Atlantide
16.04.2013 - 10:47
 
 
ANALISI
 
Corea del Nord: la crisi in stand by
Roma, 16 apr 2013 10:47 - (Agenzia Nova) - L’ipotesi che la crisi internazionale innescata dalle inattese minacce rivolte dalla Corea del Nord ai propri vicini ed agli Stati Uniti potesse culminare nel test di qualche missile intermedio, avanzata su questa rubrica alcuni giorni or sono, non si è ancora tradotta in fatti concreti. L’intervallo di tempo compreso tra il 10 ed il 15 aprile appariva quello più probabile per una mossa del regime di Pyongyang, in considerazione dell’invito a lasciare il paese rivolto al personale diplomatico accreditato e delle imminenti celebrazioni indette per il 101mo anniversario della nascita del fondatore della dinastia rossa che governa il paese. Invece, non è accaduto nulla.

La circostanza è motivo di sorpresa ed inquietudine. Naturalmente, nulla vieta d’immaginare che le autorità nord-coreane provvedano all’effettuazione di qualche lancio anche dopo il 15 aprile, ma l’impatto difficilmente sarà lo stesso di quello che si sarebbe registrato in questi giorni. L’impressione è di una retorica che sfuma e la probabilità di un’iniziativa che si attenua. Ciò nulla ci dice però su quanto avverrà d’ora in avanti, e soprattutto sulle ragioni che hanno indotto Pyongyang a dar prova nella realtà dei fatti di una moderazione tanto lontana dai toni accesi della sua propaganda.

Se l’escalation delle provocazioni è stata promossa dal giovane leader nord-coreano Kim Jong-un nell’intento di rafforzare le proprie credenziali nei confronti dei suoi militari, è probabile che dall’attuale inazione l’uomo forte di Pyongyang non tragga alcun beneficio, ma risulti piuttosto indebolito. Tanto più che almeno in apparenza la Corea del Nord si è fermata senza ricevere nulla in cambio.

Le scelte della leadership nord-coreana non sembrano in effetti per nulla coerenti rispetto ai probabili obiettivi perseguiti agitando lo spettro della minaccia nucleare. Kim potrà anche sostenere di aver monopolizzato l’attenzione del mondo intero con le proprie intimidazioni, in realtà vere e proprie rodomontate, ma in assenza di risultati tangibili rischia di aver compromesso quel minimo di credibilità di cui ancora godeva il suo stato. Persino in un paese chiuso come come la Corea del Nord, ritirate di questo tipo possono costare care. E’ perciò possibile che a determinare lo stallo sia stato un complesso di fattori molto più ampio di quello affiorato sulle fonti aperte.
 
Corea del Nord: gli effetti dispiegati dalle minacce di Pyongyang
Roma, 16 apr 2013 10:47 - (Agenzia Nova) - Le provocazioni di Pyongyang hanno avuto finora almeno due ordini di conseguenze maggiori. In primo luogo, hanno calamitato nella regione adiacente alla penisola di Corea una grande quantità di asset militari statunitensi. Non solo navi, aerei e missili intercettori, ma anche un potentissimo ed intrusivo radar a banda X trasportato su piattaforma galleggiante, dello stesso tipo di quelli che i russi non volevano veder basati in Europa per timore delle loro elevatissime prestazioni. E’ certo che a Pechino tale sviluppo non sia stato affatto gradito, modificando a sfavore della Repubblica popolare l’equilibrio di potenza nel Mar cinese meridionale e complicando la gestione delle numerose controversie territoriali marittime che la Cina ha in sospeso con tutti i paesi rivieraschi dell’area.

In secondo luogo, la crisi di Corea ha rafforzato le ambizioni di coloro che, in Giappone, pensano seriamente ad un significativo piano di riarmo nazionale per meglio fronteggiare non tanto le bizzarrie di Pyongyang quanto la crescente assertività cinese. Il nuovo premier Shinzo Abe è fra coloro che spingono maggiormente in questa direzione. Già adesso, la flotta nipponica è superiore in dislocamento alla più celebrata Royal Navy britannica. Ma ora potrebbe tornare d’attualità perfino la questione della costruzione di nuove portaerei, una tipologia offensiva di naviglio alla quale Tokyo ha rinunciato dopo la disfatta del 1945. Ne favorirebbero la soluzione positiva gli stessi Stati Uniti, desiderosi di scaricare almeno in parte sul Giappone l’onere di provvedere al contenimento della Cina, come prova per certi versi anche la circostanza che le politiche economiche fortemente espansive adottate dal governo nipponico per favorire la ripresa e finanziare l’incremento delle proprie spese militari non abbiano incontrato ostacoli nei mercati, a dispetto di un debito pubblico imponente, superiore al 210 per cento del Pil.

Abe è stato in effetti finora magistrale nello sfruttare i timori generati dal possibile lancio di missili nord-coreani contro il territorio giapponese per diffondere tra gli abitanti delle più grandi metropoli dell’Impero la percezione di un grave rischio incombente sulla sicurezza della loro nazione. Ha fatto particolare impressione, in questo contesto, soprattutto la scelta di schierare nel centro di Tokyo alcune vistose batterie di missili antimissile Patriot. Quando l’emergenza sarà finita, pare a questo punto ragionevole pronosticare una crescita del consenso tra i giapponesi circa l’opportunità di spendere di più e meglio nella difesa nazionale.
 
Corea del Nord: le iniziative diplomatiche per fronteggiare la crisi
Roma, 16 apr 2013 10:47 - (Agenzia Nova) - I movimenti compiuti per isolare la Corea del Nord e convincerla a più miti consigli non sono stati di natura esclusivamente militare, ma hanno implicato anche iniziative diplomatiche di un certo rilievo. Si è mosso ad esempio il segretario di Stato Usa, John Forbes Kerry, recandosi in Estremo Oriente non solo per rassicurare amici ed alleati circa il permanente impegno statunitense alla loro protezione, ma anche per sollecitare il più attivo coinvolgimento cinese nel raffreddamento delle intemperanze nord-coreane. Non è da escludere che le esortazioni abbiano avuto effetto, né l’eventualità che Pechino abbia deciso di favorire una felice soluzione della vicenda per conto proprio, cioè esclusivamente sulla base di considerazioni concernenti le proprie convenienze geopolitiche. Di qui, ad esempio, anche la mobilitazione dell’Esercito popolare cinese alla frontiera nord-coreana, che potrebbe essere stata particolarmente efficace nel segnalare l’irritazione della dirigenza di Pechino per quanto Kim Jong-un stava facendo o dicendo.

Naturalmente, è difficile, ora come ora, ottenere conferme di ciò che è successo o sta accadendo in queste ore, ma la Cina ha molte carte a sua disposizione a Pyongyang, dove Kim potrebbe a questo punto avere giorni assai complicati davanti a sé. Un test missilistico, in qualche modo, appare tuttora una via d’uscita onorevole, in grado come si suol dire di salvare capra e cavoli, e resta quindi probabile che ad un dato momento venga effettuato. Poi la crisi dovrebbe rientrare. Lasciando però dietro di sé uno scenario politico-strategico sensibilmente differente.

A questo proposito, vale la pena di segnalare un ulteriore elemento, che i media hanno poco enfatizzato. In questi giorni critici, non è solo Kerry ad essersi recato in Asia Orientale, ma anche il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che ha avuto colloqui tanto in Corea del Sud quanto in Giappone. Probabilmente, il lungo tour era programmato da tempo, nel quadro delle iniziative con le quali l’Alleanza atlantica sta cercando di ritagliarsi un ruolo anche nella regione strategica di maggior interesse per gli Stati Uniti. Le circostanze particolari in cui ha finito per aver luogo potrebbero tuttavia aver accelerato il processo di avvicinamento della Nato all’Oceano Pacifico.

Molte cose, dopo un biennio di follie, stanno in effetti forse per esser messe a punto. Il presidente Usa, Barack Obama, ha infatti annunciato in occasione del suo più recente discorso sullo Stato dell’Unione la propria volontà di siglare con gli europei un importante accordo transatlantico di libero scambio, che insieme alla Nato farebbe dell’Ue il partner più importante di un nuovo blocco occidentale in gestazione, forse antirusso e probabilmente anticinese. In questo caso, non è da escludere che all’Alleanza atlantica possa esser chiesto di mostrare bandiera ben al di là delle zone di propria tradizionale competenza, quantunque già allargatesi a comprendere anche l’Asia Centrale. Navi da guerra europee potrebbero perciò tornare a solcare mari lontani, naturalmente sotto la guida statunitense. Ciò sarà di certo fonte di preoccupazione in alcuni ambienti politici, ma non è necessariamente una cattiva notizia.

L’Europa è infatti forse sul punto di tornare in qualche modo importante. Certamente nel contesto di un disegno preordinato da Washington ed in posizione ancillare. Sempre meglio, tuttavia, dell’assoluta irrilevanza alla quale ancora pochi mesi fa il nostro continente sembrava condannato proprio dall’indifferenza del suo maggior alleato storico.
 
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