Corno d'Africa
08.04.2013 - 18:44
 
 
ANALISI
 
Somalia: fine o trasformazione della pirateria nel Golfo di Aden?
Roma, 8 apr 2013 18:44 - (Agenzia Nova) - Sono ormai sette mesi consecutivi che non si registrano sequestri di navi nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano da parte di gruppi di pirati somali. Gli ultimi sequestri di rilievo risalgono al primo semestre del 2012, un anno che ha segnato il declino dell’industria criminale della pirateria somala. Il 2011 è stato l’ultimo anno in cui la minaccia da essa rappresentata per il traffico mercantile mondiale dall’Oceano Indiano al Mare Mediterraneo – circa un terzo del traffico marittimo globale – è rimasta elevata, con 237 assalti e 22 navi sequestrate. Vale la pena riflettere su questo peculiare fenomeno e sulla sua apparente scomparsa, che potrebbe celare forme trasformazione e adattamento alle mutate condizioni.

L’esplosione della pirateria somala avviene nel 2008 e raggiunge la massima pericolosità nel biennio 2009-2010, con ben 255 attacchi e quasi 100 navi sequestrate. Nei cinque anni che vanno dal 2008 al 2012 si assiste alla trasformazione della semplice pirateria – un fenomeno in buona parte endemico lungo le coste somale dopo il 1991 – in sofisticato fenomeno criminale transnazionale, caratterizzato da una rilevante dimensione finanziaria. In quegli anni la pirateria somala compie un notevole salto di qualità, professionalizzandosi ed elevando la sua sfida al sistema economico e finanziario globale. In pochi anni il valore medio dei riscatti per nave liberata sale dal milione di dollari del 2008, agli oltre 5 milioni del 2012. Sostanzialmente le cifre massime rimborsabili agli armatori da molte polizze assicurative. Un decennio prima le navi occidentali sequestrate venivano ancora liberate con l’esborso di poche centinaia di migliaia di dollari e i pirati non erano in grado di chiedere e negoziare riscatti proporzionali al valore commerciale del carico, né di sostenere logisticamente lunghi sequestri.

Com’è stato possibile che poche centinaia di gruppi male armati di pirati somali siano riusciti a portare una seria minaccia alla più vitale delle arterie del commercio mondiale, una delle giugulari della globalizzazione la cui interruzione potrebbe avere conseguenze catastrofiche per l’indipendenza e l’interesse economico dell’Europa? La risposta è da cercare nella capacità dei pirati di muoversi nelle maglie della globalizzazione, aggirando i sistemi di controllo degli stati e confrontandosi direttamente con gli interessi dei grandi attori privati, le principali piazze finanziarie ed assicurative internazionali.

Nello scorso quinquennio i gruppi criminali legati alla pirateria hanno costruito un’accuratissima capacità di stima delle merci trasportate, in alcuni casi anche prima dell’assalto della nave, ed una profonda conoscenza dei meccanismi assicurativi, potendo contare su di una rete di negoziatori ed intermediari fidelizzati che trattano ripetutamente con i migliori studi legali britannici e con le compagnie assicurative. Ma soprattutto si sono inseriti prepotentemente nei canali finanziari illegali internazionali, sia per procurarsi le risorse da investire nelle campagne di pirateria, sia per riciclare i proventi delle loro attività. La crescita della pirateria nel Golfo di Aden e le sue capacità di adattamento hanno spinto il sistema economico-finanziario internazionale a sottovalutare la minaccia, applicando alla pirateria una strategia di “messa in sicurezza” economica, trattandola come un semplice costo aggiuntivo nell’economia globale dei trasporti.

Nel 2005, su circa trentamila navi in transito ogni anno nel Golfo di Aden, i pirati somali si sono dimostrati in grado di catturarne circa lo 0,1 per cento, liberandole dopo una media di sei mesi di negoziazioni. Un rischio che poteva essere gestito anche a prescindere dalla soluzione del problema della ricostruzione dello Stato somalo, attraverso degli strumenti di riduzione del danno, accettandolo come un costo di transito e coprendolo con polizze assicurative. Una volta compreso il meccanismo, ed i valori commerciali che transitavano nelle acque del Golfo di Aden, i pirati della Somalia ed i loro finanziatori hanno intuito che i riscatti chiesti agli armatori potevano essere aumentati di dieci volte. Bastava investire nuovi capitali o reinvestire i proventi dei riscatti nel miglioramento delle capacità militari, delle reti d’intelligence economica e nell’impiego di professionisti capaci di massimizzare il valore del riscatto nel corso delle trattative per il rilascio.

Viene così a crearsi, progressivamente, un’economia di servizi parallela e legale con cui gestire le trattative con i pirati, fatta di assicuratori, società di sicurezza private, studi legali, intermediari, mediatori, facilitatori, interpreti eccetera. Questa economia strumentale vale quasi quanto i proventi incassati dagli stessi pirati. Tali meccanismi consentono agli armatori di proteggersi dai pericoli e dai costi di condurre trattative in Somalia e soprattutto di mettersi a riparo dalle legislazioni che – come quella italiana – proibiscono e sanzionano il pagamento dei riscatti o addirittura, come per alcuni provvedimenti internazionali, rischiano di assimilare il pagamento al finanziamento di gruppi terroristici. Questa intercapedine privatistica costruita a cavallo delle acque internazionali e del più famoso Stato fallito al mondo, è in buona parte responsabile dell’esplosione dei costi diretti e indiretti della pirateria.

A partire da un fenomeno di limitata pericolosità locale si è creata un’industria criminale internazionale che secondo le stime costa circa 5 miliardi di dollari l’anno, tra spese di contrasto e deterrenza, spese per la protezione passiva delle navi, aumento dei premi assicurativi, costi di negoziazione, missioni navali internazionali, nuclei di protezione pubblici e privati, azioni giudiziarie, danni alle economie dei paesi limitrofi ecc. Ciò a fronte di proventi per i pirati che non hanno mai superato il 2 per cento di tale valore.

Il crollo della pirateria nel 2012-2013 è il risultato di una serie combinata di fattori. Da un lato la diffusione dei nuclei di protezione sia pubblici che privati a bordo delle navi e le missioni delle marine militari che hanno aumentato la resistenza dei mercantili agli assalti dei pirati. Al tempo stesso, è stato messo sotto pressione politica il sistema finanziario internazionale privato che, partecipando alla filiera dei pagamenti dei riscatti, ha reso possibile l’esplosione del fenomeno e la sua professionalizzazione.

Tali iniziative sono state rafforzate nel momento in cui la comunità internazionale ha deciso di espellere dalla Somalia il movimento filo al-Qaeda degli shabaab che aveva messo in atto dei meccanismi grazie ai quali riusciva ad ottenere indirettamente dei guadagni dalla pirateria somala, pur non essendo direttamente in essa coinvolto. È interessante, infine, considerare che la pirateria esplode in Somalia proprio quando gli shabaab prendono il potere su due terzi del territorio del paese, nel 2008, e crolla quando alcuni paesi particolarmente attenti alle dinamiche somale decidono di por fine al fenomeno degli shabaab, attivando gli interventi militari per la riconquista del territorio, a partire dal 2011.

In qualche modo pirateria e terrorismo jihadista, i due fattori che hanno caratterizzato la recente storia somala nell’ultimo quinquennio, hanno tra di loro collegamenti non secondari. Bisogna ora capire se, nel mutato contesto somalo – che vede una nuova fase di ricostruzione di un governo centrale, la sconfitta militare degli shabaab e la loro dispersione – le capacità militari, organizzative e finanziarie che le reti di pirateria somale avevano costruito torneranno ad assumere un ruolo nella nuova fase della lotta di potere tra clan e potenze straniere che si gioca, ormai da vent’anni, sulle ceneri dello Stato somalo. (p.q.)
 
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