Atlantide
27.03.2013 - 18:35
 
 
ANALISI
 
Turchia-Israele: con la riconciliazione si aprono nuovi orizzonti nel Mediterraneo orientale
Roma, 27 mar 2013 18:35 - (Agenzia Nova) - L’intero bacino del Mediterraneo orientale è forse sul punto di aprirsi a nuovi equilibri. Ancorché determinati da cause differenti, alcuni sviluppi convergenti paiono infatti annunciare una svolta nella politica regionale adottata dagli Stati Uniti in Medio Oriente, che potrebbe preludere anche ad un primo tentativo di stabilizzazione dell’area. La prima impressione è infatti che, dopo un biennio di sostegno al cambiamento ed attivo contributo alla generazione del caos, Washington tenti ora di costruire un nuovo equilibrio regionale basato sulla “balance of power”, cosa che ha indotto diversi osservatori a parlare di una svolta “neo-realista” della Casa Bianca.

Gli eventi da considerare in questa prospettiva sono, nell’ordine, la visita di Barack Obama in Israele ed il conseguente appeasement di Gerusalemme nei confronti della Turchia; il contestuale annuncio da parte del Pkk della fine della lotta armata intrapresa dai curdi contro Ankara; le dimissioni di Al Khatib dai vertici della Coalizione nazionale siriana; la crisi del governo Miqati in Libano; la visita di John Forbes Kerry in Iraq ed, infine, il bail out Bce-Fmi a Cipro. L’insieme di questi fattori, collegati o meno che siano da disegni politici specifici degli Stati Uniti o altri attori maggiori presenti nell’area, concorre di per sé a determinare una situazione oggettivamente nuova e potenzialmente di estremo interesse.

Andiamo con ordine. La prima visita di Obama allo stato ebraico dopo oltre quattro anni di permanenza alla Casa Bianca si è risolta apparentemente in un grande successo. Il presidente ha fatto breccia presso i giovani e certamente ha tratto vantaggio dal clima politico nuovo determinatosi in Israele in seguito alle recenti elezioni ed al ridimensionamento del partito di Avigdor Lieberman. Ma il dato forte è il fatto che Obama è riuscito ad ottenere da Benjamin Netanyahu un passo senza precedenti: per restaurare le relazioni diplomatiche con la Turchia, infatti, il premier israeliano ha ceduto su un’importante questione di principio, offrendo le scuse dello stato ebraico per la morte degli attivisti imbarcati sulla Mavi Marmara, il battello fermato con la forza dagli incursori israeliani nel 2010 mentre si accingeva a violare il blocco navale imposto a Gaza. Dovrebbero seguire a breve anche compensazioni economiche a favore dei familiari delle vittime turche.

Autorità e stampa hanno reagito in Turchia come naturale in questi casi: cioè, rivendicando il passo di Netanyahu come una vittoria – lo è, dopotutto – e sottolineando l’umiliazione patita da Gerusalemme. Dietro questa interpretazione, però, si nasconde una svolta che in realtà implicherà per forza una revisione della politica neo-ottomana perseguita dal ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu in Medio Oriente, i cui accenti antagonisti dovranno essere convenientemente smorzati. Compito che si profila non facile, dopo anni nei quali il premier Recep Tayyip Erdogan ha cercato faticosamente di costruirsi una convincente immagine post-kemalista.

Questa novità è certamente positiva per Gerusalemme. Forse non è neanche l’unica. E’ infatti difficile che Netanyahu abbia accettato di fare una mossa tanto lontana dalla cultura politico-strategica dello stato ebraico senza almeno pretendere ulteriori contropartite di peso. Obama ha di certo messo molto nel piatto durante la sua recente visita allo stato ebraico, rinunciando anche a sollevare la questione degli insediamenti nei territori occupati, che urta importanti sensibilità.

Ma il più probabile beneficio tratto da Israele in questo frangente consiste senza dubbio nella fine del proprio isolamento, che potrebbe associarsi anche ad una soluzione della crisi siriana funzionale ai propri interessi nazionali. Quest’ultima potrebbe comportare persino la frammentazione della Siria – si parla a questo proposito insistentemente di cinque unità territoriali – e la creazione di una fascia di sicurezza a ridosso del Golan, che diventerebbe indispensabile nel quadro della prevenzione dei futuri attacchi jihadisti temuti da nord. Gerusalemme avrebbe così recuperato dopo anni di inerzia e passività la possibilità di modificare in qualche modo a suo favore la situazione strategica complessiva nella regione. Altri vantaggi potrebbero materializzarsi in Libano e a Gaza.
 
Iran: anche Teheran nello scambio fra Israele e Usa?
Roma, 27 mar 2013 18:35 - (Agenzia Nova) - Nella partita di scambio fra Stati Uniti e Israele non è escluso che possa entrare anche l’Iran, a sua volta un dossier difficile tanto per Israele quanto per la Turchia, ma la cui trattazione è chiaramente in cima all’agenda presidenziale statunitense. Maggiore indiziata di essere al cuore di questa complessa operazione geopolitica sarebbe comunque la Siria, dove i combattimenti durano ormai da due anni e non è in vista il successo finale di alcuna delle parti. Francia e Gran Bretagna hanno annunciato di esser in procinto di unirsi ai sauditi ed al Qatar nell’armare gli insorti, magari con l’utile apporto della Cia che sappiamo ora fornire intelligence a parte degli insorti. Le forniture militari sono state descritte dalla stampa Usa come imponenti e sarebbero sul punto di permettere l’insediamento di un potere indipendente da Damasco su porzioni significative del territorio siriano. Ma è palpabile l’impressione che non si voglia favorire un successo totale dell’insurrezione. A corroborarla sono intervenute anche alcune vicende locali. Una crisi, ad esempio, è esplosa ai vertici del governo espresso dalla Coalizione nazionale siriana, provocando le dimissioni del suo leader Al Khatib.

L’insurrezione avrebbe già individuato un nuovo leader, un esule con forti interessi petroliferi, che tuttavia almeno per ora non pare godere del consenso necessario ad affermarsi come salda guida dell’opposizione ad Assad. Con Al Nusra sempre molto forte, potrebbe anche conseguirne una certa delegittimazione della Coalizione, che giustificherebbe la cautela circa l’idea di rimettere interamente nelle sue mani la Siria del post-Assad. Questa situazione potrebbe facilitare la scelta di cercare una soluzione di compromesso con l’Iran, che dovrebbe esser mediata insieme alla Russia ed esser formulata in modo tale da rassicurare alcuni dei maggiori attori regionali, come Israele e la Turchia, costringendo contestualmente sauditi e Doha a ridurre il livello delle proprie ambizioni.

Difficile, ma non impossibile: si tratterebbe in sostanza di promuovere un vero e proprio accordo spartitorio, che sancirebbe la condivisione del potere a Damasco o forse addirittura la decomposizione dello stato siriano, ormai ridotto comunque ad una parvenza di se stesso.

In questa prospettiva, peraltro, l’Iran dovrebbe comunque esser contenuto, e vi sono diversi segni di tentativi che si rinnovano in tal senso: Kerry ha recentemente chiesto, ad esempio, al premier iracheno Nouri al Maliki di chiudere il territorio del suo paese alle armi in transito dalla Repubblica Islamica verso i lealisti siriani, anche se Baghdad non pare intenzionata a dar corso alla richiesta.

Ma è forse più interessante la crisi in cui è sprofondato il Libano, dove il capo del Governo Najib Miqati ha dovuto rassegnare le dimissioni. Tale crisi, derivante dagli spill over della guerra siriana nel Paese dei Cedri, infatti, potrebbe mettere a repentaglio le posizioni conquistate negli ultimi anni a Beirut dall’Hezbollah, rassicurando Gerusalemme circa il fatto che un eventuale grand bargain con Teheran non ne comprometterebbe la sicurezza. Tanto più che, dall’altro lato, a frenare Hamas ed isolarla dall’Iran continuerebbe ad essere il presidente egiziano Mohamed Morsi.

Si tratta di un quadro certamente complesso, articolato, non del tutto controllabile, data la profondità delle dinamiche e forze ormai in movimento. Ma ciò nondimeno interessante, specialmente perché dal tutto emerge comunque una spinta americana a frenare una destabilizzazione ritenuta ora non più utile. L’intensificazione degli sforzi di Washington è comunque evidente e segna un’inversione di tendenza rispetto ai primi quattro anni di Obama alla Casa Bianca.
 
Cipro: la Russia riluttante a pagare il salvataggio
Roma, 27 mar 2013 18:35 - (Agenzia Nova) - Il prolungarsi dello stato di caos in cui Mediterraneo e Medio Oriente sono sprofondati sembra rendere più difficile la ricomposizione di un’Europa già indebolita e spogliata di gran parte delle proprie ambizioni, che gli Stati Uniti desiderano ormai associare in modo organico a se stessi, abbinando alla Nato la creazione di un’area transatlantica di libero-scambio che ridurrebbe in modo strutturale le capacità dell’Ue di aprire a Russia e Cina. La diplomazia statunitense sta in effetti notevolmente premendo in questa direzione anche in questi giorni, come prova il fatto che la questione sia stata al centro anche dei colloqui intrattenuti da John Forbes Kerry in Francia.

Qui entrano probabilmente in gioco anche i complessi giochi apertisi a Cipro. L’economia cipriota è stata colpita da una gravissima crisi bancaria determinata da un’incauta esposizione sul debito pubblico greco. Alcuni istituti di credito di Nicosia hanno semplicemente incorporato una quantità eccessiva di titoli ateniesi. Corre altresì voce che stessero incorrendo in gravi problemi di liquidità, determinati dalla circostanza che parte significativa dei loro depositi fosse precedentemente migrata sulle piazze di Londra e Lussemburgo. Di qui, la necessità di fermare una corsa agli sportelli ed un rovinoso fallimento, che avrebbe potuto dispiegare un ampio effetto contagio.

Non ha potuto occuparsene lo Stato cipriota, per difetto di risorse, e della questione sono state investite le autorità monetarie europee ed il Fondo monetario internazionale. Di fatto, la copertura politica del bail out sarebbe stata assicurata da Stati Uniti, Gran Bretagna ed una Germania sempre più debole politicamente.

Ne è scaturito un intervento di salvataggio congiunto, elaborato da Bce ed Fmi, che ha richiesto misure draconiane di controllo sui movimenti di capitale ed è stato condizionato all’effettuazione di un massiccio prelievo dai risparmi depositati in banca, congegnato in modo tale da colpire soprattutto i capitali dei magnati russi depositati nelle banche cipriote, costretti loro malgrado a pagare parte cospicua dell’operazione. Di qui, forse, anche le stizzite reazioni di Mosca. Che, nell’ordine, ha lasciato filtrare l’intenzione di inviare in Mediterraneo una propria squadra navale permanente, che peraltro non si sa dove potrà appoggiarsi anche nell’ipotesi che la base siriana di Tartus restasse aperta al naviglio russo; iniziato a vendere euro sui mercati internazionali; ed annunciato di colpire con proprie iniziative due fondazioni non governative tedesche vicine alla Cdu ed alla Spd tedesca.

L’asse euro-russo imperniato su Berlino è ormai evidentemente a pezzi. Ne è una riprova anche il fatto che il Cremlino stia ora provando a rinsaldare i propri rapporti con Pechino, cementandoli con un piano di massicce forniture energetiche. Non è quindi da escludere che sia in corso un riallineamento geopolitico globale e continentale, il cui tratto saliente sarebbe l’emersione ad Occidente di un nuovo blocco, guidato dagli Stati Uniti e comprensivo di un’Europa privata della possibilità di proiettarsi autonomamente verso l’Est e l’Estremo Oriente e forse presto anche di una propria dimensione monetaria e finanziaria unitaria.
 
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