Atlantide
05.04.2013 - 20:03
 
 
ANALISI
 
Corea del Nord: gli Stati Uniti costretti a proteggere il regime da se stesso
5 apr 2013 20:03 - (Agenzia Nova) - In Estremo Oriente, stanno accadendo fatti assai sorprendenti, in seguito alla crisi apertasi tra la Corea del Nord, i cugini meridionali di Seul e gli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia, infatti, un paese, e per giunta di modeste capacità industriali ed economiche, ha affermato di aver autorizzato le proprie forze armate ad attaccare gli Usa con armi atomiche. La circostanza ha generato comprensibilmente sensazione, tanto in Asia Orientale quanto da noi. Ma il grosso dei timori sembra solo parzialmente giustificato.
Si dubita, innanzitutto, che i nordcoreani si trovino effettivamente nelle condizioni di dar corso alle proprie minacce. Ma paradossalmente è proprio questo fattore a rendere delicata la situazione, perché “chiamare il bluff” rischia di porre la leadership nordcoreana con le spalle al muro, con l’effetto di chiuderle la strada per il depotenziamento della tensione ed incoraggiarla forse ad effettuare mosse ancor più incaute. Le contromisure adottate dagli Stati Uniti sono al riguardo piuttosto eloquenti, contemplando il lento allestimento di capacità difensive volte più a rassicurare gli alleati che a minacciare la Corea del Nord. Per certi versi, si ha anzi persino l’impressione che in questa complessa vicenda Washington si stia preoccupando anche di proteggere la stessa Pyongyang dalle provocazioni della propria leadership.
La via d’uscita è in effetti molto stretta, e non priva di pericoli, perché Washington deve trovare un modo di dare al leader nordcoreano Kim Jong-un la soddisfazione di cui questi è verosimilmente in cerca per consolidare la propria ascesa al potere, senza contraddire le fondamenta della politica prescelta dall’amministrazione di Barack Obama, che è basata sul rifiuto del cedimento ai ricatti periodicamente utilizzati da Pyongyang per ottenere benefici di natura economica.
 
Corea del Nord: la dinamica dell’escalation
5 apr 2013 20:03 - (Agenzia Nova) - L’escalation nordcoreana ha preso le mosse dall’avvio in Corea del Sud di un’importante esercitazione congiunta con gli Usa. Si trattava in realtà di manovre abbastanza di routine, pur avendo comportato questa volta il rischieramento da parte statunitense anche dei temuti bombardieri strategici B-2. E’ possibile che proprio questa presenza abbia suscitato forti preoccupazioni nell’establishment militare nordcoreano, che è uno dei fondamentali pilastri del potere politico a Pyongyang.
Il nuovo leader del Paese, il giovane Kim Jong-un, ha dovuto tenerne conto. Non è neanche da escludere che nella circostanza Kim abbia altresì intravisto una ghiotta opportunità per risaldare i propri legami con le forze armate e, magari, strappare delle concessioni di natura economica per il proprio paese, in drammatico ritardo di sviluppo e sottoposto ad un rigido regime sanzionatorio internazionale in ragione delle proprie persistenti attività proliferatorie in campo nucleare. Per sua sfortuna, tuttavia, e forse anche a causa dell’inesperienza, Kim si è però trovato dinnanzi ad un’amministrazione Usa per nulla disponibile ad accettare il ciclo di ricatti e concessioni attivato da Pyongyang negli ultimi due decenni, ed anzi risoluta a spezzarlo sin dal suo avvento al potere. Nascono forse da questa constatazione i passaggi che hanno condotto progressivamente, ma in rapida successione, all’interruzione della linea rossa con Seul, alla conferma dello stato di guerra con la Corea del Sud e quindi alla notifica a Washington dell’autorizzazione concessa alle forze armate nordcoreane per procedere ad un attacco nucleare contro gli Usa, un atto quasi surreale. Il valore di queste misure è evidentemente soprattutto politico, dal momento che lo sfruttamento del fattore sorpresa è un caposaldo essenziale delle dottrine di impiego delle armi atomiche, tanto più importante nel caso di paesi come la Corea del Nord, sprovvisti della cosiddetta capacità di “secondo colpo”, cioè di bombe in grado di sopravvivere ad un eventuale offesa avversaria ed impiegabili nel quadro di una credibile rappresaglia successiva.
Alle parole stanno però ora seguendo anche dei fatti, giacché i militari di Pyongyang hanno spostato un paio di loro vettori basati su rampe mobili in siti prossimi alle coste orientali del paese. Secondo le informazioni che girano, si tratterebbe di missili Musudan, o Taepodong-X, a raggio intermedio, capaci di colpire bersagli fino a quattromila chilometri di distanza, forse testati segretamente in Iran. Tali ordigni, che non sono precisi e non dovrebbero neppure essere armati nuclearmente, poiché la Corea del Nord non risulta in possesso delle tecnologie richieste al montaggio di bombe atomiche su ogive alloggiate a bordo di missili, potrebbero raggiungere anche Guam, oltre a coprire l’intero territorio sudcoreano.
Proprio in considerazione della concretezza della minaccia, gli Stati Uniti hanno provveduto ad assumere tutta una serie di misure cautelative, inviando verso la penisola coreana un potente radar marittimo a banda X, per l’avvistamento precoce di eventuali razzi in volo, ed il sistema antimissilistico Thaad, che è una specie di super-Patriot in grado di assicurare la protezione di vaste aree geografiche. Sono stati rischierati in zona anche dei cacciatorpediniere della classe Aegis, anch’essi dotati di significative capacità antimissilistiche. Sono poi affluiti a Seul e dintorni rinforzi aeronautici, essenzialmente dei caccia F-22, che potrebbero risultare utili sia al rafforzamento della dissuasione di eventuali mosse offensive che all’effettuazione dei contrattacchi che si ritenessero necessari. E’ giunta poi notizia, e questo è francamente più inquietante, del ridispiegamento sulla costa occidentale degli Stati Uniti degli elementi terrestri della difesa antimissilistica strategica statunitense. Il Pentagono, evidentemente, non esclude completamente che possa partire dalla Corea del Nord anche un missile intercontinentale, come il KN-08, e si prepara a fronteggiare l’evenienza, che potrebbe materializzarsi anche in dipendenza di un atto di insubordinazione di militari infedeli a Kim e desiderosi di destabilizzarlo con un gesto eclatante.
Sotto il profilo politico, tuttavia, l’Amministrazione Obama si muove con grande circospezione, con il chiaro obiettivo di non cedere e contestualmente offrire a Kim Jong-un una via d’uscita onorevole per de-escalare. Un’opportunità in tal senso potrebbe verificarsi a breve, qualora i nordcoreani lanciassero i missili che hanno appena posizionato sulle loro coste orientali per effettuare un test, che potrebbe aver luogo tra il 10 aprile, data dopo la quale Pyongyand ha affermato di non poter più garantire la sicurezza del corpo diplomatico straniero, ed il 15, data in cui si celebra il Padre della Corea rossa. L’eventuale successo dell’esperimento, che gli Usa controllerebbero senza ostacolarlo, potrebbe infatti facilmente esser rivenduto sul piano interno come un prestigioso traguardo, permettendo alla dirigenza nordcoreana di superare indenne la fase acuta della crisi. Potrebbe contribuire alla messa in scena anche la Cina, che ha comunque altri mezzi a sua disposizione per far intendere le proprie ragioni alla recalcitrante Corea del Nord.
 
Corea del Nord: i presumibili effetti della crisi
5 apr 2013 20:03 - (Agenzia Nova) - La Cina teme molto l’ulteriore avvitamento della crisi nordcoreana e le sue potenziali conseguenze a medio e lungo termine, tra le quali si annoverano un’indesiderata maggiore presenza militare americana nell’area di peculiare interesse di Pechino e la non meno avversata possibilità di un’accelerazione ulteriore del riarmo nipponico, che gli Stati Uniti favorirebbero certamente, anche per esporsi meno nel riequilibrio delle crescenti capacità militari cinesi. L’attuale governo di Tokyo, in effetti, ha fatto coincidere lo scoppio di questa crisi con il varo di un nuovo Quantitative Easing, un forte incremento della base monetaria, che servirà certamente a stimolare l’economia ed alleggerire il servizio di un debito pubblico ormai superiore al 210 per cento del Pil, ma anche a finanziare una nuova fase dello sviluppo della flotta giapponese, che già adesso vanta una stazza complessiva superiore a quella della Marina britannica.
Per quanto riguarda le conseguenze della crisi sul piano globale, se non scoppierà un conflitto di proporzioni maggiori, è probabile qualche turbativa negli umori dei mercati finanziari. Ma nulla di più. La situazione politica internazionale, infatti, non è più quella degli anni Cinquanta, quando qualunque conflitto periferico tra i due blocchi poteva in qualsiasi momento espandersi geograficamente ed aggravarsi in intensità fino al limite di precipitare una guerra mondiale. Oggi, anche un eventuale nuova guerra di Corea avrebbe dimensioni e ripercussioni pressoché esclusivamente regionali, senza possibilità di spill over verso l’Europa, anche se l’area di riferimento in cui si svolgerebbe è quella che ospita la seconda e la terza economia del pianeta. Non corriamo quindi pericoli immediati nella nostra parte di mondo ed è bene che si sappia.
 
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