha pubblicamente preso posizione contro la veridicità e la certezza delle valutazioni attribuite all’intelligence di Tel Aviv, costringendo il premier Benjamin Netanyahu a smentirle. Il fatto è emblematico, essendo il ricorso alle armi chimiche da parte del regime siriano una delle “linee rosse” suscettibili di attivare le procedure per l’esercizio della “responsabilità di proteggere” da parte della comunità internazionale.

Sembra invece più probabile che si stiano gettando le premesse di una specie di nuova Dayton, alla quale potrebbero partecipare turchi, statunitensi, russi, iraniani ed, indirettamente, gli stessi israeliani. Con un po’ di fortuna, il processo potrebbe anche cristallizzarsi in un riassetto regionale più organico, cosa che sostanzierebbe addirittura una rivisitazione degli accordi Sykes-Picot con i quali Francia e Gran Bretagna si divisero a suo tempo le sfere d’influenza nel Levante. Londra e Parigi, naturalmente, questa volta non vi parteciperebbero, se non come comprimarie impotenti. Altri sarebbero infatti i protagonisti: le grandi potenze attuali, dell’area e non, anziché quelle coloniali del passato. Forse anche Teheran, specialmente se dalle urne iraniane uscisse prossimamente un presidente con cui dialogare più agevolmente.
 
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